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Tema: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

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    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)
    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    INTRODUZIONE


    Juan Donoso Cortés (1809-1853) nasce, vive e muore nella prima metà del secolo XIX, un secolo che si apre alle novità in ogni campo. L'epoca di Donoso è caratterizzata dal macchinismo nel campo economico, dalla nascita del proletariato in quello sociale, da un certo deismo nel religioso, dal liberalismo nel politico e il romanticismo nel letterario (1).

    I giornali cominciano ad essere stampati per mezzo di macchine a vapore, il telegrafo e le tariffe postali rivoluzionano le comunicazioni, si afferma l’uso della carta-moneta e si fa strada l'inquietante fenomeno dell'urbanesimo. Gli anni di Donoso Cortés sono affollati di nomi che lasceranno il segno nel loro tempo (e alcuni di questi non solo nel loro); nel 1809 nascono Proudhon e Darwin; nel 1813 Kierkegaard e nel 1818 Marx. L'epoca conosce la maturità di Saint Simon, di Owen, di Fourier, morto nel 1837, di Comte, morto nel 1857. Bentham muore nel 1832, Hegel nel 1831 e Fichte nel 1814.

    Definire Donoso Cortés valendosi dei giudizi espressi dagli studiosi è impossibile. Vediamone alcuni: "Donoso fu un grande iperbolico, le sue idee filosofiche provengono come da un delirio della mente" (2), oppure: "... non è analitico né sintetico... sospende, meraviglia e trascina... Più che filosofo è uomo di discussione e polemista, più che polemista, oratore. Non è scrittore corretto, ma è scrittore meraviglioso" (3).

    Ancora: "Cortés non fu solo filosofo e scrittore, ma anche oratore e uomo politico, impossibile pertanto scindere il suo pensiero dall’azione, alla quale è profondamente mescolato" (4) e "Non piace ai conservatori, che non intendono rinunciare a niente di quanto posseggono o acquisiscono; scandalizza i demagoghi che intendono soprattutto svegliare i risentimenti e speculano sulla miseria per innalzarsi al potere" (5).

    Alcuni vedono in lui "l'ultimo grande esponente controrivoluzionario ottocentesco" (6), o addirittura lo "araldo teorico di una dittatura conservatrice" (7) e "filosofo di una dittatura radicale" (8). Altri lo descrivono come un "retorico apocalittico, creatore di luminose immagini, più che di una dottrina coerente" (9), "una combinazione di specchi per aumentare l'illusione" (10), i cui atteggiamenti di fondo erano "la fede senza ragioni, il gusto per le situazioni estreme, il ridurre la politica di ogni giorno a politica delle grandi occasioni" (11).

    I paragoni e gli accostamenti, poi, sono svariati: "... della razza di Tertulliano, di Joseph De Maistre, e (perché non dirlo, sebbene il paragone sia irriverente?) di Proudhon" (12), o "Juan Donoso Cortés nella politica ha rappresentato quello che Calderon ha significato per il teatro spagnolo" (13)

    Non manca chi fa dei paralleli con Sant'Agostino (14), o con Montesquieu (15). Il suo atteggiamento è stato definito "scontroso e difensivo" (16) e "troppo preoccupato di escludere anche l’ombra del progresso e del movimento della storia nelle profonde mutazioni che avvenivano sotto i suoi occhi" (17). Sul suo "pessimismo" più o meno "virile" (18), sembrano essere d'accordo in tanti: "I cattolici del secolo XIX… di fronte al movimento per la libertà politica si divisero in correnti varie che possono venire riportate a due principali, a quella del pessimismo e a quella dell'ottimismo. Non c'è forse miglior modo di personificare quest'antitesi che ricordare da una parte Donoso Cortés e dall'altra Carlo di Montalembert" (19).

    "Disperando di essere compreso e ascoltato in tempo cedette sempre più alla tendenza al pessimismo" (20).

    C'è chi divide la sua vita in due fasi (21), chi in tre (22), chi vi rinuncia (23).

    I giudizi sembrano tuttavia convergere per un aspetto particolare della evidentemente complessa personalità donosiana: "E' uno dei più grandi difensori della tradizione cristiana d'Europa" (24). "Insomma, Donoso Cortés era discepolo di De Bonald, era tradizionalista, nel senso più rigoroso della parola"' (25). E si potrebbe continuare.

    Il lungo elenco riportato è però a mio avviso sufficiente a fornire gli elementi che permettano di dare una definizione abbastanza esatta e rigorosa del nostro Autore: Donoso Cortés era cattolico, era tradizionalista, era controrivoluzionario. E’ alla luce di questa constatazione che il presente lavoro cercherà di affrontarne lo studio.


  2. #2
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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés- La vita, le opere (Cap I)

    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO I


    1. Juan Donoso Cortés.

    L'Estremadura è una delle regioni più povere della Spagna. Poco abitata, con estese coltivazioni di grano. Agli inizi del secolo scorso uno dei villaggi meno poveri era Don Benito, residenza di Don Pedro Donoso Cortés, "hidalgo" e avvocato dei Consigli Reali.

    Il padre era stato "alcalde" di Don Benito. Discendeva da Hernan Cortés, il "conquistador" del Messico. Nel 1809 la "francesada" napoleonica costringeva Don Pedro e la moglie, Dona Maria Elena Fernandez-Canedo, a rifugiarsi nel loro podere di Valdegamas, distante una ventina di chilometri da Don Benito (1). La guerra durava già da un anno e i francesi non si erano dimostrati troppo teneri nei riguardi degli spagnoli. Don Juan Alvarez De Castro, Vescovo di Coria, ottantacinque anni, era stato fucilato; il monastero di San Juan de los Reyes era stato dato alle fiamme con tutto il suo preziosissimo archivio; le trecento monache Uclés violentate e arse vive; il numero di opere d'arte trafugate o vandalicamente distrutte, infinito (2).

    La guerra, però, sembrava avesse voluto risparmiare dalle sue atrocità Valle de la Serena, a sei o sette leghe da Don Benito (3). Fu là che si trasferirono i Donoso, per attendere la nascita del loro secondogenito (il primo, Juan, era morto appena nato).

    E così, in questa terra estremegna, "sorprendente e immensa, terribile e materna" (4), nacque il 6 maggio 1809, Juan Francisco Manuel Maria de la Salud, primo di nove fratelli.

    Tutto ha di estremegno questo fanciullo "dall’aria pensosa e riflessiva" (5). Gli estremegni concepiscono la vita in maniera drammatica, come una cosa terribilmente seria, hanno nel sangue il senso del destino (6) e "tutto l'ardore dei patrii pascoli in estate" (7). "Le pianure lo hanno abituato a guardare lontano, a scrutare dove possono arrivare le strade che qui cominciano (…) Un cielo alto, limpido e azzurro gli ha insegnato che ci sono idee eterne ed immutabili che stanno a fondamento delle vicissitudini umane, e le notti maestose (…) gli hanno mostrato intuitivamente che in tutte le cose c'è un ordine armonico e permanente voluto da Dio" (8). Il padre è un buon cattolico, ma "ilustrado", tipico rappresentante dell'alta borghesia delle province rurali spagnole, borghesia nella quale il giovane Donoso vedrà il migliore appoggio dello Stato, ma che è molto più conservatrice di quella francese (9).

    Juan si rivela subito provvisto di una "vivacissima intelligenza, della quale diede precoce testimonianza in alcuni geniali Apuntes de Historia scritti a quattordici anni e che rivelarono originalità di pensiero insieme ad una sbalorditiva capacità di sintesi" (10). II suo primo maestro, il progressista Beltran y Vara, sarà costretto a dire di lui al padre: "Suo figlio sa già più di me" (11). Il suo amore per lo studio si rivela prestissimo. Legge di tutto e specialmente i libri francesi proibiti dalla Chiesa che il padre, membro di una Società Economica progressista di Càceres e amico del poeta liberale Quintana, gli permette di leggere. La madre è costretta a togliergli la candela la notte, per impedirgli di affaticarsi eccessivamente. E il bimbo obbedisce. Sarà timido e sentimentale sempre (12).

    A undici anni viene inviato dal padre all'Università di Salamanca, il centro culturale più progressista di Spagna, sede anche di una fiorente Loggia massonica, dove resterà solo un anno. Nel 1821 si trasferisce nel Collegio di San Pedro, a Càceres, che aveva categoria di università provinciale (il Collegio era stato riaperto dopo il "pronunciamiento" di Riego ed il ripristino della Costituzione di Cadice del 1812 da parte del re Ferdinando VII). A Càceres frequenta la casa dell’hidalgo" Don José Garcia Carrasco, luogo di riunione di liberali e "afrancesados". Qui conosce la figlia di Don José, Teresa, che un giorno diverrà sua moglie.

    Nella primavera del 1823 va a passare le vacanze a Cabeza del Buey, presso Badajos, ove s'era ritirato in esilio volontario Manuel José Quintana (13).

    Questi, cinque anni dopo, in una lettera ad Agustin Duran, dirà di lui: "Un soggetto che nei pochi anni che conta riunisce a un talento non comune una istruzione e una forza di ragione e di discorso tuttavia più rare. E' dialettico e controversista come Ella. (...) E’ figlio, infine, delle mie orazioni; amico di tutta fiducia, è venuto per qualche tempo a farmi compagnia nella solitudine in cui vivo" (14).

    Terminati gli studi di Filosofia a Caceres, Juan si reca a Siviglia per intraprendervi gli studi di Diritto. Qui intrattiene vivacissime relazioni con un circolo di amici appassionati di filosofia e letteratura (15), coi quali fonderà una Società Letteraria. Fino al 1828 la sua penna, sarà occupata a scrivere romantiche poesie d’amore e versi contro i tiranni. E' di questo periodo l'incompiuta tragedia in versi "Padilla". Tra un verso e l'altro, frattanto, legge Locke, Condillac, Destutt-Tracy.

    A diciannove anni, finiti gli studi, parte per Madrid dove, raccomandato da Quintana, spera di introdursi nei circoli culturali della capitale; ma probabilmente perché a corto di quattrini (come una sua lettera al padre sembra mostrare) (16), torna a casa. Per qualche mese si occuperà solo di lavoro nello studio del padre e di corrispondenza epistolare con amici ed ex-compagni di studio, corrispondenza che è utilissima per poter inquadrare un Donoso ventenne sinceramente liberale e romanticamente progressista.

    Il razionalismo è per lui verità fuor di discussione; "(…) quando non c'è indipendenza di ragione non c’è ragione" (17) e "(…) credo ci sia più presunzione nel dire: - L’uomo non può sapere di più - che nel dire: - L'uomo può sapere tutto –" (18), scrive il 25 luglio 1829 all'amico Manuel Gallardo. Né trascura l'appello ai giovani: "Sì; a voi, a me, a tutti i giovani è riservato l'affascinante privilegio di levare la nostra testa indipendente in mezzo ad uomini imbecilli o pusillanimi oppressi dal peso di sistemi mostruosi che pervertono i loro cuori e conducono con una luce funesta per immensi precipizi la dolente Umanità" (19).

    Se paragoniamo però il giudizio sul razionalismo contenuto in queste lettere con quello che darà nelle "Nozioni preliminari per servire d'introduzione agli studi sopra la Storia", molti anni dopo, notiamo che con lo stile, più maturo e pacato, anche la sostanza è diametralmente opposta: "II razionalismo è una demenza monomaniaca. Coloro che soffrono questa tremenda malattia falsamente si dicono razionalisti, come quei sventurati che vedendosi nei palazzi innalzati a loro vantaggio dalla carità cristiana, e detti manicomi, falsamente si dicono imperatori.

    Gli uni si appellano creatori, perché sono nella creazione, come gli altri si gridano imperatori perché abitano in un palazzo. La somiglianza che esiste fra i razionalisti e i pazzi si può dire identica, se si osserva che gli uni come gli altri gridano avere la sovranità di quella ragione che entrambi hanno perduto, (…) Io non so se i miei lettori hanno osservato come tutti i pazzi sono razionalisti. Tale osservazione è tanto certa, che i pazzi nell'istante medesimo in cui cominciano a dubitare di ciò che dicono e a porre in forse l'infallibilità della ragione, vale a dire da che cominciano a cessare d'essere razionalisti, già possono uscire dal manicomio, perché sono convalescenti o sani" (20), concluderà con amara ironia.

    Ma Donoso non ha ancora incominciato la sua peregrinazione alla ricerca della verità (21).

    2. Cattedratico di "Humanidades".

    Tornando quindi al 1829, vediamo il giovane Juan già cattedratico di Estetica e Letteratura ("Humanidades") nel Collegio di Caceres. Il posto spettava a Quintana, ma questi si era rifiutato di assumere l’insegnamento, additando però Donoso come l'elemento più adatto a sostituirlo. In effetti a quell'epoca la reazione ferdinandina rendeva la vita dura ai liberali ed agli intellettuali "ilustrados", e Quintana voleva appunto con quel gesto sottolineare la sua protesta.

    Tra l'altro correva proprio l'anno del matrimonio di Ferdinando VII con Maria Cristina di Napoli, quarta moglie. Questo toglieva ogni speranza di successione a Don Carlos, fratello del re, speranza che aveva nutrito lungo tempo, giacché i precedenti matrimoni del re erano rimasti sterili. Le nozze con Maria Cristina rendevano definitiva la spaccatura del Paese, diviso fra "carlisti" e liberali.

    Donoso accetta malvolentieri, dato che l'incarico è poco più che onorifico: "(…) questi maledetti uditori di Caceres stanno impegnandosi a che io sia cattedratico di Umanità, e io nel non esserlo, perché non desidero alcuna specie di obbligazione" (22), scriveva poco prima ad un amico. Aveva anzi cercato di evitare, se possibile, l' "onore", adducendo come scusa la sua non perfetta conoscenza del latino, lingua che poteva essere scritta degnamente solo da Virgilio o Cicerone: "(...) io non mi vergogno di confessare che non posso scriverla degnamente, e l'usanza di farlo è figlia dei secoli barbari" (23); ma non c'era stato nulla da fare, anche per l'insistenza del padre. Così, nell'ottobre, Donoso pronuncia il discorso di apertura del nuovo anno accademico.

    Il discorso è un compendio dell'ideologia del primo Donoso Cortés (un'ideologia ancora confusa e spesso contraddittoria); nel discorso si dichiara discepolo del naturalismo di Rousseau, "il genio della solitudine e della malinconia" (24); inneggia alla "baronessa de Staél, superiore al suo secolo e al suo sesso" (25); si scaglia contro "l’albero mostruoso del feudalesimo" (26); si proclama figlio del suo secolo (27) e simpatizza con le rivoluzioni, "la marcia costante dei secoli e la forza irresistibile delle cose"(28).

    Naturalmente non trascura di bruciare incenso sull'altare della Dea – Ragione: "Invano la superficialità e il pedantismo leveranno la loro voce e, con la loro voce, i loro sofismi; questi svaniranno come fumo davanti al raziocinio del filosofo (…) Insensati! Quando abbandonerete per la solidità della ragione la puerilità delle vostre declamazioni!" (29).

    Al di là però dell'iperbolica romantica del "gran poeta en prosa", come lo definisce Juan Valera (30), Donoso comincia a rivelare il rigore logico che lo contraddistinguerà nelle sue opere migliori, quella stessa forza che più di una volta in seguito lo porterà al di là delle sue stesse conclusioni ed il gusto per la Storia che non lo abbandonerà mai.

    Può forse dare un tono allegro al presente lavoro il raffigurarci questo imberbe professore, serio e dignitoso, di fronte ad una platea composta di due soli allievi, poi ridottisi a uno, Gabino Tejado, che allora aveva dieci anni, pronunciare tutti i giorni una dissertazione di un'ora o mezza (31), e pensare che si tratta dello stesso uomo i cui discorsi avranno tra non molti anni risonanza europea, l'uomo di cui Balmes dirà: "Quando il signor Donoso parla, tutte le conversazioni cessano, ogni orecchio si applica, perché i suoi discorsi non assomigliano a nulla d'altro che non a sé stessi" (32).

    A Caceres può però consolarsi nell'amicizia dei figli di Garcia Carrasco, tornati dall'esilio grazie all'influenza che la regina Maria Cristina (che non nascondeva le sue simpatie per i liberali, visto che i carlisti insidiavano il trono della figlia) cominciava ad avere sul "torbido istrione" (33) Ferdinando VII. Sono mesi di serenità per Donoso. Scrive una "Silva Lirica" e legge Voltaire. Di questo periodo dirà in seguito: "Ebbi un tempo il fanatismo letterario, cioè il fanatismo per la bellezza delle frasi e delle forme, (…) ma un tale fanatismo passò" (34).

    E ben diverso sarà il suo atteggiamento rispetto a quella letteratura che adesso sopra ogni cosa ama: "(La dissoluzione) cominciò in Europa con la restaurazione del paganesimo letterario, la quale cagionò una appresso all'altra, le restaurazioni del paganesimo filosofico, religioso, politico. Oggi il mondo è alla vigilia dell'ultima di queste restaurazioni, la restaurazione del paganesimo socialista" (35).

    Il 20 gennaio 1830 sposa Teresa Garcia Carrasco. Per cogliere il delicato affetto che legava Donoso alla sua compagna sono illuminanti le sue stesse parole.

    Quel giorno, diciotto anni più tardi, il 16 aprile 1848, mentre leggeva il discorso intorno alla Bibbia, in occasione del suo ricevimento all'Accademia della lingua, era sicuramente l’immagine della sua Teresa che aveva davanti agli occhi nel pronunciare quelle parole: "Quando Dio innamorato dell'uomo, sua più perfetta creatura, volle fargli un primo dono, nel suo amore infinito gli diede la donna, acciò essa gli spargesse fiori nel cammino e luce nell'orizzonte" (36).

    3. Il "golpe" di La Granja.

    Frattanto la situazione politica precipita. La regina era incinta; se fosse nata una femmina, il trono, per la Legge Salica di Filippo V, sarebbe spettato a Don Carlos, "uomo nel quale l'istinto del reazionario era pari solo al fanatismo religioso più spinto" (37).

    Maria Cristina, dietro consiglio di fidi "afrancesados", spinge il re (che all'epoca molto probabilmente non doveva essere alieno da simpatie massoniche) a pubblicare la Prammatica Sanzione che suo padre Carlo IV aveva redatto con le Cortés del 1789, documento che abrogava la Legge Salica. Per varare la manovra non viene consultato alcun organismo; la prima notizia infatti che si ha della legge è la sua apparizione ne “La Gaceta"; la giustificazione giuridica verrà dopo, vista la resistenza che la Prammatica incontrerà (38).

    I realisti non riconoscevano il documento: infatti nel "Manifiesto" del 1814 avevano scritto che ci sono convenzioni tra Re e popolo che si rinnovano con giuramento ad ogni consacrazione di Re; ogni atto personale contrario è nullo di diritto (39). Nasce Isabella e la situazione si aggrava. Questo era il clima all’apparire di Donoso Cortés sulla scena politica.

    Nel 1832 si trasferisce coi cognati e la moglie a Madrid. Lo stesso anno il re si ammala e, sentendo vicina la morte, preso da scrupoli di coscienza abroga quella Prammatica della cui validità, forse, né lui né la moglie sono mai stati completamente convinti. Ma un gruppo di liberali, tra cui Donoso, con l'appoggio della regina e della di lei sorella, l'Infanta Luisa Carlotta, riescono in una settimana a capovolgere la situazione. Il re viene convinto a ristabilire la Prammatica e a nominare il 1° ottobre 1832 un governo liberale presieduto da Cea Bermudez. Il "golpe" passa alla storia col nome di "Sucesos de La Granja", dal nome del luogo ove si svolsero i fatti (40).

    Qualche mese prima Donoso aveva mosso i primi timidi passi in direzione della Corte indirizzando al re due suppliche in favore del cognato Juan José Carrasco, deportato per attività antigovernative; le suppliche sono rimarchevoli sotto un certo aspetto soprattutto per le idee che vi sono contenute, idee che contrastano radicalmente con quelle del Donoso delle lezioni al Collegio di Caceres.

    Vi si parla della religione cristiana come vincolo di unità e felicità degli uomini e dei popoli occidentali in particolare; della filosofia empirista, causa prima del caos sociale e delle rivoluzioni, in quanto inoculatrice del germe del dubbio: "La filosofia da sé sola nulla può; dal suo divorzio con la religione sono nati tutti i mali che gravano sull'Europa" (41), vi si dice infatti. E ancora: "Una società non può esistere senza una base comune di credenze, che sia come il vincolo che dia unità a tutti gli interessi particolari; se questo principio d'unità sparisce, lo spirito di individualismo si asside sul trono e la società perisce" (42).

    Mostra inoltre, col metodo dell’inquadramento nella storia che gli era caro, la "lotta del principio religioso, che riunisce per conservare, e del principio filosofico, che individualizza per distruggere"; la Riforma, dice, è stata il primo risultato (43). C'è di più: sembra addirittura intuire l’attacco che si prepara alla proprietà privata e quindi la rivoluzione sociale che sta dietro ai moti liberali, quando osserva che "le masse non fanno le rivoluzioni per principi, ma per interesse" (44). E altrettanto sconcertante è il giudizio negativo sulla Rivoluzione Francese, non più salutata con entusiasmo romantico, ma vituperata come distruttrice del principio religioso e corruttrice, quindi, dei costumi.

    Un popolo che non crede in nulla, fa presente al Sovrano, è sempre in lotta col Governo. Il tutto è unito alla condanna del principio nella libertà assoluta di stampa, discussione, ecc… . che sono le idee che caratterizzeranno il Donoso Cortés di venti anni dopo. Pensare che il contenuto delle suppliche sia stato dettato da sentimenti di adulazione verso il Sovrano, come a volte fa colui al quale preme raggiungere un determinato risultato, è forse eccessivo. Anche perché non sarebbe da un uomo che qualche anno più tardi si ergerà, scoglio solitario, contro il "senso della Storia". Si può forse spiegare l'arcano richiamando quanto detto poco sopra, e cioè che la logica di Donoso Cortés va spesso più in là del suo stesso portatore.

    E' il 13 ottobre 1832 che vediamo Donoso imporsi per la prima volta all'attenzione pubblica, con una "Memoria sobre la Monarquia" indirizzata al re.

    4. II primo incarico pubblico.

    Con la "Memoria sobre la situacion de la Monarquia, dirigida a Fernando VII", il giovane Donoso si schiera "coram populo" per i liberali. Il libello, non esente da spirito di parte, è d'una lealtà assoluta e incondizionata verso la volontà reale espressasi nella "Prammatica".

    Lo scritto fa un'analisi spesso verbosa e non di rado arbitraria della storia della Legge di Successione di Filippo V, per dimostrarne la mancanza di fondamento giuridico. Lo scritto può essere brevemente riassunto così: l’unica legge di successione valida in Spagna è la determinazione delle Cortés del 1789; essa è scritta, promulgata, osservata e sanzionata, è quindi nata dal costume e come espressione delle necessità del Paese, come tale deve essere sempre seguita e deve regolare per sempre la successione.

    In base a tale ragionamento, essendo la Legge Salica importata dalla Francia, non ha nessun valore in Spagna, perché non risponde alle esigenze del costume spagnolo. Pare in realtà che il ventitreenne Donoso non abbia avuto occasione di documentarsi a fondo sull'argomento, come starebbe a dimostrare la mancanza nella "Memoria" di una sola citazione che provi quel che riferisce. Del resto, poi, se la legge di Filippo V era invalida, perché le Cortés del 1789 la revocarono solennemente? Il problema è certo uno dei più appassionanti e oscuri della storia moderna della Spagna (45).

    Comunque il tono di Donoso non è eccessivamente estremista, e questo forse per una duplice serie di ragioni: da un lato il suo scopo è quello di far passare i liberali, agli occhi del re, per gente d'ordine, difensori della monarchia contro i cospiratori carlisti (trascurando il fatto che nelle file del carlismo militavano quelli che si erano tenacemente opposti ai napoleonici proprio in nome della Monarchia e della tradizione cattolica spagnola, mentre i liberali erano stati ed erano "afrancesados", come fa ben notare Giovanni Allegra) (46); dall'altro c'è la rivoluzione di luglio in Francia, che gli ha mostrato che le insurrezioni di massa finiscono con irruzioni nella proprietà, perché "le masse non fanno le rivoluzioni per dei principi, ma per interesse", cosa che non può non sgomentare un uomo di principi, quale egli è. Se la monarchia, quindi, vuole salvarsi, deve appoggiarsi alle classi medie.

    Lo scritto rende il miglior servizio al liberalismo spagnolo e richiama l'attenzione del Sovrano sul giovane giurista; il re lo fa stampare nel novembre col beneplacito reale. Donoso ottiene così (come fa osservare Suarez) due grossi risultati: consolidare la situazione politica creatasi col "golpe", convincendo il re dell'ortodossia dei liberali col far leva sui suoi sentimenti di padre e di sposo.

    Di più: prepara il re per la trasformazione radicale auspicata per la Spagna, togliendogli ogni scrupolo sulla legittimità della Prammatica. Infine, ed è questo l'altro grosso risultato, viene nominato dal re ufficiale della Segreteria del Ministero di Grazia e Giustizia del Dipartimento delle Indie nel febbraio 1833. Nello stesso mese Donoso termina, il prologo al suo poema "El cerco de Zamora" (47), che pubblicherà dopo poco. Sarà la sua ultima manifestazione poetica.

    5. Il punto di partenza dottrinario.

    II 29 settembre 1833 muore Ferdinando VII, lasciando come Reggente fino ai diciotto anni di Isabella la moglie Maria Cristina. Don Carlos rinnova le sue pretese al trono, ma ottiene soltanto di far stringere vieppiù Maria Cristina ai liberali. Invano Cristina aveva inaugurato la sua reggenza dicendo tramite la penna di Cea Bemudez, nel manifesto del 4 ottobre, che la religione, la sua dottrina e i suoi ministri sarebbero stati la prima cura del suo governo, senza ammettere innovazioni pericolose" (48), per rassicurare i cattolicissimi carlisti. Come fidarsi di queste parole mentre si vedeva gli esiliati tornare a frotte? Così Don Carlos si fa proclamare "Carlo V, re di Spagna" e scoppia la prima guerra carlista.

    La situazione è disastrosa; l'esercito carlista, comandato dal genio strategico di Zumalacarregui, dà parecchio filo da torcere ai "cristini"; Don Miguel, il corrispondente di Don Carlos in Portogallo, lo appoggia. Si forma la Quadruplice Alleanza tra Francia, Inghilterra, Spagna di Maria Cristina e Portogallo di Maria da Gloria, Roma si rifiuta di riconoscere Isabella e le potenze assolutistiche d'Europa propendono per la causa di Don Carlos.

    A complicare le cose il 15 luglio 1834, giorno della Vergine del Carmine, sotto il ministero di Martinez de la Rosa, arriva il colera. Si sparge la voce che sono stati i frati ad avvelenare le acque per diffondere l'epidemia (Martinez de la Rosa dichiarerà solennemente prima di morire a J. Fidal che la voce è stata sparsa ad arte dalla logge) (49).

    II 17 luglio comincia quella cosa orrenda che passa alla storia di Spagna sotto il nome di "matanza de los frailes"; in molte città preti, frati e suore vengono inseguiti, uccisi, orrendamente mutilati ed esposti nelle taverne. I particolari dell'agghiacciante vicenda non meritano di essere qui esposti. Il tutto con la complicità (e la stessa partecipazione, a volte) della "milicia urbana" governativa, che praticamente era l'unico potere effettivo in quei giorni d'anarchia (50).

    Il nostro Donoso, che nel marzo 1834 era stato nominato segretario con esercizio di decreto al Ministero di Stato, resta profondamente turbato dall'episodio. Sono stati finora per lui mesi di intensa attività giornalistica su "La Abeja", "El Correo Nacional", "El Pervenir", "El Obsarvador", "El Piloto". Gli è già morta l'unica figlia e l'anno seguente gli morirà la moglie; ma in questo turbinio di accadimenti la sua azione è tesa a dare al liberalismo un sistema organico, sicuro, un criterio perfetto che gli permetta di pilotare la traballante barca della Monarchia spagnola verso acque più sicure.

    Scrive le "Consideraciones sobre la diplomacia". In quest'opera Donoso Cortés si avvicina a posizioni liberal-moderate; si avverte nettissima l'influenza della lettura dei dottrinari francesi, Cousin, Guizot, Roger-Collard. Dottrinaria è infatti l'idea base dello scritto, l'intelligenza come ultima "ratio" dello Stato ed elemento di coesione della società? La legittimità del potere è tale solo se rappresenta il principio reggitore della nuova situazione sociale (51).

    La posizione equidistante, tipica del "juste-milieu" dottrinario è poi evidente nel passo che si riferisce alla Costituzione di Cadice del 1812: "II mio cuore non simpatizzerà mai con quelli che la disprezzano; ma la mia coscienza non mi permette di bruciare incenso sui suoi altari" (52).

    Per Donoso non esiste Costituzione buona o cattiva in sé, perché una Costituzione non è altro che la forma che assume la società in un determinato momento storico. Quella di Cadice del 1812 nasce per lui dal fatto che l'invasione napoleonica ha trasformato ogni cittadino in un soldato, confondendo e mescolando le varie classi davanti al pericolo comune. La diplomazia nell'opuscolo di Donoso c'entra poco, in realtà. E' un pretesto per attaccare Don Carlos, "il principe sleale (…), carico d'ignominia e curvo sotto il peso delle maledizioni della sua patria" (53), e il Congresso di Vienna, dove, dice Donoso, "tutti i tiranni s'incontrarono" (54).

    Ma anche alla rivoluzione ha qualcosa da dire. Essa, "il principio deleterio che si appoggia alle classi proletarie" (55), è stata la causa della carneficina dei frati: "E’ una lezione, e questa lezione è severa. Il suo ricordo sarà indelebile e turberà per lunghi giorni il nostro riposo" (56).

    L'anarchia in cui versa il paese è dovuta al "divorzio tra la libertà e l'ordine" che "ha prodotto tutte le catastrofi delle società umane" (57). La soluzione è la solita: appoggiarsi alle classi medie.

    L'opera ha un discreto successo, la stampa ne parla, anche se non sempre favorevolmente; alcuni lo accusano di essere un plagiatore della mentalità francese. Donoso risponde dichiarandosi (ancora una volta) nient'altro che figlio del suo secolo (58).

    Frattanto la situazione politica risulta aggravata dalla scissione del partito liberale in due fazioni; progressisti e moderati. Tra questi ultimi troviamo grossi nomi, come Martinez de la Rosa, Isturiz, Alcalà Galiano, Toreno. Donoso si schiera con i moderati. La rottura avviene sulla questione dell' "Estatuto Real", la Costituzione promulgata dal Ministero De la Rosa, giudicata troppo moderata dall'ala progressista del partito (59). Donoso scrive un articolo su "El Observador" il 1° gennaio 1835, in difesa del Ministero (60). Ma la "matanza de los frailes" aveva troppo scosso gli animi perché il governo potesse ancora resistere a lungo.

    E infatti dopo pochi mesi Toreno sostituisce Martinez de la Rosa. Sono giorni dolorosi per Juan Donoso Cortés: il 3 giugno gli muore improvvisamente la moglie. "Por lo demas, amigo mio, la felicidad se acabo ya para mi, y en mi corazon solo habitara la tristeza” (61), scrive ad un amico.

    Sotto il Ministero Toreno (8 giugno-14 settembre) l'anarchia diviene totale. In tutte le province sorgono giunte rivoluzionarie che irridono ad un governo impotente. I mezzi apprestati da Toreno per calmare le acque non fanno altro che aggiungere legna al fuoco.

    II governo, infatti, non trova nulla di meglio da fare che espellere nuovamente i Gesuiti (che erano stati richiamati da Ferdinando VII), sopprimere i conventi e le congregazioni religiose. Donoso chiede che vengano convocate le Cortés, ma gli si oppone Isturiz e la cosa finisce lì. Donoso allora, sdegnato, aderisce al nuovo Ministero di Juan Alvàrez Mendizàbal, ultraliberale di origine ebraica, massone e anglofilo (62). Il nuovo governo lo invia in Estremadura come Commissario Regio, al fine di mantenere leali le province di Caceres e Badajoz. Il buon esito dell'impresa gli vale la Croce di Cavaliere dell'Ordine di Carlo III e la categoria di funzionario più anziano Capo Sezione, nella Segreteria di Grazia e Giustizia.

    Ma un "hidalgo", forte dello spirito nobile dei suoi avi, quale era Donoso Cortés, non poteva rimanere a lungo nel libro-paga di Mendizàbal.

    Nell'inverno tra il 1835 e il 1836 cadono implacabili sulla Chiesa di Spagna i decreti governativi contro la manomorta ecclesiastica. Tutte le immagini sacre vengono tolte dalle strade, si proibiscono la mensa dei poveri, l'accattonaggio e le processioni. I beni ecclesiastici vengono venduti all’incanto e trovano, naturalmente, folte schiere di ricchi borghesi pronti ad acquistare vasti latifondi a prezzi irrisori.

    Il provvedimento si risolve in un disastro, perché l'economia non ne riceve alcun vantaggio, mentre ciò che si ottiene è la proletarizzazione di un numero incredibile di contadini, la rottura totale con la S. Sede e il rivoltarsi dell’animo profondamente cattolico del popolo spagnolo (63). E' un colpo per la coscienza di Donoso vedere quel che viene commesso in nome della libertà e della ragione, "Le lacrime dei miei occhi testimoniano che (la libertà) fu la prima illusione che illuminò con magici colori l'orizzonte della vita, ma che passò, ahimè!, come tutte le illusioni dell’infanzia, come passa il primo amore ed il primo sogno di gloria" (64).

    Il disinganno è evidente, anche se non si rende conto che più o meno involontariamente la manovra di Mendizabal ha legato al trono di Isabella tutti quei possidenti che hanno acquistato in virtù dell'alienazione dei beni ecclesiastici. E' così che Mendizabal realizza (anche se a caro prezzo) l'auspicio di Donoso; appoggiare la Monarchia alle classi medie. La nuova nomina a Segretario del Gabinetto e della Presidenza del Consiglio gli dura quattro giorni: l’11 maggio 1836 cade Mendizàbal grazie ad una cospirazione conservatrice capitanata dal marchese di Miraflores (65). Il nuovo gabinetto è, questa volta, di stampo moderato. Donoso perde ogni incarico, ma viene eletto deputato per Badajoz. Ha ventisette anni.

    6. Il sistema delle "aristocrazie legittime"

    Durante il periodo di Mendizàbal, Donoso ha avuto modo di mettere per iscritto quello che gli studiosi del pensiero donosiano chiamano "il sistema delle aristocrazie legittime". Si tratta de "La ley electoral considerada en su base y en su relacion con el espiritu de nuestras instituciones". L'antefatto, in poche parole, è questo: Mendizàbal pensava di cambiare la struttura del parlamento con un mutamento nella legge elettorale.

    Commissioni successive, all'uopo incaricate, non trovarono l'accordo perché, paradossalmente, i liberali volevano un suffragio di tipo indiretto e ristretto riguardo al censo, giacché temevano che il popolo, scandalizzato per la spoliazione della Chiesa, votasse contro di loro. I moderati dal canto loro propendevano, per gli stessi motivi, per il suffragio universale.

    Per Donoso il sistema elettivo indiretto "è una mostruosità inconcepibile" (66): "Il sistema della elezione indiretta riposa sul principio democratico della sovranità del popolo: i partigiani di questa sovranità si dividono in partigiani logici e partigiani inconseguenti. I primi proclamano il suffragio universale; i secondi negano i diritti politici delle classi proletarie" (67).

    Lo scritto ha un peso non indifferente sulla votazione che impedirà alla legge di passare, ma anche se lascia un po’ a desiderare per quanto riguarda l'esattezza storica (i fatti sono spesso forzati e sfumati in grandi sintesi), già si cominciano a percepire qua e là sprazzi di quelle che saranno in futuro le sue geniali intuizioni. La Chiesa, dice, ha dominato incontrastata per secoli perché era intelligente, ma poi si levò Lutero, che emancipò l'intelligenza secolarizzandola (68).

    Infine gli eroi, i martiri della gloriosa Rivoluzione Francese hanno condannato a morte l'usurpazione e le istituzioni assurde (69), dando il potere alle "aristocrazie legittime", cioè alla borghesia intelligente. Gli eccessi della Rivoluzione sono da attribuire al proletariato, cui la borghesia chiese aiuto per fronteggiare l'invasione straniera (70). Il dominio del mondo, per Donoso, appartiene all'intelligenza, quindi il potere legittimo attiene agli uomini, classi o popoli cui l'intelligenza concede il dominio; questo fa sì che l’esercizio del potere sia sottoposto a continua variazione.

    Il problema allora non è l'origine del potere, bensì sapere a chi spetti l'esercizio legittimo della sovranità. E' presto detto: alle "aristocrazie legittime, cioè intelligenti", perché "solo l'intelligenza dà la legittimità" (71). Questo tipo di governo "si differenzia dal governo della democrazia perché questo è il governo della forza, e da quello dell'aristocrazia, perché questa è tirannica e esclusivista" (72).

    Il risultato è raggiunto; Donoso ha ora creato un principio di legittimità che serve a meraviglia per giustificare il regime nato dal "golpe", ed ha altresì tagliato fuori la parte rivoluzionaria del liberalismo col negare al popolo la sovranità; i deputati esercitano il loro potere non come rappresentanti del popolo, ma in quanto scelti da esso come "i migliori" (73).

    Ma i tempi sono turbolenti e nemmeno il presente Ministero resiste: tipica infatti dei governi moderati spagnoli dell'epoca è la mancanza d'autorità. Nell'agosto del 1836, a La Granja, una "sargentada" costringe la regina a ristabilire la Costituzione del 1812 e a ridare il governo ai progressisti, sotto pena di fucilarle davanti agli occhi il nuovo marito Remando Munoz.

    Donoso viene intanto invitato a dare lezioni di Diritto Politico nell'Ateneo di Madrid., alla cui restaurazione (dopo la "decada" ferdinandina) aveva avuto parte. Dal 22 novembre 1836 al 21 febbraio 1837 da dieci lezioni. La "sargentada", però, ha riportato la rivoluzione sui banchi del parlamento e Donoso usa la cattedra come mezzo di velata propaganda antigovernativa. E' così che perde il posto, ma continua la battaglia, e questa volta apertamente, dalle colonne de "El Pervenir", giornale che egli stesso aveva fondato con Bravo Murillo e di cui era direttore.

    La violenza con cui Donoso attacca il ministero Calatrava è esiziale per quest'ultimo, che cade l’8 agosto. Il giorno seguente appare su "El Pervenir" questa nota: "Essendo state presentate a S.M. le dimissioni del Ministero che ho combattuto fino ad ora, queste saranno le ultime righe che scrive su 'El Pervenir’ Juan Donoso Cortés" (74). Un giornalista commenta: “con questo stesso garbo pulisce la spada nella 'muleta' e saluta il pubblico Montes, dopo aver ucciso un toro di buona razza" (75).

    Le "Lecciones de Derecho Politico" sono l'espressione più completa dell'ideologia di Donoso Cortés liberal-moderato e lo sforzo più notevole fatto in Spagna nella prima metà del secolo per giustificare teoricamente la Monarchia liberale rappresentativa come forma politica. Menéndez Pelayo sottolinea che esse rappresentano anche un tentativo di tradurre in spagnolo i termini e le espressioni delle nuove dottrine europee, a cui lo spagnolo non si era ancora adattato.

    La società, dice Donoso, non è creazione umana, ma conseguenza spontanea e diretta della condizione intelligente dell'uomo. L’ordine e l'armonia tra le relazioni degli individui sono dati dall’intelligenza, che Donoso vede contrapposta alla volontà, principio di individualismo e dissoluzione. La sovranità appartiene quindi all’intelligenza ed il governo esiste per guidare l’azione comune e resistere alle individualità (76).

    Naturalmente il governo deve osservare certi limiti, giacché esiste una norma superiore ad esso: la giustizia. La società insomma deve assorbire quella parte di individualità necessaria alla sua esistenza; il singolo avrà il diritto di ritenere la libertà restante. Essendo la sovranità prerogativa della sola intelligenza, poi, risulta che la sovranità popolare è tirannica e ingiusta. E vediamo perché. Se la sovranità è collocata nell'intelligenza, allora la democrazia non ha senso, perché solo gli intelligenti hanno diritto a partecipare alla cosa pubblica.

    Se invece fosse localizzata nella volontà, allora tutti dovrebbero aver parte nell'esercizio del potere sovrano, inclusi i minori, gli ignoranti e i dementi. In questo caso, poi, la maggioranza che approvasse una legge commetterebbe un attentato ai danni della minoranza, la quale d'altro canto non può sottomettersi a una legge che non è opera della sua volontà senza suicidarsi. Infine la sovranità di diritto divino, non è altro che dispotismo realizzato da un uomo solo, il Re.

    Donoso in realtà non dice niente di particolarmente nuovo. Il suo non è altro che dottrinarismo; le "Lecciones" sono infatti piene di citazioni di dottrinari francesi. Ma già si avvertono fra le righe quelli che saranno i suoi temi fissi: il concetto negativo della volontà, forza che porta la libertà a straripare; il governo inteso come forza di resistenza, che lo porterà ad indicare la dittatura come cauterio delle catastrofi sociali; la ricerca d'una base inamovibile per l'ordine sociale, che ora trova nell'intelligenza, poi sarà l'ordine divino; il politico, infine, in funzione del sociale.

    Anzi, non mi pare azzardato aggiungere che i primi segni di mutamento di rotta da parte di Donoso si hanno proprio qui, nelle "Lecciones", a giudicare, almeno, da certi passaggi, come quando dice, ad esempio, che "la sovranità di diritto è una e indivisibile; se la possiede l'uomo non la possiede Dio; se si localizza nella società non esiste nel cielo. La sovranità popolare, quindi, è ateismo" che "non può introdursi nella società senza ferirla di paralisi e di morte" (77).

    Si osservi inoltre la differenza fra i due passi seguenti. Entrambi si riferiscono alla Rivoluzione Francese. II primo è della "Leccion IV", 20 dicembre 1836 "(…) la rivoluzione francese, che è, signori, una risoluzione umanitaria" (78). Il secondo è della "leccion IX", 14 febbraio 1837: "(…) una tribù di barbari convertì il festino della civiltà in un'orgia nefanda" (79). L’uomo forte che salva le società in tempi eccezionali con rimedi eccezionali è già presente nelle "Lecciones". Donoso cita anche De Bonald e la corrente tradizionalista francese per confutare l’uno e l’altra, ma la lettura di quelle opere deve aver lasciato il segno, se pensiamo che nell'ultima lezione Donoso descrive la ragione umana, che soccombe se la fede non la sostiene", con questi versi:

    "…………………. Flor inodora,
    Estatua muda que la vista admira
    Y que insensible el corazon no adora" (81)


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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (Cap II)

    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO II


    1. L'abbandono dell’eclettismo.

    La Costituzione del 1812 non è certo la più adatta per governare uno Stato sprofondato nell'anarchia. E di questo si accorge anche il Ministero Calatrava. Il 24 ottobre 1836 vengono infatti convocate Cortés Costituenti per procedere alla riforma costituzionale.

    La Commissione appositamente nominata formula un progetto teso a dare maggior potere alla Corona.

    Donoso si inserisce nella discussione scrivendo "Principios constitucionales aplicados al proyecto de Ley Fundamental presentado a las Cortés por la Comisión nombrada al efecto". Qui l'evoluzione del pensiero donosiano è ancora più marcata. Le "aristocrazie legittime" già passano in secondo piano.

    "La teoria della divisione dei poteri è una teoria assurda" (1), scrive Donoso, perché il potere, per dirigere la società (che è una, identica, indivisibile e perpetua), deve essere anch'esso uno, identico, indivisibile e perpetuo. Ciò si può avere solo se il potere risiede nel Re e se la Corona è ereditaria. Il fatto è che Donoso da un lato è riluttante a rinnegare la bontà del sistema liberale, dall'altro l'incomprimibile caos che vede nel Paese gli fa desiderare un esecutivo forte che reprima il disordine, giunto ormai a livelli intollerabili.

    II suo sforzo sarà sempre teso a cercare di "hermanar el orden y la libertad", cioè conciliare due cose apparentemente inconciliabili. Sarà questo tarlo quasi ossessionante del suo pensiero a condurlo lungo quel lento e faticoso cammino, fatto di ferrei concatenamenti di logica e folgoranti intuizioni. Già negli articoli contro il governo Calatrava, scritti su "El Pervenir", comincia a intravedere che esiste "un vincolo comune tra tutte le rivoluzioni passate, presenti e future" (2), e che "nessuna istituzione umana ha vita se non chiama in suo appoggio, per mezzo della religione, i costumi" (3).

    La curva che sempre più allontana Donoso Cortés dal liberalismo passa per la polemica da lui condotta nel luglio 1838, sulle colonne de "El Correo Nacional", con Pellegrino Rossi, l'eclettico di tendenze storicistiche e utilitaristiche amico di Guizot. Donoso in questa serie di cinque articoli si schiera apertamente contro quelli che erano stati, anche se por poco tempo, i suoi compagni di fede, i dottrinari francesi, che adesso chiama "dottori di una scienza impotente" (4) (la intelligenza da onnipotente è diventata "impotente").

    "(…) la Francia cerca già ciò che la filosofia eclettica non può darle: un dogma" (5), scrive. Occorre però non fraintendere la posizione di Donoso; egli rimane liberale e continua a stimare i dottrinari, ma li incita a decidersi, perché l'eclettismo incolore è sempre peggiore che qualsiasi atteggiamento estremo. A cosa porta la sovranità della ragione? Non è ancora chiaro nella mente di Donoso, ma vede governi salire e cadere. Costituzioni proclamate, abrogate e rifatte; ha sempre pensato che sono le idee che devono governare i fatti, ma saranno proprio i fatti a fargli mutare opinione (6).

    Ormai l'arbitro della politica spagnola è il generale Espartero, capo delle forze cristine, l'uomo che fermerà il carlismo nel 1839. E' in quest'epoca che Donoso Cortés inaugura la sua carriera di oratore, come deputato al Parlamento per la provincia di Cadice. Il suo primo discorso è accolto con ilarità, e per il tono teatrale ed enfatico, e per aver tirato in ballo la Provvidenza Divina parlando di questioni economiche (7).

    Il fatto è che Donoso non è più l'allegro liberale di un tempo, il suo sforzo è ora teso alla ricerca di una nuova forma di Monarchia, tale da poter salvare la Spagna dal disastro. Pone il problema in un articolo che appare lo stesso anno sulla "Revista de Madrid", intitolato "Espana desde 1834”. Donoso cercherà di indagare nella storia di Spagna per trovare l'anima, i principi, il "geist" della Monarchia spagnola, al fine di vedere come dovrà essere impostata l'auspicata nuova forma.

    Ma quantunque il suo vero problema sia ancora quello di contenere e indirizzare le rivoluzioni, quel che conta, al fine di cogliere l'evoluzione del suo pensiero, è l'abbandono da parte di Donoso del razionalismo ("nella verità sta la forza", non più dunque nell'intelligenza) e la ricerca di un principio fuori degli individui che regga la società; "(…) i partiti non possono esistere senza un'idea che li fecondi, come un tempio non può esistere senza una divinità che vi abiti; ma le idee esistono senza i partiti, come la divinità senza tempio. Insisto tanto sull’importanza delle idee", aggiunge, perché "non sono gli uomini, ma le idee che presiedono allo svolgimento degli accadimenti umani"(8).

    Tornare all'assolutismo è impensabile; la Monarchia attuale dovrà essere diversa "non solo nella forma, ma anche nell'essenza". Donoso qui mostra, tra l’altro, la sua propensione (tipicamente moderna) a ricercare nel passato il significato e il senso del presente: "(…) per riconoscere il presente bisogna indovinare qualcosa del futuro e conoscere un po’ il passato" (9), scrive infatti. "Con questo metodo, nuovo disgraziatamente tra noi, ci sarà dato di dissipare (…) le tenebre della Storia" (10). Immancabile il richiamo alla Rivoluzione Francese, infine, che è un po’ il termometro dell'evoluzione donosiana: la Rivoluzione Francese ha detronizzato Dio e instaurato il culto della ragione, i "deliri umani (…) mai andarono più oltre" (11).

    Il problema posto da Donoso nella "Espana desde 1834" è sviluppato nella serie di articoli sul tema "De la Monarquia absoluta en Espana", pubblicata sulla stessa ''Revista de Madrid'' (12). Adesso la monarchia assoluta (che prima aborriva) e quella costituzionale (che tanto lo entusiasmava) sono giudicate con maggiore serenità e distacco; esse sono condizionate alle circostanze storiche e acquistano valore a seconda di queste.

    Si è commesso l'errore, dice, di fare "tabula rasa" del passato senza vedere cosa c’era da salvare nella vecchia istituzione, quanto d'essenziale e non di accidentale, di permanente e di dovuto al tempo. Il tema della ragione oppressa dalla autorità religiosa è completamente sparito, anzi, il primo fattore agglutinante della società è proprio quello religioso.

    Quando i barbari distrussero il potere di Roma e ruppero i vincoli che univano le province con la metropoli, solo le istituzioni municipali sopravvissero, ma, non potendo più svilupparsi al riparo dei Cesari, si svilupparono al riparo della Chiesa; non avendo imperatori, furono protetti dai vescovi. La Chiesa era "un'istituzione forte, sì, o poderosa, come in quei secoli di barbarie e di rudezza conveniva, ma non dispotica e dittatoriale, perché la sua natura e la sua indole resistono al dispotismo ed escludono la dittatura" (13).

    La Chiesa era democratica per la sua indipendenza, per il suo modo di governare coi Concili, per le modalità d’elezione dei suoi vescovi, per il suo fine che è regolare i costumi del popolo. C'era insomma all'inizio una perfetta compenetrazione fra Chiesa e popolo, fra il principio democratico e quello religioso. Quando i Goti, che avevano introdotto nella penisola la Monarchia, si convertirono, i tre grandi principi, religioso, monarchico e democratico, si fusero.

    Nacque così l'istituzione, dove i fattori religioso e democratico fungevano da argine agli arbitrii. Ecco, Donoso ha trovato l'anima della storia di Spagna. La serie di articoli si ferma a questo punto e lo sviluppo della tematica non va oltre, non si sa bene il perché, ma Donoso ha avuto il tempo di lanciare la sua prima grande difesa della religione cristiana, intesa come uno dei maggiori fondamenti su cui poggia la società.

    "Se tra i fanatici politici e i fanatici religiosi fosse giocoforza scegliere, sceglierei sempre più quelli che aspirano a conquistare il trono di Dio che quelli che smuovono i troni del mondo, perché mentre nell’orgogliosa esaltazione dei secondi c'è un non so che di materialista e di terreno che degrada, nella rassegnata umiliazione dei primi c'è un non so che di ideale e di spiritualista che eleva. I tribuni sogliono avere in un corpo libero un'anima schiava, come i martiri in un corpo schiavo un’anima libera. Io preferirò sempre alla bassezza del tribunato la sublimità del martirio" (14).

    Il distacco dal liberalismo si compie. I fatti hanno sostituito ormai le astrazioni nella sua analisi. I poteri che ebbero fine con la Rivoluzione Francese non sono più usurpati.

    2. Antirivoluzione e Controrivoluzione.

    L'attacco a fondo alla ragione è lanciato da Donoso nel "Estado de las relaciones diplomaticas entre Francia y Espana, explicado por el caracter de las alianzas europeas", articolo apparso nella "Revista de Madrid” nello stesso 1838, La ragione, scrive Donoso, si era emancipata faticosamente dall'autorità religiosa solo per sottomettersi a quella dei filosofi? No: il cammino della ragione terminava nell'adorazione di sé stessa. E nella ricerca del perché di tutte le cose, si chiese anche il perché delle istituzioni.

    Ma poiché questo 'perché' era in una sfera a lei superiore, lo negò; sdegnò le istituzioni esistenti come assurde, le condannò come mostruose e le esecrò come oppressive ed arbitrarie. La ragione si disse infallibile e non riconobbe esistenza a tutto quello che era al di fuori della sua portata. Il risultato fu la Rivoluzione Francese. Tutto l'articolo è infine pieno di profonde riflessioni sulla politica internazionale, che mostrano con quale vivissima attenzione Donoso seguiva gli avvenimenti europei.

    Della Russia, per esempio, nota acutamente che "abbisogna del Mediterraneo, perché senza il suo possesso l'industria delle sue province meridionali si estingue, e perché, chiusi i Dardanelli, la Russia non è signora del Mar Nero, bensì sua prigioniera. Abbisogna, infine, del Golfo Persico, perché il Golfo Persico è la direzione dell'India" (15). Interessanti sono altresì le parole che si riferiscono a Metternich: "Il giorno in cui cessi di esistere l'uomo di Stato che, come Atlante, sostiene l'Impero coi suoi omeri, o il giorno in cui i russi si impossessino di Costantinopoli, l’Austria sarà cancellata dal libro delle nazioni, o quanto meno da quello delle grandi potenze" (16).

    Il corrente 1838 è l'anno in cui Donoso, alla ricerca di un'arma efficace contro le rivoluzioni, incontra quasi per caso, come scogli su cui si infrange il torrente della sua logica, brani di quella verità che egli, "pellegrino dell'assoluto", va forse inconsapevolmente cercando. Scrive fra il settembre e l'ottobre undici articoli ne "El Correo Nacional" sul tema "Filosofia de la Historia, Juan Bautista Vico", per "sollevare nella sua patria un santo entusiasmo per gli studi gravi e severi" (17), forse intuendo che tra le armi più potenti di cui si è servita l'opera erosiva rivoluzionaria ci sono l'opuscolo e il libello.

    Fra l'ottobre e il novembre scrive le "Consideraciones sobro el Cristianismo" sulle stesse pagine. L'atteggiamento di Donoso nei confronti della religione prende forma e dimensioni. La verità religiosa è "l'unica che può servire da indistruttibile fondamento alle società umane" (18). Il Cristianesimo è "la verità e tutta la verità" (19) e "la più alta di tutte le filosofie" (20).

    Comincia ad apparire il teologo della storia: "(…) tutti i secoli che precedettero quello in cui nacque Gesù esistettero per preparare la sua venuta (...)" (21). L'influenza dei tradizionalisti francesi è evidente. Ma c’è di più: Donoso rimane impressionato dall'entrata, sulla scena contemporanea, del proletariato, il "quarto stato", di cui presentisce la terribile forza, ancora latente nei sobborghi parigini. Negli "Antecedentes para la inteligencia de la Cuestion de Oriente", dieci articoli scritti su "El Piloto" (agosto-settembre 1839), l'elogio a De Bonald è esplicito (22).

    Gli occhi di Donoso sono puntati sulla Russia: "(…) la Russia è stata abbastanza astuta da coprire la sua ambizione con l'apparenza della generosità e della giustizia" (23), ma "la Russia, guerriera per vincere, vince per proteggere il vinto. E nel momento in cui il vinto prende il nome di suo alleato, si converte in sua vittima e in sua preda. Le vittorie della Russia conducono alla protezione; la sua protezione alla morte" (24).

    Tornerà ancora sulla Russia. Il giudizio sul carlismo, poi, rispetto a quello dato in precedenza, è addirittura benevolo: "Due principii contrarii lottano (…) per l'imperio della società spagnola. L'uno si appoggia sulla tradizione; l'altro s'appoggia sulle idee" (25). Ma il nemico per Donoso Cortés è la Rivoluzione. L'esperienza e lo studio forse non gli hanno fatto ancora ben capire cosa è, ma è già chiaro che vuole la soppressione della Monarchia, della religione, della forza pubblica, delle dogane, del governo e addirittura dello Stato, la miseria dei ministri del culto e di coloro che ottengono incarichi pubblici (26). Naturalmente l'atteggiamento di Donoso di fronte alla Rivoluzione, come si vede, è ancora "borghese", ma se antirivoluzionari si può anche nascere, controrivoluzionari si diventa.

    3. La campagna contro Espartero.

    Nemmeno il Ministero Pérez de Castro dura a lungo. L'opposizione apre la crisi su un progetto di legge teso ad escludere le Cortés dalla supervisione sull'imposizione di nuovi tributi. La Regina scioglie le Cortés. E’ l'ora di Espartero, la cui popolarità è nel frattempo cresciuta a dismisura.

    L'urto tra Espartero, attorno a cui si erano stretti gli "exaltados", e la Regina, che propendeva per i moderati, non poteva tardare. L'occasione viene data dal dissenso corso tra i due sulla "Ley de Ayuntomientos" (27). La Regina e il generale si incontrano a Barcellona, Espartero accetta la carica di Presidente dal Consiglio, ma della legge non ne vuole sapere. Maria Cristina allora firma la "Ley" all’insaputa del generale, ma questi, venutone a conoscenza, si dimette (15 luglio 1839).

    II 18 luglio scoppia una rivolta a Barcellona e la Corte si trasferisce a Valencia. Il 24 agosto si forma un nuovo governo, ma cede subito il posto a un Ministero moderato. Nel settembre, nuova rivolta a Madrid e in altre province. La Regina, chiede ad Espartero di riportare l'ordine, ma Espartero rifiuta. Un nuovo governo progressista dura qualche giorno. Questa volta la Regina rinuncia addirittura alla Reggenza, in favore di Espartero e il 17 ottobre parte per la Francia. A Marsigila trova ad attenderla Donoso Cortés, che aveva preparato il suo arrivo. Nell'ottobre 1840 Maria Cristina indirizza agli spagnoli un Manifesto, sicuramente redatto da Donoso. Da Marsiglia, indi, si trasferiscono a Parigi. Qui Donoso ha un primo contatto con l'intellettualità francese.

    Ma si apre uno spinoso problema: la Regina, rinunciando alla Reggenza, aveva rinunciato anche alla tutela delle figlie? I progressisti dicevano di sì. Maria Cristina, allora, per amor di pace, accetta un Consiglio di Tutela, di cui anche il nostro Donoso farà parte. Nel marzo 1841 gli viene affidata la delicata missione di andare a Madrid per mettersi d'accordo con Espartero sulla faccenda.

    Intanto in Spagna le rivolte contro il Reggente si moltiplicano, l'episodio più spettacolare è l'assalto al Palazzo Reale per liberare la piccola Isabella, che costa la vita al suo romantico promotore, il generale Diego de Leon (28). Intorno alla giovane Isabella si intrecciano gli intrighi e le cospirazioni, cui non sono estranei nemmeno l'Infante Prancisco de Paula, fratello del defunto Re, e la moglie Luisa Carlotta, sorella di Maria Cristina. La missione di Donoso fallisce.

    Redige allora un Manifesto di protesta che la Regina Madre lancerà nel luglio. Il 10 luglio 1841 le Cortés nominano tutore Don Agustin Argùelles, uno dei costituzionalisti del 1812. A Donoso Cortés non resta che tornare a Parigi in esilio volontario con altri moderati, come Martinez de la Rosa, Cea Bermùdez, Toreno, Alcalà Galiano, i generali O'Donnell e Narvàez. Con loro inizia a Parigi un'intensa attività anti-Espartero (29). A cosa attribuire la fedeltà incondizionata, quasi romantica, di Donoso Cortés per Maria Cristina? In questa donna, che aveva ispirato il cavalleresco amore di Isturiz, Donoso vede in realtà un'istituzione sacrosanta: la Monarchia spagnola legittima.

    A Parigi può finalmente conoscere Gulzot e Roger-Collard; anzi, quest'ultimo lo ammetterà all' "Institut", di cui era presidente.

    E' opportuno intanto dare un'occhiata agli articoli antiprogressisti che Donoso inviava ai giornali spagnoli, per vedere a che punto è l'evoluzione del suo pensiero. Si precisa la sua posizione nei confronti dell'assolutismo: "(…) sono di quelli che credono che non ci sono diritti assoluti sulla terra; che gli insensati che li reclamano per sé, siano principi, siano assemblee deliberanti, siano popoli, pronunciano una bestemmia contro Dio e commettono un delitto contro gli uomini; che ogni diritto non limitato da un dovere si chiama tirannia, come ogni dovere che non sia accompagnato da un diritto si chiama schiavitù; che le parole 'dovere’ e 'diritto’ non sono mai state separate tra loro senza che la loro separazione abbia cessato di dare al mondo lo spettacolo delle baccanali imperiali o delle baccanali rivoluzionarie, senza che la loro separazione abbia cessato di dare al mondo lo spettacolo di un uomo in delirio o di un popolo demente'' (30). Non ci stupisca lo stile: Donoso, come ben nota Valverde, ''appartiene più alla razza degli oratori che a quella dei giornalisti" (31).

    A Parigi Donoso diventa il teorico e l'anima dei gruppo moderato che nel 1843 avrà la meglio su Espartero. Svolge le mansioni di segretario della Regina Madre. In Spagna intanto si moltiplicavano le sollevazioni e le fucilazioni, gli intrighi e le cospirazioni.

    Barcellona viene duramente bombardata da Espartero, finché costui, stufo di vedere governi entrare e uscire, scioglie le Cortés e governa da vero e proprio dittatore, mettendosi contro l'opinione pubblica. L'attività parigina di Donoso si intensifica, ma, tra una cosa e l'altra, trova il tempo di approfondire la lettura degli scrittori tradizionalisti, Ora può osservare da vicino l'ambiente e rendersi conto appieno dei ‘fatti' su cui un De Maistre e un De Bonald hanno basato le loro intuizioni.

    Alcune lettere scritte nel 1842 a "El Heraldo" testimoniano l’impronta sempre più marcata che il tradizionalismo francese va lasciando sul pensiero donosiano, La monarchia di luglio, dice, nata dalla rivoluzione, non durerà a lungo, perché "l’idea della Monarchia non appartiene alla famiglia delle idee rivoluzionarie; un Trono è la loro contraddizione e non può essere loro conseguenza" (32).

    Il razionalismo è poi del tutto abbandonato: "Senza la fede non so ciò che è la verità, e non comprendo che lo scetticismo" (33). Tributa infine un plauso incondizionato agli uomini politici cattolici come O’Connell, "questo ciclope irlandese che ha fatto l’Inghilterra sua incudine. Nei tre regni uniti non àvvi chi con la testa gli giunga alle ginocchia" (34), ma non come Lamartine, "specie di conservatore radicale e di poeta prattico (sic)" (35), che si è separato dai principi cattolici: "(…) M. de Lamartine, che non è un gran filosofo, ignora di essere inconseguente con sé stesso quando predica la pace ad ogni costo e chiede il progresso indefinito della libertà e dell'industria" (36). Il liberalismo economico conduce alla concorrenza più sfrenata, e questa alla discordia in tutte le parti del corpo sociale; l'influenza tradizionalista è sempre più evidente.

    "Il cristianesimo" è ora "meraviglioso in tutte le sue cose (…). La sua spiegazione è sempre tanto trascendentale che confonde i filosofi, e tanto semplice, che i bambini la comprendono; (…). Cosa singolare! Le soluzioni che dà il cristianesimo a tutti i problemi sono allo stesso tempo le più accettabili nella teoria e le più convenienti nella pratica. L'uomo della filosofia è un uomo mutilato; quello del cristianesimo, completo" (37). Un'ultima stoccata all'eclettismo dottrinario; "Che altra cosa significa la coesistenza di tutti gli elementi sociali senza la gerarchia, se non la guerra, senza la vittoria?" (38).

    Ma durante la sua permanenza a Parigi Donoso non si occupa soltanto di letture e di campagne antiprogressiste. Già sta febbrilmente preparando il matrimonio di Isabella: sua è infatti l'idea di scegliere come sposo il diciottenne conte di Trapani, fratello di Maria Cristina. L'idea è da costei accettata con entusiasmo. Documenti conservati nell'archivio familiare dei Donoso, a Don Benito (39), fanno fede degli abboccamenti avuti sulla faccenda da Donoso con Guizot, Lavergne (40) e Luigi Filippo.

    4. I moderati al governo.

    Nell'agosto del 1843 Espartero finalmente cade. Il nuovo "uomo forte" è il moderato generale Narvàez, che dichiara subito Espartero traditore, esiliandolo. Ma anziché prenderne il posto come Reggente stima più prudente far dichiarare dalle Cortés la maggiore età della tredicenne Isabella. II 6 novembre Donoso Cortés, deputato per Badajoz, pronuncia un discorso alle Cortés in difesa della proposta di Narvàez.

    Battute da Narvaez le truppe fedeli a Espartero a Torrejon de Ardoz, Donoso può nutrire speranze più concrete per quanto riguarda l’instaurazione di una monarchia moderata, strutturata sui principi tradizionali e cattolici della vecchia monarchia spagnola. A cosa porta il progressismo, dice, tutti lo hanno visto.

    E’ ora di cambiare. "Cosa sia stato il regno di Dona Isabella II, durante la sua minorità, tanto turbolento o più che gli anteriori, è cosa che non offre alcun genere di dubbio. Una guerra civile di sette anni, sedizioni continue, questioni politiche, questioni dinastiche, scandali, ammutinamenti, devastazioni, incendi; di tutto abbiamo dato esempio, signori, come se tutta la Storia avesse voluto riflettersi qui con tutti i suoi scandali e tutti i suoi crimini" (41).

    "Durante il governo del generale Espartero non si sa che Governo ci sia stato in Spagna. Si chiamava Monarchia costituzionale, e non si ebbe traccia di una Costituzione, né di una Monarchia. Si chiamava Monarchia cattolica, e la potestà governativa era atea. Si chiamava Monarchia rappresentativa, e il simbolo della potestà non era uno scettro, ma una sciabola. Si chiamava Governo di discussione, e non discusse che un partito" (42).

    L'8 novembre le Cortés dichiarano Isabella maggiorenne. Donoso diventa suo segretario particolare. Ora però bisogna creare un'opinione pubblica favorevole al ritorno di Maria Cristina. Donoso scrive l'incompiuta "Historia de la Regencia de Maria Cristina", opera che "per lo studio della crisi della Monarchia nel 1832 è, senza dubbio, il pezzo più prezioso della storiografia; per la comprensione di quel che fu 1'origine della Monarchia liberale, il più importante; per apprezzare l'evoluzione politica di Donoso, decisiva" (43).

    Donoso Cortés ha ora trentaquattro anni e non è ancora completamente uscito dall'atmosfera liberale che avvolge gli uomini del XIX secolo, ma le cose che lo tengono legato al liberalismo cominciano ad essere veramente poche. E se ne rende conto? "Non nascondo che le dottrine che professo in materie religiose, politiche e morali, a forza di essere antiche, vanno diventando nuove e strane alle orecchie delle genti" (44).

    Dove è finito colui che si proclamava "figlio del suo secolo"?; "So che (la presente generazione) ammette e proclama come cosa posta fuori di ogni dubbio il principio della perfettibilità indefinita della società e dell'uomo, quando io do per scontato che l'umanità è identica a sé stessa in tutta la prolungazione dei tempi; (…) so che il vapore, miracolo dell’industria, non sopprime le distanze, né è l'agente più poderoso della contrattazione tra i popoli, ma che estingue poco a poco il patriottismo nelle nazioni, so che quel che guadagnano in cultura lo perdiamo in innocenza, e che col raffinarsi dei diletti si alterano i costumi. So che ciò che serve da regalo ai nostri sensi snerva i nostri sentimenti e infiacchisce le nostre anime (…)" (45).

    Adesso "una rivoluzione non è solamente un crimine, ma il maggiore di tutti i crimini, perché è il crimine. Le rivoluzioni sono la stessa cosa nel politico che nel morale il peccato" (45). Non cadiamo però nel facile errore di credere che Donoso sia diventato fautore di un immobilismo tecno-socio-politico assoluto. Queste sono, per ora almeno, soltanto intuizioni che faranno parte di un discorso compiuto soltanto quando il suo pensiero giungerà a maturità. E Don Carlos? L'apostrofe delle ''Consideraciones sobre la diplomacia" si è dissolta come neve al sole. Considera il pretendente al Trono di Spagna sempre in errore, perché la Prammatica è valida e sacrosanta, ma ammette adesso la sua buona fede (47).

    Il 10 novembre Isabella compie tredici anni e giura sulla Costituzione, ma sprovvedutamente incarica il progressista Salustiano Olozaga di formare un governo. Scoppia uno scandalo; si accusa Olozaga di avere estorto il consenso alla Regina con la forza. Il governo Olózaga dura diciannove giorni, dopodiché Olozaga viene esonerato (è Donoso a redigere il decreto) e si forma il Ministero Gonzalez Bravo (48).

    Donoso è spedito come inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso Maria Cristina, con la missione speciale di convincerla a tornare in patria. Questa però esigeva che si desse un titolo nobiliare al marito Fernando Munoz, l’ex guardia del corpo che aveva sposato morganaticamente. Donoso Cortés torna a Madrid e ottiene all’uopo la creazione per il Munoz del ducato di Riansares. Il 28 febbraio 1844 la Regina Madre e il marito tornano in Spagna, E' naturalmente Donoso a pronunciare il discorso di benvenuto. Coi moderati al potere e Maria Cristina a Madrid le quotazioni di Donoso salgono alle stelle; egli si avvia così a diventare la "eminenza grigia" della politica spagnola.

    Ma il pensiero di Donoso non è rimasto fermo mentre il suo proprietario era assorbito dalle questioni politiche contingenti. Un articolo pubblicato sulla "Revista de Madrid" l'anno prima ci dice a che punto è (49). Nell'articolo sono già delineati alcuni dei grandi temi di quella che sarà l'opera capitale di Donoso Cortés, lo "Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo". Donoso è ormai rivolto decisamente in. favore del cattolicesimo, come civiltà europea da contrapporre alle rivoluzioni.

    D'ora in poi penserà, alla vera Spagna in termini di Monarchia, Cattolicesimo e Democrazia (50), ed è già chiaro per lui che è dall'opinione che un popolo ha di Dio che dipendono le sue idee sociali, politiche e culturali. ''L’Oriente fu idolatra dell'autorità, e l'idolatria della autorità è il dispotismo; la Grecia fu idolatra della libertà, e l'idolatria della libertà è lo sfrenarsi delle passioni popolari; Roma patì successivamente l'infermità di queste due funeste idolatrie, e fu schiava dei tumulti del Foro e della stravaganza dei Cesari".

    Ma "una società cristiana, qualunque sia la forma del suo governo, non è né idolatra della libertà fino a confonderla con la licenza, né dell'autorità pubblica fino a confonderla con lo Stato". Il Cristianesimo "ha distrutto allo stesso tempo la schiavitù nella famiglia e nella società (…); il cristiano è libero in presenza dell'altro uomo, libero in presenza del principe, libero in presenza di Dio". "Cosa singolare! L'Europa non è stata lacerata dal dispotismo e dalle rivoluzioni, conseguenze queste inevitabili di quelle due grandi idolatrie, fino a quando il protestantesimo non venne a distorcere il corso della civiltà cattolica, e a restaurare nelle sue proprietà essenziali la civiltà pagana" (51). Anche il giudizio su Lutero è radicalmente mutato, dunque.

    5. La Costituzione del 1845.

    Ma gli intrighi e le rivolte in Spagna continuano. Dal dicembre 1834 a dicembre 1844 vengono fucilate 214 persone, tre volte di più di quante non ne avesse giustiziate lo stesso Ferdinando VII in diciassette anni di regime assolutista (52). Per mettere fine ai disordini e all'anarchia il 2 maggio 1844 Narvàez decide di assumere direttamente il potere. Lo terrà fino al 1846, Sono due anni di relativo respiro.

    Narvàez reprime i moti con durezza, tanto da meritarsi l'appellativo di "espadón de Loja", crea la Guardia Civile, inizia una riforma agraria e comincia a riallacciare i rapporti con la S. Sede. Si convocano nuove Cortés e Donoso viene eletto per la quarta volta deputato. Ma Narvàez non può governare con la Costituzione del 1837: è troppo progressista. Viene nominata allora una Commissione per la riforma e Donoso ne è segretario.

    La nuova Costituzione sarà praticamente creatura sua, come sua è la redazione del resoconto della Commissione, che egli stesso leggerà alle Cortés nel novembre l844. Le difficoltà cominciano fin dal primo momento perché il partito moderato si spacca. (53). Joaquin Francisco Pacheco, amico di gioventù di Donoso, e un gruppo di deputati si costituiscono in partito indipendente ("puritanos"), perché non vogliono che si tocchi la vecchia Costituzione. La nuova Carta, seppure tra mille difficoltà, vede alfine la luce.

    E' molto più conservatrice della precedente: il principio della sovranità nazionale è negato; il Senato diventa di esclusiva nomina regia; spariscono la supremazia del "Congreso" in materia finanziaria e le giurie per i crimini di stampa; si nega alle Cortés il diritto di riunione indipendentemente dalla convocazione della Corona; si dichiara infine la religione cattolica, apostolica, romana, sola religione dello Stato. "Con la ratifica della nuova Costituzione inizia il periodo di maggiore influsso di Donoso, sia a Palazzo che al Governo" (54).

    Il 16 novembre Donoso Cortés pronuncia alle Cortés un discorso in difesa dell’emendamento che renderà i senatori di nomina regia. Qui troviamo una riaffermazione dei principi e un chiarimento: "Il cattolicesimo, la monarchia, la democrazia, ecco al completo la verità spagnola". "Quando io parlo della Monarchia democratica (…), non parlo della Monarchia delle turbe. La Monarchia democratica è quella in cui prevalgono gli interessi comuni sugli interessi privilegiati, gli interessi generali sugli interessi aristocratici" (55).

    Ma l'evoluzione di Donoso è proprio così fluente, lineare, priva di soluzioni di continuità? No, il pensiero di Donoso subisce le sue scosse di assestamento. Osserviamolo il 15 gennaio 1845, mentre difende in Parlamento un emendamento alla legge di dotazione del culto e del clero: '' (…) le rivoluzioni sono come l'uomo, un miscuglio di bene e di male, di grandezza e di piccolezza, di debolezza e di potenza, di luce e di tenebre'' (56).

    E’ un passo indietro verso l'eclettismo? Verso un "juste-milieu" tra le due interpretazioni estreme delle rivoluzioni? O non è piuttosto una confusa percezione dell'intervento della Provvidenza, che permette le rivoluzioni nella Storia per il raggiungimento dei suoi fini? La successiva teorizzazione di quel che si può riassumere nel vinetiano "libera Chiesa in libero Stato" è una professione di fede moderata o un espediente per cercare di favorire il più possibile la Chiesa?

    Forse ha ragione Suarez nell'affermare che "lo que Donoso persigue en estos anos es un régtmen, una Monarquia constitucional, en la que el Rey reine y gobierne y tenga la dirección del Estado y la autoridad plena en el gobierao" (57), e frasi come questa; "La discussione nei governi di discussione è sempre buona" (58), sembrano dar piena ragione a Suarez.

    Ma, comunque stiano le cose, è certo che Donoso presentisce fin da ora di essere alle soglie di una svolta, che sta per cominciare il suo secondo periodo, quello in cui "comincia a sospettare che le verità di cui è depositario vanno unite a gravissimi errori".

    "Questo secondo periodo viene nelle società come viene nell'uomo: con l'età e con i disinganni; viene dopo la rivoluzione, viene dopo atroci catastrofi" (59).

    E’ nello stesso discorso che Donoso Cortés dà un saggio della sua grande capacità di penetrare nelle ragioni della Storia (60). "In ogni epoca sociale c’è una specie di ricchezza che ha una virtù specifica: la virtù di comunicare ai suoi possessori la maggiore importanza nello Stato. Questa virtù specifica di comunicare ai suoi possessori l'importanza nello Stato la ebbe nei secoli medi la terra, e questa è l'origine, o la principale origine almeno, della grande importanza che raggiunsero i baroni feudali. Ma nacque il commercio, nacque l'industria, e allora si verificarono le rivoluzioni coetanee, una come principio e l'altra come conseguenza, l'una rivoluzione sociale e l'altra rivoluzione politica" (61).

    6. La questione dei "matrimoni spagnoli",

    Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo un momento al 1843, anno in cui un altro spinoso problema sorge all'orizzonte di quel tormentato paese; la questione dei "matrimoni spagnoli" (62). Bisogna trovare un marito per la giovane Isabella II; le Cancellerie europee si scatenano. La complicata faccenda può essere seguita agevolmente mediante alcune note scritte da Donoso fin dal dicembre 1843 e pubblicate per la prima volta da Valverde.

    La questione del matrimonio di Isabella, dice Donoso, "era stata trattata amichevolmente nel castello di Eu tra il re dei francesi, la regina d'Inghilterra e i due Ministri di Stato di queste Maestà. Si accordò in quell'occasione che S. M. il re Luigi Filippo avrebbe abbandonato ogni pretesa che avesse come oggetto di dare per marito alla regina Isabella uno dei suoi figli, e che la regina Vittoria avrebbe abbandonato la candidatura di un Coburgo e, per ultimo, che il marito della regina Isabella, sarebbe stato un discendente di Filippo V'' (63).

    Subito dopo in Spagna, come abbiamo visto, scoppiava lo scandalo Olozaga. Per sciogliere l'intricata questione i gabinetti inglese e francese trovavano conveniente il ritorno di Maria Cristina in patria. Ma il gabinetto inglese preferiva che la Regina Madre tornasse in Spagna dopo le nozze della figlia, o, viceversa, tornare subito, ma spostare indefinitamente il matrimonio; era opportuno che il Parlamento britannico rimanesse all'oscuro di tutta la faccenda, visto che apparentemente non corrispondeva agli interessi dell'Inghilterra (64). Era comunque in generale d'accordo sull'idea di Donoso, cioè sulla candidatura del conte di Trapani.

    Il 21 dicembre Donoso ha un colloquio con Luigi Filippo. Questi gli fa presente, tra l'altro, di non essere intervenuto contro Don Carlos perché era dell'opinione che gli interventi stranieri rendono più popolare la fazione contro cui si interviene e danno luogo a reazioni spaventose. Confessa altresì che se Don Carlos avesse vinto, egli lo avrebbe riconosciuto e appoggiato. Sul viaggio di Maria Cristina è irremovibile: non bisogna compromettere i rapporti con l'Inghilterra.

    Donoso fa presente che un ritardo della Regina Kadre può debilitare la posizione dei moderati a Madrid. Il re se ne esce con uno sconsolato: "E in vista di questo che dobbiamo fare, Donoso?" (65). Donoso avrebbe la soluzione? Maria Cristina risponda alle Cortés che non tornerà fin quando le nozze non siano state concertate tra Napoli e Madrid. Ella tornerà prima dell'approvazione del matrimonio da parte delle Cortés. Il re accetta.

    Il 23 marzo 1844 Maria Cristina arriva a Madrid. I febbrili preparativi delle nozze sono descritti da Donoso nel suo "Diario de 1844" (66). La cosa va per le lunghe, tanto che nel luglio 1845 Donoso deve tornare a Parigi, a riprendere i colloqui con Guizot e Luigi Filippo. Qui Bulwer, ambasciatore britannico a Madrid (67), gli rivela le trame della politica inglese: la Gran Bretagna, non si sarebbe opposta alla candidatura di un Borbone (al momento il conte di Trapani) se questo però fosse risultato gradito agli spagnoli, in caso contrario l'Inghilterra avrebbe agito secondo il suo interesse.

    Ma: "(…) mi disse Bulwer che era convinto che il desiderio del suo governo fosse che egli, sotto la propria responsabilità e senza istruzioni, facesse tutto il possibile per far fallire il matrimonio, ma mi assicurò che non sarebbe caduto nella rete che gli tendevano e che non avrebbe mai oltrepassato le istruzioni del suo governo" (68). In Spagna, intanto, il conte di Trapani diventava impopolarissimo, specialmente tra i liberali (69), e principalmente per due ragioni; la prima era che il Trapani era stato educato dai Gesuiti ed era figlio del re di Napoli, simpatizzante per Don Carlos; la seconda (e non inferiore per importanza) era che il Trapani era il candidato di Maria Cristina, come lo stesso Donoso avrà a confessare (70).

    Ora la coscienza di Donoso si trova di fronte ad un dilemma: votare per Trapani è ormai un cattivo affare per le ripercussioni internazionali che avrebbe; votargli contro sarebbe un affronto a Maria Cristina, e questo per Donoso Cortés è impensabile. Decide così di "astenersi da ogni azione e di ritirarsi nelle sue tende", come scriverà a Lavergne (71). La posizione neutrale gli costa il raffreddamento delle relazioni con la Corte, come dimostra l'accettazione delle sue dimissioni dall'incarico di segretario particolare della Regina (72).

    Ma l'astuta Maria Cristina, per non privarsi di un uomo come Donoso Cortés, lo fa nominare gentiluomo di camera della figlia (ottobre 1845).

    Per risollevare l'ormai compromessa popolarità della Regina Madre di fronte all'opinione pubblica, Donoso scrive un articolo, "Sobre la candidatura de Trapani", in cui si assume la responsabilità della scelta del conte, prende partito per il liberale Don Francisco de Asis e spiega i motivi che l'hanno indotto a mutare opinione (73).

    Maria Cristina decide alfine per Francisco de Asis e per far sposare l'altra figlia al duca di Montpensier, quinto figlio di Luigi Filippo, preferendolo a Leopoldo di Sassonia-Coburgo, candidato inglese, secondo le indicazioni di Donoso. Questi pensava di scongiurare così il pericolo rivoluzionario, che sempre vedeva venire da parte inglese: "(…) l’Inghilterra proteggerà qui sempre, più o meno, gli interessi rivoluzionari" (74).

    Il 17 settembre 1846 Donoso difende la doppia decisione in Parlamento. L’opposizione era infatti convinta che così facendo il Paese si sarebbe inimicato la Gran Bretagna, la quale d’altro canto strepitava, invocando il trattato di Utrecht (75). Donoso si assume il compito di dimostrare che il trattato non è stato violato. Il 16 ottobre 1846 si celebrano con gran pompa le doppie nozze e il 25 viene concessa a Donoso la nobiltà di Castiglia, coi titoli di Visconte del Valle e Marchese di Valdegamas, implicanti il grandato di Spagna, per se e per i suoi discendenti: Donoso si è riconciliato con la Corte, La vicenda delle nozze costa il posto a Narvaez. Il 31 dicembre il governo passa a Isturiz e nel febbraio 1847 al marchese di Casa-Rujo.

    Dopo il rituale discorso di apertura della Regina, le Cortés rispondono con un altro discorso, altrettanto rituale. E’ nel proporre un emendamento a quest'ultimo che il 4 marzo 1847 Donoso Cortès pronuncia un discorso sulle relazioni della Spagna con le altre potenze.

    E’ il primo dei grandi discorsi di Donoso. I facili ricorsi oratori, i richiami storico-filosofici sono abbandonati; il politico intelligente cede il posto all'oratore di primo piano. Lo stesso uditorio sembra presentire che questa volta Donoso Cortés magnetizzerà la platea, a giudicare dal movimento di profonda attenzione che segue il levarsi dell’oratore estremegno. La situazione internazionale è descritta con lucida freddezza.

    Lo sguardo di Donoso si appunta sull’Inghilterra, sulla Russia e sugli Stati Uniti, le uniche tre potenze che, a suo avviso, hanno una politica estera non vincolata: "L'Inghilterra ha un principio unico, determinante di tutte le sue alleanze: questo principio è conservare i suoi attuali mercati e aprirsi mercati nuovi.

    La Russia ha un principio unico determinante di tutte le sue alleanze: (…) assicurare le sue antiche conquiste e prepararsi a conquiste nuove; (…) gli Stati Uniti (ne) hanno due (…): uno, consacrare, far sì che entri, che formi parte del diritto delle genti il principio della libertà dei mari; l'altro, introdurre in questo diritto delle genti anche il principio che l’America appartiene a sé stessa e che l’Europa non ha diritto di intervenire negli affari di quella" (76). "L’Inghilterra, signori, non aspira al possesso materiale del globo; l'Inghilterra si accontenta di considerare il globo come se fosse un immenso campo di battaglia, e occupare le posizioni più vantaggiose, le posizioni strategiche" (77).

    Un avvertimento alla Spagna: "La dominazione esclusiva dell'Inghilterra in Portogallo è il nostro obbrobrio, (...) perché la potenza che sia signora del Portogallo è tutrice della Spagna” (78). E uno all'Europa: "(…) un Impero, il più colossale di quanti esistano sulla terra, si dirige, in ogni direzione, alla conquista del globo; mezzo asiatico, mezzo europeo aspira alla conquista dell’Asia, aspira alla conquista dell'Europa; l'Impero russo, signori, offre questo fenomeno singolare, questo fenomeno allarmante; questo è l'unico Impero nel quale si è visto lo spettacolo di un governo con tutte le raffinatezze della civiltà, comandare sessanta milioni di barbari. Or bene, signori; sa il Congresso, sa l'Europa, a cosa aspirano sessanta milioni di barbari diretti da una sola intelligenza? Errano grandemente, lo dico con dolore, quelli che hanno una fede profonda nella pace" (79).

    7. Il sopraggiungere della crisi.

    Già nella primavera del 1847 i rapporti tra gli sposi reali sono tesissimi, Isabella continua il processo suicida del prestigio monarchico cominciato dal padre e continuato dalla madre.

    E' una bella ragazza (o almeno lo era prima dell'abbandono fisico e morale e dei diciannove amanti), ma con una sfrenata sessualità che deriva da un fisico esuberante. Ha però un innato senso del suo ruolo che se non la salverà dall'aberrazione, contribuirà più volte a salvarla dal ridicolo (80). A niente vale l'opera del suo confessore, Sant'Antonio Maria Claret (81), né l'effeminato Francisco de Asta è per lei il marito più adatto.

    La stampa intanto discute e il popolo mormora sull'aperta inclinazione della Regina per Serrano, il "general bonito". Alcune parole, forse involontarie, di Maria Cristina offendono il real consorte e subito la coppia regnante si separa, con grave scandalo per la nazione. Don Francisco de Asis pretende, come prezzo della riconciliazione, l'allontanamento di Serrano e di Maria Cristina. Ancora una volta la Regina Madre deve prendere la via di Parigi, seguita dal fedelissimo Donoso.

    Ed ecco com'è la situazione spagnola agli occhi di Donoso Cortés: i regnanti sono divisi e senza più prestigio; il potere è in mano a José Salamanca, "avventuriero, arrivista e amorale"; Espartero torna come senatore del regno, grazie all'opera dei progressisti; Cabrera e Montemolin sono amnistiati, e questo costituisce una nuova fonte d'apprensione per la pace interna; i ministri cadono ad ogni pie sospinto; la vita privata della Regina è oggetto di pubblico ludibrio, il Re tacciato di carlista e cospiratore; Luigi Filippo comincia ad accarezzare l’idea di una abdicazione di Isabella in favore della sorella, cosa che tiene la Gran Bretagna sul chi vive; il caos più assurdo, insomma.

    Donoso Cortés sta cominciando a pensare seriamente a un colpo di mano che spazzi via il marciume e ristabilisca l'ordine. L’uomo che ci vuole è Narvàez; non gli è simpatico, ma non vede altra alternativa. "Su di noi stanno per venire catastrofi inevitabili e spaventose; prevedo uno scardinamento sociale, vedo venire la questione della forza, ed Ella è la persona in cui io pongo ogni mia fiducia" (83). Così gli scriverà l’8 agosto 1847.

    E' un periodo critico, questo, della vita di Donoso: scrive molto meno ora sui giornali, ma medita di più. Ha visto assassinii, fucilazioni, spoliazioni, ha vissuto in posizioni non di secondo piano la lotta politica, ha visto le turbe inferocite ed ha capito come sia facile per le masse lasciarsi ipnotizzare dai demagoghi, ha visto infine l'incapacità dei sistemi liberali per quanto riguarda l’organizzazione di una cosa pubblica la cui esistenza non sia messa a repentaglio dal minimo soffio di vento.

    Il 1847 ci mostra un Donoso stanco della lotta, scettico sulla possibilità di erigere la Monarchia sui principi liberali (84), ma la cui mente, sempre sincera con sé stessa e scevra di ogni compromesso, ricerca la verità ad ogni costo.


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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (Cap III / a)
    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO III


    1. La conversione.

    Il titolo del paragrafo non deve trarre in inganno: la conversione ‘anima et corpore’ di Donoso Cortés ai principi cattolici non è cosa repentina, bensì frutto di una lunga e sofferta evoluzione, di un doloroso cammino alla ricerca della verità prematuramente iniziato e fatto di illusioni e delusioni, di studio e di riflessione, di osservazione e di meditazione. La rivoluzione del 1848 avrà indubbiamente un'influenza considerevole sul mutamento di rotta di Donoso (1), ma "peccherebbe di superficialità chi, nel caso di Donoso, ammettesse una conversione prodotta dal panico o una brusca virata" (2).

    II cattolico sa che una conversione non è un fatto naturale, bensì soprannaturale; gli accadimenti contingenti hanno naturalmente la loro importanza, ma solo in quanto predispongono l'animo al cambiamento.

    Il 21 luglio 1849 così Donoso Cortés scriverà al marchese Blanche-Raffin, il traduttore del "Discurso sobre la dictadura': "Nell’intimo della mia anima io sono sempre stato credente; ma la mia fede era sterile, perché né governava i miei pensieri, né ispirava i miei discorsi, né guidava le mie azioni. Credo, tuttavia, che se al tempo in cui ero maggiormente lontano da Dio mi avessero detto: - Abiura il cattolicesimo, o soffrirai grandi tormenti -, mi sarei rassegnato ai tormenti, per non rinnegare il cattolicesimo. Tra questo stato d’animo e la mia condotta c'era, senza alcun dubbio, una mostruosa contraddizione".

    "Due cose mi hanno salvato: il sentimento squisito che ebbi sempre della bellezza morale e una sensibilità di cuore che rasenta quasi la debolezza; il primo doveva farmi, ammirare il cattolicesimo, la seconda doveva farmelo amare con il tempo" (3). Due fatti soprattutto colpiscono Donoso: la morte del fratello Pedro e l’incontro a Parigi con un misterioso personaggio di cui mai Donoso vorrà fare il nome. Nella primavera del 1847, come abbiamo visto, Donoso Cortés era a Parigi, ancora una volta al seguito di Maria Cristina.

    Qui al principio di giugno riceveva la notizia della grave malattia del fratello (4). Donoso si precipitava immediatamente al suo capezzale, ma Pedro moriva lo stesso mese. Seguiamo ancora la lettera a Blanche-Raffin: "Ma Dio mi aveva preparato un altro strumento di conversione più efficace e potente. Ebbi un fratello che vidi vivere e morire, e che visse da angelo e morì come morirebbero gli angeli se fossero mortali. Da allora giurai di amare e adorare, e amo e adoro… - stavo per dire ciò che non posso dire, lo stavo per dire con tenerezza infinita - il Dio di mio fratello", "II mistero della mia conversione (perché ogni conversione è un mistero) è un mistero di tenerezza. Non lo amavo, e Dio ha voluto che lo amassi, ed io lo amo! E poiché lo amo, sono convertito" (5).

    L'altro fatto che commuove profondamente Donoso è l'amicizia con l'uomo che la maggior parte dei biografi di Donoso identificano con Santiago de Masarnau (6). Il nome di costui verrà rivelato solo una volta da Donoso, due mesi prima della sua morte, a Bois-le-Comte, in casa di M.me Swetchine (7). Una frase, soprattutto, di Masarnau impressiona Donoso. Avendogli questi chiesto come mai la sua onestà gli sembrasse inferiore a quella del musicista, questo ultimo rispose: "E’ vero! E a che cosa si deve? Al fatto che io sono rimasto cristiano, mentre voi non lo siete già più" (8).

    Il significato della frase gli verrà spiegato dal fratello, uomo profondamente cattolico, in punto di morte. Così narra Donoso l'episodio a Raffin: "Durante il mio soggiorno a Parigi fui molto intimo di M….(9), e quell'uomo mi soggiogò con il solo spettacolo della sua vita, che avevo sempre cavanti agli occhi. Io avevo conosciuto uomini onorati e buoni, (…); e tuttavia, tra la bontà e l'onorabilità degli uni e la bontà e l'onorabilità dell'altro, trovavo una distanza immensa; e la differenza non stava nel differente grado di onorabilità, ma nel genere completamente diverso di onorabilità. Pensandoci su, finii per convincermi che la differenza consisteva nel fatto che la prima era onorabilità naturale, e l'altra soprannaturale e cristiana" (10).

    "E' veramente singolare che una modesta figura come quella del musicista (...) abbia potuto esercitare un simile influsso su una personalità forte come quella di Donoeo Cortés; (…). Perché d'altronde tanta riservatezza di Donoso, al punto da autorizzare supposizioni che, tutto sommato, restano arbitrarie?" (11). Non lo sappiamo, ma del resto "ogni conversione è un mistero''.

    La morte del fratello e l'incontro con Masarnau sono indubbiamente fatti decisivi per quanto riguarda la conversione di Donoso. Occorre però aggiungere che questi fatti trovano un terreno reso già fertile dalla tenera e filiale devozione che sempre aveva conservato nei confronti della Vergine (12) e da una non comune morigeratezza di costumi, integrità morale che aveva mantenuto anche dopo l'abbandono delle convinzioni religiose, dovuto alla lettura delle opere francesi. Così ne parla lo stesso Donoso a Bois-le-Comte: ''(…la lecture des ouvrages francaises qui avait suivi celle des auteurs latins, m’avait fait perdre les convinctions chrétiennes. Cependant, j'avais veillé sur moi avec severitè, j'avais conservé dea moeurs pures" (13).

    Da questo momento in poi Donoso Cortés lavorerà indefessamente per estrarre la verità politica e sociale dai principi del Cattolicesimo. I sei anni di vita che gli restano sono quelli del Donoso Cortés dello "Ensayo", dei discorsi di risonanza europea, l'uomo cui Napoleone III, Metternich, il Re di Prussia, il Papa chiederanno consiglio, l’uomo che susciterà l'ammirazione di Ranke, di Schelling e dello stesso Bismarck.

    2. Il ‘48.

    Il 4 ottobre 1847 Narvaez entra sciabola alla mano nella sala del Coniglio dei Ministri, rilevando d'imperio questi ultimi dalle loro funzioni. E’ un caso, unico nella storia, di colpo di Stato compiuto da un uomo solo (14), anche se, va detto, il "cervello" era stato Donoso Cortés. Si apre il "grande Ministero Narvaez", caratterizzato da un periodo di relativa tranquillità (15). E' l’ora dei moderati, l’élite tecnico-politica, nuova formula del dispotismo illuminato classico.

    Un mese prima Donoso aveva avuto un ultimo sussulto di "liberalume", per dirla alla Taparelli. Si tratta di quattro articoli pubblicati su "El Paro" e riguardanti le riforme che Pio IX aveva cominciato a concedere negli Stati Pontifici (16). E’ un tentativo di difesa abbastanza impacciato, rivelatore di un Donoso che ormai non ha quasi più nulla da spartire con il liberalismo. La speranza, mai sopita, di "realizzare l’indissolubile consorzio della libertà e dell'ordine" (17) gli fa vedere in Pio IX colui che porterà a compimento la grandiosa opera.

    Molto più interessante è invece per noi l'identificazione, negli articoli di Donoso, della civiltà occidentale con la Chiesa Cattolica, che d'ora in poi sarà il perno dell'interpretazione donosiana della Storia: ''La storia dell'Europa è la storia della civiltà? la storia della civiltà è la storia del cristianesimo? la storia del cristianesimo è la storia della Chiesa Cattolica, la storia della Chiesa Cattolica è la storia del Pontificato'' (18).

    Il disprezzo per il razionalismo (19), che, ponendo in dubbio le verità rivelate, ha inabissato l'uomo nello scetticismo, padre di ogni errore, è ora a chiare lettere espresso. Donoso scopre adesso il concetto cattolico di libertà; Dio, dice, ha posto un limite alla Sua stessa potestà: la libertà dell'uomo (20). "Il cattolicesimo ha spazzato dal mondo tutte le schiavitù, e ha dato al mondo tutte le libertà; la libertà domestica, la libertà religiosa, la libertà politica e la libertà umana" (21).

    La libertà cattolica è poi contrapposta alla libertà demagogica, "che venne al mondo in un giorno nefasto; che nacque dal deprecabile congiungimento e dalla perversa giustapposizione del filosofismo e della rivoluzione; (…) il cui giorno natalizio fu celebrato con lugubri e sanguinose ecatombi" (22). Di fronte a tutto questo si erge la Chiesa: "La democrazia vittoriosa l'accusò di essere assolutista, ella che aveva lanciato i suoi anatemi invincibili contro tutti i tiranni. La democrazia vittoriosa l'accusò di essere retrograda; ella che aveva allattato la libertà col suo fecondissimo petto" (23).

    Nel suo 'excursus’ storico Donoso cita anche molte opere di scrittori protestanti e 'liberipensatori’, come Voltaire, Seckenberg, Leibniz, Von Toux, Robertson, Sismondi, Von Muller, Ancillon, Coquerel, Voigt (24). Ciò dimostra l'interesse col quale seguiva le questioni religiose, specialmente quelle che ponevano in relazione il politico ed il teologico (il titolo del primo capitolo dell’Ensayo sarà, appunto: "Come ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica" (25).

    Ma quando si accorge che l’Inghilterra (per lui eterna promotrice e tutrice di tutte le rivoluzioni) cerca di riallacciare i rapporti con la S. Sede (26), gli sorge il dubbio che il Papa corra il rischio di confondere le libertà cattoliche con la libertà rivoluzionaria. Sente quindi il dovere di mettere in guardia il Pontefice: "Per il popolo inglese ci sono due grandi razze nel mondo, (…): la razza umana o la razza inglese, abbietta la prima, nobilissima la seconda. Dio pose la razza umana nel possesso di tutti i continenti e di tutti i mari, e poi creò la razza inglese per porla nel possesso della razza umana''.

    "Il popolo inglese è il simbolo dell'egoismo umano, posto in adorazione di se stesso ed elevato per mezzo dell’estasi alla sua ultima potenza, (…) dategli una formula o una interpretazione, anche se farisaica, che lo ponga in pace colla sua coscienza, e lo vedrete intentare le usurpazioni più obbrobriose e commettere i crimini più orrendi'' (27).
    Il "cruciale" 1848 (28) ha le sue ripercussioni anche in Spagna, anche se i moti sono facilmente repressi da Narvàez. Chi soffiava sul fuoco a Madrid, Siviglia, Barcellona e Valencia, era, manco a dirlo, l’Inghilterra, secondo quanto da tempo andava inutilmente predicando Donoso, tant'è vero che il governo è costretto ad espellere Bulwer, scoperto a finanziare i rivoluzionari (29). I tre avvenimenti che più impressionano Donoso Cortés sono l’avvento della repubblica in Francia, la fuga del Papa a Gaeta e la caduta di Metternich, lo "Atlante'' che reggeva l'Austria "co' suoi omeri''. Scrive gli "Estudios sobre la Historia", opera 'ad usum Delphini' per Isabella II. C’è da dubitare col Suarez (30) che la Regina avesse il tempo di studiare la Storia, è quindi più probabile che Donoso li abbia scritti per non venire meno al suo ruolo di Cassandra (30) della politica spagnola.
    Negli incompleti "Estudios" vediamo accentuarsi in Donoso la concezione provvidenzialistica della Storia: "Il caso, Signora, non esiste, né ad oscuri cospiratori è dato cambiare il sembiante del mondo e trasformare in un giorno le società umane" (32). E qui Donoso Cortés taglia ogni ponte con le correnti di pensiero della sua epoca: "Il Cattolicesimo che oggi da non so quali settarii oscuri e feroci è schernito e vilipeso a nome degli affamati, è appunto la religione di coloro che soffrono la fame. Il Cattolicesimo, oggi combattuto a nome dei proletarii, è la religione dei poverelli e dei bisognosi. Il Cattolicesimo combattuto a none della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità, è appunto la religione della libertà, della eguaglianza e della fratellanza umana" (33). L'influenza di S. Agostino e dei tradizionalisti francesi è evidentissima poi nelle considerazioni sull'origine della società e del linguaggio. La società, dice Donoso, è nell'ordine morale ciò che lo spazio è nell'ordine fisico. Essa è il luogo in cui fu posto l'uomo come essere intelligente e libero, è l'atmosfera propria della libertà e dell'intelligenza umana (34). Il supporre l'uomo intento a creare il linguaggio è cosa tanto assurda quanto il supporlo occupato ad inventare la società. Il razionalismo cade in un circolo vizioso, la creazione dell'uomo per mezzo dell'uomo (35). Avendo quindi la società origine con l'uomo in Dio, non è dato all'uomo di mutarne i fondamenti. L'ironia di Donoso si appunta su "quella teorica, famosa in altri tempi, secondo la quale la società sarebbe il risultamento di un contratto fatto al cospetto di Dio e fra le selve, da selvaggi sapientissimi nelle cose divine ed umane, fondatori di tutte le istituzioni religiose, politiche e sociali" (36); "questi medesimi selvaggi andavano pensierosi per i boschi pensando in quale maniera tradurre (…) in frase un gesto. Solamente ad un filosofo è concesso essere più ridicolo e assurdo di quei selvaggi" (37). Il titolo del capitolo VIII, infine, parla da solo: "Errore fondamentale della teoria della perfettibilità e del progresso indefinito" (38). Dove andrà a parare l'umanità con queste idee? Ecco: "(…) il Dio cattolico che in questa grande tragedia mondiale rappresenta la parte del tiranno, sarà fatto prigioniero, e l'antico dragone, oggi incatenato, salirà al potere illuminando l'orizzonte con il cangiante splendore delle sue squamme; il primo è il male vincitore del bene ne’ tempi del Paradiso terrestre; l'altro è il bene che prevarrà sul male ne' tempi socialisti" (39).

    Nel gennaio del 1848 Donoso aveva pubblicato in due volumi una collezione scelta delle sue opere. Il successo raccolto gli vale l'elezione a presidente della sezione di Scienze Morali e Politiche nell'Ateneo di Madrid. L'Accademia della Lingua gli offre un seggio. II 16 aprile ha luogo la solenne cerimonia, presente Nàrvaez e tutta l'élite intellettuale ed aristocratica di Madrid. Per l'occasione Donoso legge il suo "Discurso sobre la Biblia", una delle cose più abbaglianti dell'oratoria spagnola dell'epoca. "La grandiosità delle sintesi, l'emozione lirica, l'espressività del linguaggio, fanno di esso uno dei modelli classici dalla fastosa oratoria del secolo XIX" (40). Come mai Donoso sceglie per argomento "La Biblia como fuente de inspiracion"? Facilmente si intuisce: in Dio e nella sua parola è la soluzione di tutto. Ma più importante è per noi la ''Advertencia" ai due volumi di ''Obras escogidas", pubblicati nel gennaio: "Deciso, d’altra parte, a seguire d'ora in poi nuovi sentieri negli studi sociali e politici, (l'A.) ha creduto che questa raccolta potesse servire a segnare contemporaneamente la fine di un’epoca importantissima della sua vita e l'inizio di un'altra che non lo sarà meno" (41).

    3. Il "Discurso sobre la dictadura".

    Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi veniva assassinato a Roma e il 24 il Papa fuggiva a Gaeta. Il 30 novembre Donoso Cortés scriveva un articolo sui fatti di Roma ne ''El Heraldo''. Già nel 1831 Victor Hugo aveva sentito "il roco suono della rivoluzione", tuttavia lontano, nel fondo della terra, mentre estende, ''sotto ogni regno d'Europa, le sue gallerie sotterranee dal tunnel centrale della miniera che è Parigi" (42).

    Ora la rivoluzione era esplosa e Donoso ne vedeva i tentacoli estendersi su tutto il vecchio continente; si scaglia contro di essa con tutta l'irruenza di cui un estremegno è capace: "La demagogia è una negazione assoluta, la negazione del governo nell'ordine politico, la negazione della famiglia nell'ordine domestico, la negazione dalla proprietà dell'ordine economico, la negazione di Dio nell'ordine religioso, la negazione del bene nell'ordine morale. La demagogia non è un male, è il male per eccellenza; non è un errore, è l’errore assoluto; non è un crimine qualsiasi, è il crimine nella sua accezione più lata e terrificante. Nemica inconciliabile del genere umano, ed essendo venuta alle mani con esso nella più grande battaglia che abbiano visto gli uomini e che abbiano presenziato i secoli, la fine della sua lotta gigantesca sarà la sua fine o la fine dei tempi".

    "Il mondo vola; (…) Dio gli ha dato le ali con le quali vola, ed esso non sa dove va. Dove andava il popolo quando elevò a Parigi le sue barricate di febbraio? Andava alle riforme, e si incontrò con la repubblica. Dove andava quando elevò le sue barricate di giugno? Andava al socialismo, e si incontrò con la dittatura" (43). "Al punto in cui sono arrivate le cose, una soluzione radicale è urgentissima, (,,,) o una reazione o la morte'' (44). E' giunto per Donoso il momento di mostrare apertamente l'inclinazione per Narvaez, l'unico che può salvare la Spagna dalla rivoluzione.

    Le Cortés avevano dato a Narvaez poteri straordinari, onde consentirgli di meglio fronteggiare la situazione. Il 4 gennaio 1849, in un momento in cui il capo del governo era maggiormente attaccato dall'opposizione (45), si levava Donoso Cortés a pronunciare quel "Discurso sobre la dictadura", che sarà pietra di scandalo per intere generazioni di studiosi del pensiero donosiano.

    Non ci fermeremo a confutare la tesi di Karl Schmitt sul 'decisionismo' di Donoso, tesi che vorrebbe vedere nel marchese di Valdegamas un "teorico della dittatura" (46) o addirittura un precursore dello hitlerismo, come da altri è stato avanzato. La tesi di Schmitt è stata già demolita da Diego Sevilla Andrés (47), Eugenio Vegas (48), Angel López-Amo (49) e altri. Quanto all’hitlerismo, le stesse parole del discorso di Donoso mostrano che il tradizionalismo cattolico poco ha a che vedere col nazional-socialismo. Il fatto è che anche coloro i quali avevano plaudito al "Discurso" credevano d'aver trovato in Donoso Cortés l'ideologo del conservatorismo fine a sé stesso, il difensore degli interessi costituiti. La restaurazione si era risolta in un espediente meramente repressivo: aveva rimesso i Re sui Troni ma aveva lasciato fermentare le conquiste della rivoluzione, sedimentatesi durante l'epopea napoleonica. La Rivoluzione era infatti esplosa alla prima occasione con rinnovata violenza (49 bis).

    Costoro, comunque, ebbero a rimanere notevolmente delusi quando il Donoso Cortés che aveva procurato e sostenuto il potere a Narvaez, glielo tolse bruscamente due anni dopo; e questo perché nemmeno Narvàez doveva aver capito che il cattolico marchese di Valdeganas intendeva dare a Cesare quel che era di Cesare, ma non di più. Ma veniamo al discorso.

    Fin dalle prime parole Donoso Cortés sposta di peso il problema sui suoi giusti binari: "Signori, qual è il principio del signor Cortina? (…): in politica interna la legalità, tutto per la legalità, la legalità sempre, in tutte le circostanze ed in tutti i casi. Io, signori, che considero le leggi fatte per la società e non viceversa, vi dico: la società, tutto per la società, la società sempre, in tutte le circostanze, in ogni caso. Quando la legalità basta per salvare la società, sia la legalità, quando non basta, sia la dittatura" (50). "Dico, signori, che la dittatura, in certe circostanze, in circostanze come la presente, è un governo legittimo, buono, utile come qualsiasi altro" (51). Come si vede la filosofia di Donoso è semplice: a mali estremi, estremi rimedi. E per Donoso il male estremo è la Rivoluzione, repentinamente emersa dalla miniera parigina: "Signori, la rivoluzione di febbraio venne come la morte: improvvisamente" (52).

    Quando Donoso parla di rivoluzione non intende riferirsi alla spontanea "jacquerie" di cui patisce ingiustizia, rivolta tesa più che altro a ripristinare l'armonia e l’equilibrio turbati da, tiranniche potestà. "Le rivoluzioni sono malattie dei popoli ricchi, dei popoli liberi" (53). "No, signori, il germe della rivoluzione non è nella schiavitù, non è nella miseria, ma nei desideri della folla, sovraeccitati dai tribuni che la sfruttano e ne traggono vantaggi personali" (54). Sono i demagoghi, aggiunge, che instillano in orecchie ignare l’antica tentazione, adattandola a tutte le situazioni: - Eritis sicut Dii, sarete come Dei -. Donoso mostra apertamente l’abisso che si è aperto tra le sue posizioni attuali e quelle dei liberali: "La base di tutti i vostri errori, signori dell’opposizione, consiste nell'ignorare qual è la direzione della civiltà e del mondo. Voi credete che la civiltà ed il mondo avanzino, quando invece sia l'una che l’altro retrocedono. Il mondo cammina con passi rapidissimi alla costituzione di un dispotismo, il più gigantesco ed assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo". "Per annunciare tali cosa non mi è necessario esser profeta; mi basta considerare il pauroso insieme degli avvenimenti umani dal loro unico, vero punto di vista, dall’altezza cattolica" (55).

    Su quali elementi basa Donoso questa sua previsione? Dalla constatazione del fatto che "quando il termometro religioso è basso, la temperatura politica, la forza politica, la tirannia, salgono" (56). I cristiani dei tempi apostolici, dice Donoso, non avevano nemmeno tribunali, le loro vertenze erano risolte da arbitri. Ma scende la temperatura religiosa e appare la Monarchia feudale, la più debole fra tutte le monarchie (la religione è un po’ affievolita, è vero, ma è pur sempre nella regione del suo apogeo). Viene la Riforma luterana che abbassa vieppiù il termometro religioso, e appare la Monarchia assoluta. Con la Monarchia assoluta, gli eserciti permanenti. Cos'è un soldato, continua Donoso, se non uno schiavo in uniforme? (57). Scende ancora la temperatura religiosa ad ai governi assoluti non basta più un milione di braccia, vogliono adesso un milione di occhi. Nasce la polizia. La religione è quasi a zero; spunta la centralizzazione amministrativa (un milione di orecchi). Non basta: ai governi assoluti occorre poter essere dappertutto nello stesso momento. Questa facoltà, conclude, è messa loro a disposizione dal telegrafo. "La via è preparata per un tiranno gigantesco, colossale, universale, immenso; tutto è preparato per lui. Guardate, signori, già non vi sono resistenze fisiche, perché con le navi a con le ferrovie non esistono più frontiere, e con il telegrafo si sono annullate le distanze, e non vi sono resistenze morali, perché tutti gli animi sono divisi e tutti i patriottismi sono morti" (58).

    Credere Donoso nemico acerrimo d'ogni conquista tecnologica, sarebbe fargli ingiustizia. Egli aveva in realtà intuito la confusione che derivava dall'associare il progresso della tecnica con quello della libertà e della perfezione dorale dell'umanità, confusione che conduceva ad un concetto uniforme di progresso. Non era stato il primo. Fin dal 1835 Tocqueville aveva previsto l’avvento del "perfetto formicaio", figlio della centralizzazione amministrativa, la 'révolution Francaise' che "recommencers, toujours et c'est toujours la meme". La diagnosi di Donoso Cortés non ha (né poteva avere) la precisione scientifica d'un Ernst Troeltsch o d'un Max Weber, ma basta a darci l'esatta dimensione delle capacità, intuitive dell’oratore estremegno. Si salverà la società? Il mondo invertirà la sua marcia verso la catastrofe? E' possibile, dice Donoso, ma poco probabile: "Ho visto e conosciuto uomini che si erano allontanati dalla fede e che vi sono tornati; ma, sventuratamente, non ho mai visto un popolo tornare alla fede dopo averla perduta" (59).

    Riassumendo, la dittatura, in casi estremi e per brevi periodi, può essere necessaria (forse il miracolo stesso non è un potere straordinario, esercitato in situazioni straordinarie?); ma il problema non è questo: "Signori, se qui si trattasse di scegliere tra la libertà, da un lato, e la dittatura dall'altro, non vi sarebbe alcun dissenso; chi, potendo abbracciare la libertà, si inginocchierebbe dinanzi alla dittatura?" (60). "Ma la questione è diversa, si tratta di scegliere tra la dittatura dell'insurrezione e quella del governo; in questo caso scelgo la dittatura del governo, come la meno pesante e ingiuriosa" (61). La libertà è morta, conclude Donoso, ora bisogna scegliere tra la dittatura della Rivoluzione e quella dell’ultimo rimasuglio di governo legittimo che sia rimasto in piedi. Donoso non ha esitazioni: la sua opzione è per la seconda soluzione.

    4. La corrispondenza con Montalembert.

    Il discorso sulla dittatura ha una larghissima risonanza in Europa, E' tradotto in varie lingue, i giornali ne parlano diffusamente.

    Già dal 6 novembre 1848 Donoso Cortés era stato nominato ambasciatore di Spagna a Berlino, ed è da Berlino che si intreccia una fitta corrispondenza con Montalembert, corrispondenza della quale Donoso approfitta per chiarire la sua posizione. "Il destino delle società umane è un mistero profondo, che ha ricevuto due spiegazioni contrarie, l'una del cattolicismo, l'altra del filosofiamo. Ciascuna di queste spiegazioni, forma una civiltà completa, ma tra queste due civiltà àvvi un abisso insormontabile, un antagonismo assoluto, ed i tentativi fatti per un amichevole accomodamento tra loro sono stati, sono e saranno perpetuamente vani" (62).

    La civiltà cattolica, dice Donoso, insegna che la natura dell'uomo è inferma e caduca, quindi lo umano intendimento non può scoprire la verità se questa non gli viene rivelata. La civiltà filosofica insegna invece l'inverso, l'uomo è essenzialmente buono per natura, il suo intendimento può vedere la verità, scoprirla o inventarla. Essendo poi sana la sua volontà, cerca ed opera il bene naturalmente. La soluzione di ogni problema sociale sta nella eliminazione di ogni vincolo che impedisca all'uomo la libera estrinsecazione delle sue potenzialità, l'umanità sarà perfetta quando negherà Dio che è la sua catena soprannaturale; quando negherà il governo che è la sua catena politica; quando negherà la proprietà nel sociale e la famiglia, vincolo domestico (63).

    Donoso, avvezzo ad andare al fondo di ogni questione ha colto il nocciolo del problema: la pietra di paragone tra il cattolicesimo e le dottrine mondane è il Peccato Originale, dall'uno affermato, dalle altre negato. Ecco quindi l'errore fondamentale del luteranesimo e del rousseauianismo: dire che l'uomo è essenzialmente buono o affermare che è essenzialmente cattivo è, tutto sommato, lo stesso, perché ciò equivale a dire che non è libero. Ed ecco la frase che per più di un secolo è valsa a Donoso la qualificazione di 'pessimista': "(…) il trionfo col volgere degli anni, sarà irremissibilmente della civiltà filosofica" (64). Se Donoso Cortés fosse vissuto ai nostri giorni, il suo punto di vista sarebbe stato più ottimista? Ne dubito.

    Comunque, stando così le cose, a che pro combattere? Donoso così risponde: "Né mi si dica che se la vittoria è certa, la lotta è superflua, perché in primo luogo essa può ritardare la catastrofe, in secondo luogo essa è per i cattolici non solamente utile, ma doverosa" (65). "In quanto alla maniera di combattere, ne rinvengo una sola che possa oggi dare vantaggioso risultamento: il combattimento per mezzo della stampa periodica (…). I combattimenti dalla tribuna a poco giovano" (66). Queste ultime frasi sono meglio chiarite in una lettera del 4 agosto a Monsignor Gaume, vicario generale della diocesi di Montauban: "Mai ebbi fede né fiducia nell'azione politica dei buoni cattolici. Tutti i loro sforzi diretti a riformare la società per mezzo di assemblee e di governi saranno perpetuamente inutili (…). Sarebbe invece necessario invertire il procedimento, cominciando a riformare la società, e poi, valendosi della società già riformata, riformare le sue istituzioni" (67). Ecco le armi che Donoso, nemico d'ogni sovvertimento violento, propone (o sarebbe meglio direi ripropone?): l'apostolato e la predicazione.

    La corrispondenza con Montalembert viene pubblicata in Spagna su "El Pais" e "El Heraldo". Per rispondere all'accusa di manicheismo, contro di lui formulata dai redattori dei due giornali, Donoso scrive il 16 luglio alle due redazioni, professandosi cattolico: "Io sono cattolico puro; credo e professo ciò che crede e professa la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana" (68). "Ecco tutta la mia dottrina: il trionfo naturale dal male sul bene, e il trionfo soprannaturale di Dio sul male" (69). Come si ricorderà, Donoso aveva affermato nel discorso sulla dittatura di non aver mai visto un intero popolo ritornare alla fede; per lui la vittoria della civiltà filosofica è inevitabile, a meno di un miracolo.

    All'accusa di negare ogni validità alla ragione umana risponde che se per ragione si intende la facoltà che Dio ha dato all’uomo di comprendere ciò che egli rivela e di trarne conseguenze vantaggiose per la vita e per la società, allora Donoso rispetta e venera la ragione umana come una delle opere più stupende di Dio, ma se per ragione si intende la facoltà di inventare la verità e di comprenderne quei presupposti fondamentali da cui tutte le altre verità nascono, senza l'aiuto della rivelazione divina, questa ragione Donoso Cortés arditamente nega. Fra le idee fondamentali di tutte le scienze e la ragione, aggiunge, esiste la medesima relazione che fra gli oggetti esterni e la pupilla dell'occhio; è una relazione di coesistenza, non di causalità (62).

    Infine Donoso spiega perché la battaglia delle idee attraverso la stampa gli sembri l'unico tipo di lotta efficace: "Fra tutte le potestà nate dal nuovo ordinamento delle società europee, niuna è tanto grande, tanto colossale, quanto quella conceduta ad ognuno di parlare al popolo. Le società moderne hanno dato a tutti potere tessere periodisti; e a coloro che lo sono, hanno dato quel tremendo ufficio di insegnare alle genti, che Gesù Cristo diede solo agli Apostoli (…). L’arme che voi maneggiate può dare vita o morte". La parola è più terribile della spada, più rapida del fulmine, più distruggitrice della guerra (71).

    5. Ambasciatore a Berlino

    A Berlino Donoso resterà poco tempo; il clima gli è dannoso alla salute, non conosce poi il tedesco, difficoltà questa che lo infastidisce non poco. Ma la sua permanenza in Prussia lascerà il segno: il Re arriverà a citare passi dei suoi discorsi e lo stesso Bismarck lo menzionerà nelle "Memorie". Fin dalla prima udienza con Federico Guglielmo IV (che aveva una teoria semplicistica delle rivoluzioni, qualificava cioè semplicemente le città come rivoluzionarie e le campagne fedeli al trono) gli fa notare che il governo deve salvarsi da solo, e non aspettarsi tutto dai contadini. Nei dispacci che manda giornalmente a Madrid, Donoso si rivela perfettamente all'altezza del suo compito, diplomatico consumato e provvisto di acutissimo spirito di osservazione.

    Quel che si svolge sotto i suoi occhi è la lotta tra Austria e Prussia per il predominio sugli stati tedeschi, ma Donoso intravede anche le idee liberaleggianti che dall'Assemblea di Francoforte stanno invadendo la Prussia assolutista. La presenza di studenti ricchi tra i rivoluzionari glie ne fa intuire la causa: "(…) le dottrine filosofiche della scuola hegeliana, causa principalissima del giro radicale e disorganizzatore che di qua del Reno vanno prendendo le rivoluzioni" (72). Presentisce il pericolo che può rappresentare per l'equilibrio continentale la presenza di una grande potenza al centro dell'Europa: "L'Europa non può considerare la costituzione di una confederazione come equivalente all'unità della Germania, perché in realtà non equivale ad essa, poiché implica soltanto un ingrandimento della Prussia" (73).

    Ma l'analisi di Donoso si spinge più oltre. In due soli mesi di permanenza a Berlino si rende conto della esatta dimensione di quel che sta accadendo: "Lo scettro della dittatura europea mi sembra sia caduto dalle mani delle razze latine e che sia passato alle razze alemanne e slave", "La Francia stessa sembra camminare velocemente, se già non è arrivata, al termine di una prodigiosa decadenza. Da oggi in poi l'Europa dovrà ricevere tutto, il bene come il male, dalle razze che si muovono e si agitano da questa parte del Reno" (74). L'Assemblea di Francoforte vuole l'unità ad ogni costo, scrive, ma "la sua idea è ridurre la Monarchia a una sola testa, per poterla tagliare quanto prima" (75), l'esercito vede nell'unità solo il germanismo imperiale e tutti sono presi dalla stessa vertigine.

    "Gli uomini qui non sembrano agenti liberi, padroni di sé stessi, ma strumenti di un potere misterioso che esercita su tutti una operazione magnetica". Donde proviene questo potere misterioso? "(…) da quello che i tedeschi nel loro misticismo demagogico chiamano l'IDEA" (76). Federico Guglielmo IV, dice Donoso, è "completamente inaccessibile ad ogni genere di consigli. E come potrebbe prestare orecchio attento agli avvisi degli uomini colui che vive persuaso che li riceve da Dio direttamente? Il suo Consiglio dei Ministri è in cielo e lo stesso Dio lo presiede. Se ha ministri quaggiù è per forma: ma li disprezza tutti d'un sovrano disprezzo. In qual modo possa combinarsi un tal re con un Governo costituzionale, ce lo diranno fin troppo presto i fatti e la storia" (77).

    L'altero Sovrano ha rifiutato la Corona Imperiale che l'Assemblea gli offriva, ma "se si è opposto con ferrea risoluzione al decreto dell'Assemblea che poneva ai suoi piedi una corona, per riceverla poi con altro nome e in modo differente, è solo perché non poteva rassegnarsi a ricevere come dono quel che considerava come una proprietà, a ricevere dagli uomini quel che inviava Dio, a oscurare col decreto di un'Assemblea il decreto del cielo" (78). Ai poveri "principi tedeschi, collocati tra la rivoluzione che li schiaccia e la Prussia che li opprime con la sua onerosa protezione, non è rimasta altra scelta che quella del tipo di morte", cioè "se preferiscono morire di mano reale o di mano villana; hanno scelto la prima e si sono rassegnati alla morte" (78). II confronto tra democrazia e autoritarismo prima o poi verrà, è inevitabile, e sarà dappertutto. Si tratterà del cataclisma più grande che sia venuto sulle genti e che abbiano visto le nazioni, L'Europa uscirà da questo cataclisma, come annunciò Napoleone, repubblicana o cosacca" (80).

    Ricca di interesse è altresì la corrispondenza che Donoso da Berlino teneva con l'amico conte di Raczynski (1788-1874), ambasciatore di Prussia a Madrid. Le lettere rivelano un Donoso stanco e sfiduciato: ''(…) gli affari pubblici mi ispirano tal ripugnanza che sono risolto a ritirarmi tra un po’ in un angolo qualsiasi, per vivere con la mia famiglia, con i miei amici e i miei libri" (81). Confessa all'amico che il venire a Berlino gli è sembrato un modo onorevole di ritirarsi per un po’ dalla Spagna, dove prevede di lì a poco l'arrivo della rivoluzione, cui non vuole dover assistere da testimone impotente: "Mai mi sono lasciato ingannare dalle apparenze di tranquillità e di calma in Spagna. Una nazione corrotta fino alle midolla delle ossa, tanto in alto, quanto in basso, deve fatalmente soccombere, il giorno più impensato, in una maniera o in un'altra. Generalmente si crede che il socialismo non sia penetrato in Spagna: errore, errore profondo. Il giorno in cui si saranno rotte le dighe, vedrete qui più socialisti che a Parigi (…). Il carattere storico degli spagnoli è l'esagerazione in tutto; (…) abbiamo esagerato nella perseveranza, fino a lottare per sette secoli contro gli Arabi; abbiamo esagerato nel sentimento religioso fino a creare la Inquisizione; ci manca solo di esagerare nel socialismo, e certamente lo faremo. Allora vedrete ciò che sono gli spagnoli innamorati di un’idea buona o cattiva che sia" (82).

    Narvàez non è uomo di principi, "può essere un grande governante come è un grande guerriero: ma lo perderanno le cattive compagnie" (83). "Voi sapete che tra Narvàez e me non può esistere né amicizia, né simpatia; per i nostri caratteri, per i nostri gusti, per la nostra maniera di vedere e di apprezzare tutte le cose, siamo ai poli opposti" (84). Ma Narvaez è l'unico che abbia il polso e la volontà necessari per arginare la piena, per questo Donoso continuerà ad appoggiarlo. Chi avrebbe mai detto che sarebbe stato lo stesso Donoso, un anno più tardi, a provocarne le dimissioni? Occorrono uomini di principi, dice Donoso, che conducano la battaglia sul piano su cui deve essere condotta, cioè quello delle idee. Né lo illudono gli iniziali successi di Narvaez; la rivoluzione può essere dapprima materialmente vinta ovunque (87), ma inevitabilmente prima o poi rialzerà la testa per imporsi definitivamente (88).

    Donoso Cortés è stanco, molto stanco. E malato. Non sa più se le sue nere profezie siano dovute a sicure diagnosi o alla depressione. "(…) comincio a credere che sono affetto da una vera e propria infermità morale, il cui effetto è vedere gli affari pubblici con i colori più oscuri" (89). Donoso è un uomo solo, un uomo che attraversa un periodo di profonda crisi spirituale, un uomo che vive e pensa contro corrente, i cui principali nemici sono i suoi stessi compagni di partito: ''(…) senza i moderati la rivoluzione non vivrebbe in nessun posto. I moderati sono stati causa dell'universal ruina e perdizione! Dio perdoni loro il male che hanno fatto!" (90).

    Il pensatore estremegno ha colto lo spirito che anima il borghese liberale: l’odio verso la monarchia e l’aristocrazia lo porta a sinistra; il timore per i suoi beni minacciati dalla democrazia radicale e dal socialismo, lo spinge a destra; perennemente costretto ad oscillare tra i due estremi, sperando di ingannarli entrambi, vive solo il tempo necessario a rispondere alla domanda - Cristo o Barabba? - tramite una mozione postergatrice o la creazione di una commissione di studio (91). L'essenza del moderatismo è negoziare nella speranza di convertire lo scontro decisivo in dibattito parlamentare, o spostarlo indefinitamente per mezzo della discussione (92). Donoso Cortés non ha altro che disprezzo per i liberali, laddove si confronta con il socialismo ateo-anarchista, che è munito, a differenza dei primi, della forza della logica.


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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (Cap III / b)

    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO III
    (segue)


    6. Il "Discurso sobre la situación general de Europa".

    Nel novembre del 1849 Donoso Cortés è a Parigi, di ritorno da Berlino e di passaggio verso Madrid. E’ qui che Montalembert gli presenta Louis Veuillot, il direttore dell’Univers. Tra i due si instaura una mutua ammirazione che diverrà amicizia più che fraterna. Non ci sarà in seguito pensiero o progetto che i due non si confideranno: Donoso sarà la mente, Veuillot il braccio. Alla fine del mese è a Madrid.

    Qui Nàrvaez, dopo un intervallo di ventisei ore dovuto a intrighi di palazzo, aveva consolidato il suo potere e governava con autorità. Attualmente chiedeva alle Cortés una delega generale sulla riscossione delle imposte, onde evitare la discussione di ogni singola partita. A dire la verità non aveva nemmeno atteso l'assenso delle Cortés per farlo. Il conseguente prolisso dibattito è riassunto da Donoso Cortés, che il 30 gennaio 1850 pronuncia alle Cortés il secondo dei suoi tre magistrali discorsi: il "Discurso sobre la situacion general de Europa".

    L'abilità di Donoso consiste, al solito, nel porre la questione nei suoi veri termini: il problema che stanno discutendo le Cortés è di natura economica, ma le questioni economiche non sono per loro natura, le più importanti. "Ciò non significa (prevedo le opposizioni e le prevengo), non significa che io creda che i governi debbano trascurare la questione economica e che i popoli debbano essere male amministrati. Signori, sono forse tanto sprovvisto di senno e di cuore da farmi trascinare da un simile errore? Non intendo dire questo, però affermo che ogni questione deve essere collocata al suo posto, ed il posto delle questioni economiche è il terzo o il quarto, non il primo; questo dico" (93).

    Si è affermato, continua Donoso, che il porre tali questioni in primo piano sia il mezzo migliore per combattere il socialismo. Ma cos'è il socialismo se non una setta economica, figlia dell'economia politica? se non una vipera che appena nasce divora la madre? La Spagna ha vinto due o tre insurrezioni e crede di poter stare tranquilla, di potere occuparsi di amministrazione. In realtà dopo la rivoluzione di febbraio non c'è più un solo paese, una sola istituzione che sia rimasta salda sulle sue fondamenta. "E non mi si dica, signori, che la rivoluzione è stata vinta in Spagna, in Italia, in Francia, in Ungheria; no, signori, non è vero. La verità è che tutte le forze sociali, concentrate ed elevate al massimo grado, sono bastate appena, e sono riuscite solamente a trattenere momentaneamente il mostro" (94).

    Donoso come al solito vede più in là degli altri, ed ha capito che il '46 è stato solo l'inizio, perché le radici della rivoluzione, i cui maestri e pontefici stanno in Germania (95), sono molto più profonde, vanno molto più in là della mera questione economica. Stando così le cose le riforme non sono altro che un palliativo (96). Pio IX ha fatto stracciare le vesti a tutti i conservatori d'Europa a furia di concedere riforme. Risultato? E' finito a Gaeta. La Francia ha moltiplicato le riforme ed è finita sulle barricate di febbraio. Il fatto è che i popoli sono diventati ingovernabili. Perché?

    "Signori, la vera causa del male grave e profondo che corrode l'Europa è che è veduta meno la idea dell'autorità divina e umana" (97). "(…) mi si potrà chiedere: cosa hanno a che vedere le questioni politiche con le questioni religiose?" (98). La spiegazione è questa: la civiltà ha due fasi, dice Donoso, quella cattolica e affermativa, perché riposa su affermazioni, e quella rivoluzionaria e negativa, fondata sulle negazioni. Le affermazioni della prima sono le seguenti: esiste un Dio; questo Dio governa, le cose divine e umane.

    Le affermazioni corrispondenti nell'ordine politico, sono: esiste un re; il re regna e governa i suoi sudditi. La prima negazione è quella deista: Dio esiste, regna, ma non si occupa delle cose umane; corrispondentemente il re esiste, regna, ma non governa. La seconda negazione è quella panteista: Dio esiste, ma non è persona, quindi non regna né governa; Dio è tutto ciò che vive, che si muove. Dio è l'umanità. Sul piano politico questa negazione si traduce nella repubblica rivoluzionaria, dove il suffragio universale è il mezzo di espressione dell'umanità divinizzata. Viene infine l'ateismo che dice: Dio non esiste, quindi il governo non ha senso.

    Gli anelli della catena, seppur sfumati in grandi sintesi, ci sono tutti, Donoso descrive così, concisamente, il lungo processo di secolarizzazione della ragione umana. Egli sa benissimo che ogni istituzione politica trova la sua giustificazione in un'idea filosofica che la precede e di cui è conseguenza diretta, La prima mente che ha posto in dubbio la verità rivelata di cui è depositaria la Chiesa Cattolica non ha fatto altro che gettare un sasso in uno stagno e formare il primo cerchio nell'acqua. Le repressioni sono inutili, la battaglia va condotta sul piano delle idee: quando Donoso parlava, Marx aveva già pubblicato "La Sacra Famiglia", "Miseria della filosofia" e il "Manifesto".

    Il punto d'osservazione di Berlino gli era stato utilissimo per analizzare lo stato dell'Europa. Per Donoso è solo questione di tempo. Quando cadrà l'Europa? Quando si saranno realizzate tre condizioni: che la rivoluzione distrugga gli eserciti permanenti; che il socialismo, spogliando i proprietari, uccida il patriottismo, perché un proprietario spogliato, dice Donoso, non può essere un patriota; che si compia infine l'unione di tutti i popoli slavi sotto l'influenza e il protettorato della Russia.

    "Ebbene, Quando in Europa non ci saranno più eserciti permanenti, distrutti dalla rivoluzione, quando in Europa non ci sarà più patriottismo, spento dalle rivoluzioni socialiste, quando nell'oriente d’Europa si sarà formata la grande confederazione dei popoli slavi, quando in occidente non ci saranno più che due grandi eserciti, l'esercito degli spogliati e quello degli spogliatori, allora, signori, suonerà all'orologio dei tempi l'ora della Russia.

    Allora la Russia potrà passeggiare tranquilla, e con le armi al braccio, per la nostra patria" (99). Ma la Russia berrà il veleno di cui è intrisa l'Europa e allora ci sarà il completo dissolvimento. Chi può fermare la Russia, per Donoso Cortés? Strano a dirsi: l'Inghilterra. Questa nazione così conservatrice e attaccata alle sue tradizioni è la meno esposta alla rivoluzione. "Io credo più facile una rivoluzione a Pietroburgo che a Londra" (100). Ma anche l'Inghilterra non è che un espediente per guadagnare tempo, perché sebbene sia monarchica e conservatrice, le manca di essere cattolica.

    Il rimedio radicale contro la Rivoluzione è il Cattolicesimo, "perché questo è l’unica dottrina che sia la contraddizione assoluta di quell'altra" (101).

    Ogni vera civiltà proviene da cristianesimo, tant'è vero che tutta la civiltà si è concentrata nella zona cristiana. Al di fuori di essa vi potranno essere tutt’al più popoli colti, ma non civilizzati: la cultura non è che la vernice della civiltà. Le Cortés, conclude Donoso, vogliono fare grandi riforme economiche? Nei governi costituzionali, che sono i più costosi di tutti i regimi, non c'è altra soluzione che sciogliere gli eserciti permanenti. Ma questo vorrebbe dire spalancare le porte alla Rivoluzione. Perché la Rivoluzione è antimilitarista? Perché la divisa rappresenta un principio ideale, qualcosa per cui valga la pena di sopportare sacrifici, di dare anche la vita; la divisa presuppone una gerarchia, l'obbedienza cieca e il rispetto dell’autorità. Il Cattolicesimo, questa è per Donoso Cortés la soluzione di tutto.

    Anche questa volta le parole di Donoso varcano le frontiere della Spagna. Il 20 febbraio “l’Univers” pubblica il discorso. Due mesi dopo, trasformato in opuscolo, gira per Parigi in 14.000 esemplari. I giornali cattolici francesi e belgi lo pubblicano per intero, se ne fanno versioni in italiano e in tedesco. Federico Guglielmo IV ne cita passi a Meyendorff, nell'udienza del 14 marzo (102); Ranke, Schelling, Luigi Napoleone, lo Zar, lo leggono.

    7. La crisi spirituale.

    Donoso è tornato a casa, a Don Benito, E' stanco e sfiduciato. Sin dalle prime parole del discorso sulla Europa aveva esternato la sua intenzione di ritirarsi dalla scena politica. Legge libri di mistica e la vita di San Vincenzo De Paul. Del ritiro a Don Benito approfitta per rispondere ad alcune critiche che gli sono state avanzate.

    In una lettera al duca di Valmy (103) spiega l'esatta portata della sua difesa di Pio IX. Il Papa, dice, ha fatto come il Divin Maestro, ha aperto le braccia ai liberali come Gesù le aveva aperte a giudei e gentili. E come il Cristo è stato crocifisso. Ma secondo Donoso sarà un errore ripetere l’esperienza, perché, prolungando troppo la ricerca della pecorella smarrita, si corre il rischio di non trovare più al ritorno le altre novantanove. E quella del clero francese, che preferisce resistere alla Chiesa pur di non dispiacere ai detentori del potere, cos'è se non viltà? "Nostro Signore ha minacciato di disconoscere in cielo colui che si vergogna di confessarlo in terra" (104).

    Dall'accusa di fatalismo (105), così si discolpa: ''(…) protesto contro l'idea di essere fra coloro che vedono l'avvenire. Io non ho avuto la temerità d'annunziare l'ultima catastrofe del mondo; non ho fatto altro che gridare ad alta voce ciò che tutti dicono piano piano. Ho detto che le cose del mondo sono oggi assai male incamminate, e che proseguendo nella medesima direzione cadremo irreparabilmente in un cataclisma. L’uomo può salvarsi, chi ne dubita? a condizione per altro che egli voglia. Ma sembra che egli non voglia, e non volendo, Dio non lo salverà a suo dispetto" (106).

    E’ in questo periodo che Donoso Cortés comincia la stesura dello "Ensayo" (106 bis). Lo finirà in pochi mesi per permettere a Louis Veuillot di pubblicarlo sulla "Bibliotheque Nouvelle", la collana che il direttore ‘dell’Univers' era in procinto di pubblicare. Forse è l’esiguità del tempo a sua disposizione la causa delle deficienze che l’opera presenterà. L’Ensayo, comunque, vede la luce nell'agosto, uscendo contemporaneamente a Madrid e a Parigi.

    Ma Donoso Cortés ha per ora altro a cui pensare; sta attraversando una profonda crisi mistica che può decidere del resto della sua vita. E’ per questo che si è ritirato per un certo tempo dalla scena politica. Sente da un lato l'attrattiva che su di lui esercita la vita contemplativa, vorrebbe ritirarsi a parlare da solo col suo Dio. Dall'altro, l'irresistibile richiamo della vita attiva, la politica, per cui è nato, è una fonte di tentazione per lui non indifferente. Donoso, cattolico all'estremo limite della coerenza, si ferma alla gloria di Dio, prima di tutto. Il prossimo passo sarà nella direzione in cui Dio lo chiama.

    Scrive a diversi ecclesiastici una lettera, uguale per tutti. Fra questi vi è forse il frate Javier Serra, dei Missionari Apostolici dell'Ordine di San Francesco (107).

    "Muy senor mio y de mi mayor estimacion y aprecio: hace mucho tiempo que estoy en una mortal incertidumbre por no conocer la voluntad de Dios hacia mi y por ignorar cual es mi vocacion verdadera, De aqui resultan para mì, en un mismo dia y en una miama bora, mil resoluciones contrarias, para concluir por no llevar ninguna a cabo. Con un pie estoy en el mundo, con otro en la soledad; con uno en la politica, con otro en la religion, viniendo a ser mi alma un mar de confusiones. Después de haberme confesado y comulgado, he resuelto consultar con algunas personas està situacion y hacer lo que la mayoria me aconseje, siendo todas las consultadas personas de piedad y espirituales; una de ellas es usted, y a usted me dirijo para que me dé su parecer en este grave negocio.

    La consulta por ahora se reduce a saber si debo continuar como hasta aqui, tomando parte en las discusiones del Parlamento, o si debo abandonarlas y con ellas la politica activa, para ocuparme en escribir con objeto de aprovechar a los demàs, y en orar y hacer obras para aprovecharme a mì mismo. El prò y el contra estan para mi en un equilibrio perfecto; por una parte digo: No debo retirarme del todo de la politica activa y de la vida parlamentaria, porque al fin algun bien se puede hacer, y un discurso puede ser en el dìa de hoy una poderosa palanca; por otra parte digo: No, eso no me conviene, para mi es imposible limitarme a pronunciar uno o muchos discursos, para hacerlo tengo que tomar parte, aunque no lo quiera, en las intriguas politicas, y, aunque no quiera, caigo en poder de todas las malas pasiones que llenan aquella atmosfera; estando allì, es difìcil cerrar el corazon a la vanagloria, y algunas veces a la venganza.


    Por otra parte, los discursos producen aplauso, pero no buenos votos, y su efecto, si alguno producen, pasa rapidamente; mejor es retirarme para hablar con Dios a solas. Pero después me digo: No es la pereza la que me aconseja esto? Pues qué? no es posible servir a Dios en la politica como fuera de ella? Quien me dice que no me mueve un deseo inquieto de variar, seguido quiza muy pronto de un arrepentimiento? Y luego se me occurre otra cosa, y me digo: La vanidad y el deseo de figurar son los moviles que me impiden retirarme de la politica parlamentaria ( los motivos que mi razón me sugiere para permanecer en ella no son el bien publico y el provecho de la religión, son el deseo de figurar en el mondo, de pasar por orador y por sabio y de ocupar con mi persona a las gentes. Como usted ve" (108). (Il manoscritto termina così).

    Non sappiamo quale sia stata la risposta, ma queste parole sono sufficienti per farci conoscere più da vicino l'uomo Donoso, un uomo a quanto pare provvisto di salda integrità morale e di un'assoluta buona fede.

    Sarà la situazione del governo a forzargli la mano e a fargli salire ancora una volta la tribuna. Il 25 dicembre 1850 così scriveva a Louis Veuillot: "Mon cher ami: Il se passe des choses en Espagne qui m'obligent a vous écrire. Le Ministére actuel nous méne a l'abìme" (109). Il governo è corrotto dalla testa ai piedi e più corrotto di tutti è il suo capo, Narvàez. Donoso gli ha dato tutto il suo appoggio, credendo volesse davvero restaurare l'ordine morale e religioso. Invece si è lasciato divorare dal marciume ed è divenuto esso stesso propagatore di corruzione. Egli non ha ascoltato gli avvertimenti di Donoso; il suo unico interesse era diventare arbitro della situazione per meglio diffondere la cancrena, "Tout l'or de l'Espagne ne lui suffit pas; il, ou pour mieux dire son Chef, mange le patrimoine de la Reine, en échange de ses complaissances, pour des faiblesses, qui ne sont pas malhereusement un sécret pour l'Europe" (110).

    I ministri sfoggiano ricchezze inusitate, la stampa è imbavagliata, le Cortés sono piene di ‘clientes’ di Narvàez. "Moi-meme qui l’ai toujours soutenu, je ne suis deputé que parce qu'il lui aurait fallu pour m'empecher de devenir deputé, mettre en prison tous les électeurs de mon district, puisque je suis tou jours élu par unanimité" (111). Narvaez, "le grand corrupteur", è arrivato al punto di acquistare giornali stranieri; molto probabilmente, aggiunge Donoso, la "Revue des Deux Mondes" è sua. Prega quindi l'amico Veuillot di aprire una campagna di stampa contro Nàrvàez con le notizie che Donoso man mano gli invierà (111 bis). Ma la situazione non ammette ritardi: è stato Donoso, sia pur indirettamente, a crearla, sarà lui a risolverla.

    Cinque giorni dopo Donoso Cortés pronuncia al Parlamento spagnolo l'ultimo e più incisivo dei suoi discorsi, il "Discurso sobre la Situacion de Espana".

    8. Il "Discurso sobre la Situacion de Espana".

    Nel 1850 il governo Narvaez si era consolidato grazie al prestigio del suo capo, alle riforme agrarie e al soddisfacente stato delle sue relazioni internazionali (112). Nell'ottobre le elezioni davano un nettissimo trionfo ai moderati, tanto che il nuovo Parlamento veniva detto "Congreso de familia" e i pochi deputati progressisti eletti, "deputati consentiti". Ma all’attenzione del nuovo Ministero si presenta un non indifferente deficit di 600 milioni. Il ministro della "Hacienda", Bravo Murillo (113), vuole economie sui bilanci della Guerra, Marina e Governo. Inutile dirsi che i titolari dei rispettivi portafogli siano di tutt'altro parere. E' la crisi.

    Dall'imbarazzo si esce però subito: la Regina mantiene Narvaez al suo posto e toglie l'incarico a Bravo Murillo con quanti erano d'accordo con lui. I bilanci vengono presentati alle Cortés così come sono, ma Narvaez ci rimette in popolarità.

    Il 30 dicembre si alza a parlare Donoso Cortés. Il discorso continua idealmente e conclude quello precedente sull'Europa. Il Ministero si era dedicato esclusivamente alla politica degli interessi materiali e Donoso lo aveva attaccato. Ora il Ministero, lungi dal cambiare sistema, dalla politica degli interessi materiali è passato a quella dei delitti materiali : “(…) il Ministero ha portato il suo sistema a tal punto di esagerazione, ed io credo questo punto di esagerazione così funesto, che mi veggo nella necessità di scegliere tra la mia coscienza e la mia amicizia, tra le mie proprie dottrine ed il Ministero (…). Io non posso accusare i Ministeri passati, poiché potrebbero rispondermi: - Noi siamo stati sotto la pressione rivoluzionaria. - Io non posso accusare l'anarchia, perché la rivoluzione mi risponderebbe: - Rovesciando io faccio il mio dovere, - Ma io posso accusare ed io accuso il Ministero presente, perché egli solo di tutti quelli che sono esistiti dopo il 1834, egli solo è padrone assoluto e sovrano delle sue azioni. Io non posso accusare il Ministero d'aver creata la situazione attuale. Come potrei? Questa situazione esisteva, anche pria che egli esistesse, ma io l’accuso perché egli la conserva, l'accuso perché l’aggrava" (114).

    Il discorso è tutto una critica serrata al liberalismo, ideologia incolore e debole proprio a causa dell'empirismo e del pragmatismo su cui si appoggia. Donoso scavalca la questione contingente dei bilanci e delle imposte. Non è per questo che è venuto alle Cortés, ma per attaccare direttamente la corruzione, i favoritismi, la ambizioni.

    Tutti in Spagna, dice, sembrano presi dalla brama di salire in alto, ma non per accettare le responsabilità che le alte cariche comportano, bensì per godere degli agi che le migliori posizioni implicano. I più formidabili propagatori di corruzione sono sempre stati gli agenti del governo, specialmente nelle province, dove si sono dedicati al commercio delle coscienze. E quando i governi si sono dimostrati deboli, costoro sono sempre stati i primi a passare dalla parte dell'insurrezione. Chi non ha visto i 'pronunciamientos’ susseguirsi ininterrotti in Spagna? Chi non ha visto la processione dei generali che andavano a bruciare incenso sugli altari delle Giunte Rivoluzionarie?

    La dinastia absburgica ha dominato in Spagna occupandosi solo di questioni politiche e religiose, trascurando i problemi amministrativi; ed è morta per fame. La dinastia borbonica ha fatto il contrario, e sta morendo per mano delle rivoluzioni. Che dire dell'attuale Ministero che fa economie sulle spese del culto da un lato e dall'altro dilapida patrimoni per costruire teatri? L'unica causa dell'arbitrarietà ministeriale, afferma Donoso, è proprio il perno del sistema parlamentare: il principio della responsabilità ministeriale. E' un'affermazione gratuita? No, la mentalità di Donoso Cortés è rigorosamente logica e non fa altro che andar deducendo conseguenze.

    Se si dichiarano i ministri responsabili di tutto quel che accade nel paese, questo vuol dire che li si investe o li si deve investire di un potere assoluto. E un potere perché sia assoluto non deve incontrare resistenze. Esistevano un tempo, continua Donoso, le corporazioni e tutta una serie di corpi intermedi provvisti di un minimo di autonomia, che frapponevano una diga ad ogni eventuale dispotismo. Tutto questo è stato dissolto. I ministri hanno in mano un gigantesco strumento di corruzione; la nomina dei pubblici impiegati.

    La vita locale, la vita municipale, la vita provinciale non esistono più, quindi, di conseguenza: centralizzazione, centralizzazione a morte, centralizzazione assoluta. Tutti gli affari devono affluire al Ministero, tutto l'oro deve finire nelle sue Casse. Non si può quindi accusare il Ministero di arbitrarietà invocando nello stesso tempo il principio della responsabilità ministeriale, sotto pena di essere inconseguenti. Nel caso invece si potesse, allora sarà lo stesso Donoso a rivolgersi al Ministero, chiedendogli conto di tutto (115).

    E' in questo stesso discorso che Donoso Cortés rompe totalmente col suo partito, spingendo agli estremi la sua critica al liberalismo. Tocca infatti il 'punctum dolens' dell'ideologia liberale, facendo notare come il liberalismo economico conduca inesorabilmente all’antagonismo di classe. "II socialismo deve la sua esistenza a un problema insolubile, umanamente parlando. Egli si affatica di sapere qual sia il mezzo di regolare nella società la distribuzione più equa delle ricchezze; è questo il problema che nessun sistema d'economia politica ha risolto.

    Il sistema degli economisti politici (sic) va a terminare col monopolio per mezzo di restrizioni; il sistema degli economisti liberali va a riuscire al monopolio stesso per la via della libertà, e della libera concorrenza, che produce fatalmente e inevitabilmente questo monopolio. In fine anche il sistema dei comunisti termina col monopolio mediante la confisca universale e col mettere tutta la ricchezza pubblica nelle mani dello Stato. Questo problema intanto è stato risolto dal Cattolicismo" (116).

    Come ha risolto il problema il Cattolicesimo? Colle istituzioni caritative che ha disseminato nel mondo, diffondendo tra i ricchi lo spirito di carità, infondendo il suo spirito nelle corporazioni di arti e mestieri, raccomandando il giusto prezzo e combattendo l'avidità, lo sfruttamento e l'usura.

    "Nella grande classe dei bisognosi vi ha una zona superiore, una zona media, una zona infima (…). L'aristocrazia della miseria è composta di agricoltori, la classe media di artigiani, la plebe di mendicanti. Ebbene, la Chiesa (…) agli agricoltori ha dato terre e li ha fatti proprietari, per gli artigiani ha ricoperta la Europa di monumenti, per i mendicanti ha avuto pane, e non ha lasciato persona morire di fame. (…) Coloro che erano agricoltori tenevano le terre per un fitto minimo, ed erano in realtà proprietari (…). E’ venuta la rivoluzione ed ha rovesciato ogni cosa. Spogliata la Chiesa, il fitto della terra aumenta; (…) così il moto ascensivo impresso dal Cattolicismo alle classi povere fu cambiato dalla rivoluzione in una direzione contraria in un moto d'abbassamento. Gli agricoltori aggravati dall'enorme fitto che sono costretti a pagare discendono dalla classe media negli operai; gli operai a loro volta risospinti dalla numerosa concorrenza degli agricoltori che vengono ad aggiungersi ad essi vanno incessantemente ad ingrossare la plebe dei mendicanti, i mendicanti da ultimo finiscono i loro giorni nella miseria e nella fame".

    Nessuna illusione: i poveri nel mondo ci sono sempre stati e purtroppo sempre ci saranno, come rispose Gesù all’ipocrisia di Giuda. Si può solo, e si deve, sollevarne il più possibile la condizione; ma non con la violenza, che genera solo violenza. Le classi devono essere armonizzate; quel che non ai era mai visto nella storia è la lotta implacabile fra i due gruppi.

    "Oggi giorno le cose presso di noi sono arrivate a tal punto, che la società, unita per l'innalzamento in un legame santo e beato, trovasi divisa in due classi, che possono chiamarsi l'una dei vinti e l'altra dei vincitori. Quella che è stata favorita, dalla sorte ha per divisa - tutto pe’ ricchi? -. Come volete, o signori, che questa tesi non generi la sua antitesi, e che la classe dei vinti non gridi a suo tempo in tuono di guerra - tutto pe’ poveri?". Questo è il gran risultato del liberalismo e delle dottrine che l'hanno preceduto e causato. Chi si opponeva a tutto questo? La Chiesa Cattolica. Ecco perché è sempre stata il bersaglio preferito, il vero bersaglio delle forze occulte della Rivoluzione (117).


    Il pensiero di Donoso è nel pieno della maturità. Tutto il processo storico padre del presente è ora chiaro davanti ai suoi occhi. L'oratore estremegno si rende conto che la sua non è una voce isolata, frutto di chissà quale onirica mania di persecuzione: "Io non rappresento solamente i due o trecento elettori del mio distretto né la nazione solamente (…). Io rappresento la tradizione, per la quale le nazioni sono quello che sono in tutta la durata de' secoli. Se la mia voce, o signori, ha qualche autorità, non è già perché essa è mia, ma perché è la voce dei padri vostri" (118).


    Il voto delle Cortés fu favorevole al governo perché, come avrà a dire in seguito lo stesso Donoso, se gli applausi possono essere anonimi, il voto non lo è (119). E di applausi e felicitazioni Donoao ne ebbe (119 bis), perché l'effetto del discorso fu folgorante. All'uscire dall'aula Martinez de la Rosa ebbe a dire a Narvaez: - La vittoria è rimasta a noi -. Al che il generale replicò: - Ma sarete voi a sfruttarla, perché io questa notte stessa presento le mie dimissioni alla Regina - (120). Dieci giorni dopo la Regina accettava le dimissioni e il 10 gennaio 1851 Narvàez lasciava la Spagna per Parigi. Un attacco da Donoso Cortés non se lo aspettava di certo.


    Dove era finito l'uomo delle "aristocracias legitimas, es decir inteligantes", l'ideologo delle classi medie? Eccolo in una lettera a Mons. Gaume: "Fate bene ad indirizzarvi al popolo (parlando) con preferenza sulle classi medie. Incancrenite queste fin nel midollo delle ossa, non le sveglieranno certamente gli opuscoli, ma le catastrofi" (121).



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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (Cap IV)
    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO IV


    1. Il "profetismo" di Donoso.

    Donoso Cortés ha quarantun anni ed è nel pieno della maturità. Il suo pensiero ha percepito qualcosa che prima della conversione non aveva intravisto: la connessione del soprannaturale e dell'umano. Donoso ha colto l’esistenza di una realtà più profonda di quella che cade sotto il dominio dei sensi. Il "profetismo" di Donoso, la sua lungimiranza, la sicurezza con cui afferma o nega, traggono origine da questa intuizione. Il suo sforzo è sempre stato diretto a ricercare il senso nel quale la Storia scorre. La costante ricerca di formule generali mostra la sua ansia di spiegare quel che accade in ogni momento, mediante il rinvenimento delle radici da cui il fatto contingente nasce.

    Gli accadimenti umani sono risultato di un processo unico e generale - la marcia della Storia - che ha un'origine precisa e cammina in una certa direzione. Altri all'epoca avevano fatto lo stesso, quantunque ciascuno avesse risolto il problema a suo modo: Hegel, Saint Simon, Comte e più tardi Marx (1). Nessuno di loro sfugge alla tentazione della "profezia".

    Del resto è anche logico che, posseduti due elementi del "senso della Storia" (origine e direzione), si cerchi di dedurre il terzo, cioè il punto di arrivo. Donoso sa che le dottrine a lui contemporanee prendono l’avvio da un punto di partenza erroneo: la negazione del Peccato Originale, l’unico principio quindi in cui la società ha fede è la propria capacità di progresso. Gli stessi cattolici si sono trasformati in gretti conservatori, nel senso che l'unica cosa che riescono a realizzare è una passiva resistenza in nome di princìpi che non hanno più chiari. Il loro Dio si è trasformato in uno scipito filantropo intento più che altro alla contemplazione di sé medesimo. Per una compiuta formulazione della dottrina sociale cattolica bisognerà attendere Leone XIII.

    E’ in questa luce che a mio avviso vanno valutate le previsioni di Donoso Cortés. E in questa luce cessano di essere "divinazioni" più o meno fondate, più o meno astratte e velleitarie (2), come vorrebbe Gabriele De Rosa nella peraltro preziosa antologia di scritti e discorsi donosiani, della cui Introduzione il De Rosa è autore. Non possiamo negare d'altro canto che gran parte delle sue "profezie" si siano avverate, come quelle del Tocqueville, del quale tuttavia nessuno si scandalizza. Quello che tramuta, in realtà, le diagnosi e le conseguenti previsioni di Donoso in "profezie", è il tono retorico, mirabolante, a volte apocalittico degli scritti e dei discorsi dell'estremegno, cui non sono estranei la naturale impetuosità del carattere e il gusto dell'epoca. Non dimentichiamo che Donoso Cortés è uno spagnolo che si rivolge prevalentemente a spagnoli, non correremo così il rischio di trascurare lo studio di quel che dice, guardando troppo a come lo dice.

    Sul "profetismo" di Donoso molto si è scritto con opposte interpretazioni (i cristiani sono pietre di scandalo e segno di contraddizione), ma la disputa sull'argomento è cosa che esula dal presente lavoro, il quale si propone soltanto di esporre il pensiero di Donoso Cortés lungo l'arco della sua vita. La polemica, come si sarà senz'altro notato, è appassionante e rischia di 'prendere la mano' anche allo studioso più imparziale. Ne ho voluto dare un breve accenno solo per amor di completezza.

    2. L' "Ensayo sobre el Catolicismo, el Liberalismo, y el Socialismo".

    Pubblicato nel giugno 1851, il "Saggio sul Cattolicesimo, il Liberalismo e il Socialismo” è l'opera maggiore di Donoso Cortés.

    Già da tempo accarezzava l'idea di scrivere qualcosa che fosse un po’ il compendio del suo pensiero, come era venuto maturandosi nel corso degli anni. Nel novembre 1849, di ritorno da Berlino, ne aveva parlato a Veuillot. Questi aveva accettato l'idea con entusiasmo, anzi, voleva l'opera al più presto per la sua "Bibliothéque Nouvelle". Fu per l'esiguità del tempo a sua disposizione e per le esigenze della collana che Donoso non poté scrivere i due o tre volumi che aveva in mente, ma dovette limitarsi ad un solo saggio, diviso in tre parti. Si può dire che Donoso Cortés cominciò a studiare a fondo il socialismo (delle tre l’ideologia che conosceva meno) solo nel 1850. Del resto a quel tempo, del socialismo, solo la fase utopica poteva dirsi conclusa. Di comunismo vero e proprio, poi, non se ne poteva ancora parlare: "Il Capitale” sarebbe uscito quasi vent'anni dopo e il pubblico conosceva di Marx tutt’al più il "Manifesto" o la polemica con Proudhon. Forse è per questo che la critica di Donoso si accentrò, nel "Saggio”, su quest’ultimo in particolare modo; in Proudhon Donoso vedeva infatti la punta estrema della Rivoluzione.

    Conscio della sua imperfetta preparazione teologica, inviava a Veuillot, nell'agosto 1850, affinché la sottoponesse ad un teologo, l'opera frettolosamente redatta. Il manoscritto venne affidato a Melchior Du Lac, dei benedettini di Solesmes. Seguendo puntualmente le indicazioni del Du Lac, Donoso corresse i passi erronei e rinviò il tutto a Veuillot nel marzo 1851. Tre mesi dopo l'opera usciva a Madrid e a Parigi.

    Nel "Saggio” Donoso vede con nitidezza che comunismo e socialismo nascono dagli stessi errori da cui ha tratto origine il liberalismo, con la differenza che le prime due dottrine portano questi errori alle estreme conseguenze. II socialismo è ateo perché non capisce cosa sia questo Dio dei liberali che non si preoccupa di quel che ha creato: è più logico dire che non esiste. Negato Dio, la diretta conseguenza è la negazione di ogni autorità. Il liberalismo si limita a trasformare le forme politiche, mentre intento del socialismo è la trasformazione radicale della società, passando da un'anarchia individualista a un panteismo religioso, politico e sociale. L'ultimo passo lo compie il comunismo richiedendo un dispotismo totale, cosa che sarà realizzata tramite la confisca di tutte le libertà a vantaggio dello Stato. La causa di tutto è da ricercarsi nell'abbandono dei principi cristiani da parte dell'umanità.

    L'idea fondamentale dell'opera è in ultima analisi questa: esiste un ordine universale e necessario; il fondamento e la ragione di questo ordine è Dio medesimo, causa prima e fine ultimo di tutte le cose. Come Dio è uno e vario, così la creazione, fatta ad immagine di Lui, è una e varia; questo concetto è condensato nella parola 'universo'. Come nella Trinità il Figlio procede dal Padre e lo Spirito Santo da ambedue, così Eva procede da Adamo e Abele è da loro generato (3).

    La cellula della società è quindi la famiglia, che il cristianesimo ha affrancato dalla tirannia pagana, permeandola d'amore. "Quando la civiltà cattolica declina e entra in fase di decadenza, comincia subito a decadere la famiglia, la cui solidità si intacca, si disgregano i suoi elementi, tutti i suoi legami si allentano". "II padre e la madre, fra i quali Iddio non ha posto altra barriera all’infuori dell'amore, pongono fra di loro la barriera di un rigido cerimoniale, mentre una familiarità sacrilega elimina la distanza che Dio ha stabilito tra i genitori e i figli, abbattendo la barriera della riverenza” Allora la famiglia, svilita e profanata, si disperde, e finisce col "dissolversi nella vita dei clubs e delle bische" (4).

    Il socialismo, col suo esasperato egualitarismo, dissolve la famiglia; la soppressione di questa porta, di lì a poco, a quella della proprietà, e quando non c'è proprietà solo lo Stato è padrone di tutto. I gruppi di famiglie, continua Donoso, si raggruppano secondo la loro origine in municipi, e questi in nazioni; la nazione è simboleggiata dal Trono e personificata nel Re; i Re sono fratelli nel seno della Chiesa, madre di tutti. Ma se gli uomini sono tutti eguali - dice il socialismo - è assurdo dividerli in gruppi, siano essi famiglie, municipi o nazioni. Visto poi che se l'uomo è transitorio la terra non lo è, è assurdo che questa cada in possesso dell'uomo individualmente preso. Lo Stato, essendo perpetuo per natura, ha tutti i titoli per essere proprietario.

    La Chiesa ha liberato il mondo dalla tirannia pagana e prodotto la fioritura delle arti e delle scienze.

    Questo è stato ottenuto specialmente con la predicazione dell'umiltà, la sola virtù che tiene a freno l'orgoglio cieco e distruttore, rendendo gli uomini onesti. II cristianesimo, "al contrario delle rivoluzioni, che cominciano con lo scrivere le tavole dei diritti, ha scritto per tutti il codice dei doveri" (5). Da un'obbedienza forzata resa al tiranno, l'uomo è passato ad un'obbedienza accettata, resa al sovrano legittimo, perché la Chiesa ha insegnato che l'autorità legittima viene da Dio; se così non fosse, perché mai l’uomo dovrebbe obbedire ad un altro uomo? (6).

    "Due cose sono assolutamente impossibili in una società veramente cattolica: il dispotismo e le rivoluzioni" (7). L'ordine cattolico è stato conservato grazie all'intransigenza dottrinale della Chiesa, che così ha tenuto a bada le forze del caos (8). Ma venne Lutero a introdurre il libero esame, padre di ogni scetticismo, e la teoria dell'assoluta corruzione dell'uomo. Nel clima propizio del Rinascimento, la Rivoluzione anticattolica si dette le fondamenta. Abbandonato l'equilibrio cattolico, il mondo ha proceduto così, per così dire, a zig-zag, passando da uno squilibrio allo squilibrio opposto, fino alle ultime manifestazioni della Rivoluzione: il liberalismo e il socialismo. La Rivoluzione non può essere divina perché è il Disordine: essa è quindi satanica (9).

    Spiega Valverde: "Per questa visione profonda e metafisica si può dire (di Donoso) che il suo pensiero controrivoluzionario non si diriga tanto contro le rivoluzioni, quanto contro la Rivoluzione. Cioè, ciò che è veramente pericoloso non sono i movimenti superficiali e passeggeri della società. Per Donoso, la Rivoluzione è lo spirito del male latente in tutti questi, anche dopo che alla superficie è tornata la calma" (10).

    Il punto di divergenza tra il Cattolicesimo e tutte le altre dottrine è il Peccato Originale. Soltanto ammettendone l'esistenza trova un senso il concetto di libero arbitrio: l'uomo è imperfetto, quindi può fare il male, o meglio, può scegliere tra bene e male. Ammettere con Lutero che l'uomo è completamente corrotto equivale a dire che non è libero, perché la possibilità di fare il bene gli è preclusa; si rende quindi necessario il dispotismo. Ammettendo con Rousseau che l'uomo è buono per natura si è costretti parimenti a negare la sua libertà, dando per altro ragione ai socialisti, i quali affermano che il male risiede nella società. Da qui deriva la necessità delle rivoluzioni, affrancatrici dell'uomo da ogni vincolo sociale teso a limitarne il libero sviluppo delle potenzialità (10 bis).

    Il liberalismo, posto tra affermazioni cattoliche e negazioni socialiste, è costretto ad ogni sorta di equilibrismi per sopravvivere (11). Cos'è, dice Donoso, questo deismo liberale secondo cui Dio è "sovranità costituente" ma non "attuale" ? Chi sono poi questi sapientissimi filosofi che, grazie alla loro intelligenza, hanno diritto al dominio e sono depositari del potere? L’arma maggiore del liberalismo è la discussione. Ebbene, la discussione è assurda. Perché? Perché se si ammette che l'umano intendimento è fallibile, ogni discussione conduce all'errore.

    Se si ammette invece che esso è infallibile, ne deriva necessariamente che la verità risiede in tutti gli uomini; la discussione quindi non ha senso (11 bis). In realtà lo spirito di transazione e compromesso, tipico del liberalismo, è solo un mezzo per difendere acquisiti interessi di classe (12). "Dietro i sofismi vengono le rivoluzioni, dopo i sofisti è il turno del boia" (12 bis). Ecco come Donoso vede i sofisti: "Voi che aspirate a soggiogare le genti, a dominare il mondo, a esercitare un dominio sulla ragione umana, non dichiaratevi depositari di verità chiarissime ed evidenti, e soprattutto non riferite - nel caso che ne abbiate - le vostre prove, perché il mondo non vi riconoscerà mai come padroni, piuttosto si ribellerà al giogo brutale della vostra evidenza. Annunciate invece di essere in possesso di un argomento che annulla qualsiasi verità matematica; dimostrate che due più due non fa quattro ma cinque; che Dio non esiste o che l'uomo è Dio; che il mondo fino ad ora è stato schiavo di vergognose superstizioni; che la saggezza dei secoli non è che pura ignoranza; che ogni rivelazione è menzogna; dimostrate che qualsiasi forma di governo è una tirannia e qualsiasi forma di obbedienza è schiavitù; (…) che il mondo che abitiamo è un inferno presente e un paradiso futuro; dimostrate che la libertà, l'uguaglianza, la fraternità sono dogmi incompatibili con la superstizione cristiana; che il furto è un diritto e che la proprietà è un furto; (…). Se al buonsenso, di cui avete dato saggia prova, promettendo la dimostrazione di tutte queste cose, aggiungerete il buonsenso di non dimostrarle affatto, o se offrirete, quale unica dimostrazione delle vostre bestemmie e delle vostre affermazioni, le vostre stesse bestemmie e le vostre stesse affermazioni, allora il genere umano vi innalzerà alle stelle" (13).

    La Chiesa Cattolica, continua Donoso, ha costruito un ordine mirabile, lasciando intatte le forme, ma mutando l'essenza del mondo. La varietà rimase, ma la essenza fu una, tant'è vero che la civiltà si chiamò cristiana (14). La struttura della Chiesa è una e varia, in quanto monarchica, aristocratica e democratica allo stesso tempo. Queste diverse forme negli altri ordinamenti sarebbero fra loro incompatibili (15).

    La Chiesa è stata accusata di negare ogni valore alla ragione umana; basta leggere S. Tommaso per rendersi conto dell'assurdità di ogni accusa. In realtà chi si condanna all'assurdo è chi pretende di spiegare verità poste fuori dell'ordine naturale senza l'ausilio della fede. Così, da un lato, i razionalisti; peggio, dall'altro, il "manicheismo proudhoniano": "(…) quando il cittadino Proudhon chiama bene il male e male il bene, non dice una cosa assurda; l'assurdo richiede maggiore ingegno; dice soltanto una buffonata" (16).

    Il liberalismo è "impotente per il bene perché manca di affermazioni dogmatiche, e per il male perché ha orrore di ogni negazione intrepida e assoluta"; vedrà "la propria nave infrangersi sugli scogli socialisti", perché il socialismo "è di gran lunga più coerente del liberalismo, anzitutto perché affronta decisamente tutti i grandi problemi e tutte le questioni fondamentali e poi perché propone sempre una soluzione perentoria e decisiva. Il socialismo è forte perché è una teologia" e "prevarrà sul liberalismo". "I capiscuola del socialismo sono sostanzialmente d'accordo con quanto noi stiamo sostenendo: per averne la prova basti pensare che riservano tutto il loro odio per il cattolicesimo, mentre si limitano a guardare con disprezzo i liberali" (17).

    Il cattolico ripudia la discussione perché Eva si perdette per aver accettato il 'dialogo’ col Serpente, e Cristo rifiutò nel deserto il 'libero dibattito' con Satana (18); il socialista agisce molto e discute poco.

    Il liberalismo, scegliendo per sé una regione crepuscolare, posta tra la luce e le tenebre, "si è assunto il compito di governare senza Dio e senza popolo. Impresa bizzarra e impossibile! I suoi giorni sono contati, perché da un lato dell'orizzonte si affaccia Dio e dall'altro si leva il popolo, nessuno più lo troverà nel giorno tremendo della battaglia che opporrà le falangi del cattolicesimo a quelle del socialismo" (19).

    Il Cattolicesimo ovvia al problema del male attraverso l'ascesi cristiana; essere buono per l'uomo è indubbiamente più difficile che essere cattivo, perché deve lottare contro sé stesso; ma una volta compiuta la riforma interiore, il problema della forma del governo o della struttura della società è di facile soluzione. II socialismo nega la necessità della lotta fra lo spirito e la carne, in quanto, essendo l'uomo buono per natura, sono buone anche le sue passioni. Proclamata la pacificazione fra spirito e carne, immediata conseguenza è la pacificazione universale; da qui il panteismo socialista e l'aspirazione al dispotismo ideale (20).

    Ogni sistema penale perde così senso: compito del socialista è abbatterne le strutture per realizzare il paradiso in terra. Alla scuola socialista Donoso pone, però, un dilemma: se il male è l'essenza della società, è necessario distruggere la società di sana pianta. Se è invece accidentale, da dove proviene? (21). Il dogma dell'immacolata concezione dell'uomo rifiuta poi l'accettazione della realtà dolorosa in cui si vive. L'uomo, "per poco che rifletta, sente che passato, presente e futuro sono tutto, ma che il tutto è nulla: il passato è passato, il presente sta passando, il futuro non è" (22). Si viene a negare così la possibilità del riscatto della natura umana attraverso il dolore.

    "Il violento nella sofferenza si sente più incline alla compassione, l'altero si sente più umile, il dissoluto più casto, il feroce più buono, il debole più forte. Dalla fucina del dolore tutti escono migliori, spesso con virtù altissime mai sospettate: gli empi possono uscirne religiosi, gli avari generosi, chi non ha mai pianto impara il segreto delle lacrime, chi è insensibile diventa misericordioso".

    La via del piacere è invece in discesa: "L’eroismo diventa viltà; l'abitudine a cedere fa perdere lo stesso ricordo dello sforzo, e la frequenza delle cadute finisce col cancellare la facoltà di risollevarsi. Il piacere fa perdere la vitalità e l'energia alle potenze dell'anima, e l'agilità e la forza ai muscoli del corpo" (23). L'accettazione volontaria del dolore trasforma l'uomo in eroe, l'eroe in santo.

    Negando infine il dolore come mezzo di espiazione, si deve negare ogni struttura penale repressiva, detentiva o corporale e la pena di morte a maggior ragione; così, per essere conseguenti, si deve negare ogni valore al Sacrificio della Croce. Che senso ha, allora, affermare che "Cristo è il primo socialista'' ? (24).

    Ancora: il trittico libertà, eguaglianza, fraternità, avulso dal dogma cattolico che lo spiega, richiede un atto di fede inconcepibile in chi nel valore della fede non crede. Né 1'osservazione della Storia è di giovamento alcuno se pensiamo alla millenaria divisione del genere umano in caste, alla schiavitù, alle stragi, al fatto che i popoli "civili" chiamavano "barbari" tutti gli altri. Se la ragione in questo caso non spiega, se la fede è superstizione, donde traggono i filosofi tale affermazione di principi? (25). Per combattere il Cattolicesimo, sintesi che tutto abbraccia e tutto spiega, è necessaria un'opposta grande sintesi che abbia la stessa ampiezza (26).

    Non si può negare un solo dogma cattolico senza essere costretti a negare tutti gli altri e, viceversa, l'affermazione di uno di essi trae seco 1'affermazione dei rimanenti (27). L'uomo, conclude Donoso, pur avendo portato il disordine in ogni cosa, non può concepire il disordine, tant'è vero che ogni corrente rivoluzionaria si autoproclama instauratrice di un ordine nuovo (28).

    Questo il "Saggio", nelle sue linee essenziali; gli ultimi capitoli sono intrisi d'un misticismo che richiama alla memoria il primo Chateaubriand. Se la opera è piena di citazioni proudhoniane è perché Proudhon, per Donoso, è la personificazione, "la conseguenza di tutte le idee strane, di tutti i principi contraddittori, di tutte le premesse assurde che il razionalismo moderno va escogitando da tre secoli a questa parte" (29).

    Il "Saggio", sebbene sia l'opera maggiore di Donoso Cortés, nulla aggiunge al suo pensiero, così come lo abbiamo visto maturarsi negli ultimi anni della sua vita. Dal punto di vista del contenuto polemico, va detto che Donoso dimostra maggior vigore nelle brevi frecciate delle lettere o delle opere minori; nel "Saggio" rimane quel che è, un "gran poeta en prosa" (30). Bellissime sono le pagine in cui più ferve la spiritualità, ma per il resto il filo rischia di perdersi nella polemica con Proudlhon. Dal punto di vista teologico l'opera rimane nell'ambito della stretta ortodossia, anche se l'occhio pignolo vi può trovare non poche ambiguità. Del resto il Du Lac l'aveva avvertito: "(…) l'auteur, il est vrai, prend les mots 'vision', 'science', 'foi', dans un sens plus general que le sens ordinaire et consacré; mais la masse des lecteure n'est pas avertie; la pensée da M. Donoso Cortés ne sera pas comprise? on l'accusera (…) de supprimer toute distinction entre la foi et la raison, entre l'ordre naturel et l'ordre surnaturel" (31). E così infatti avverrà puntualmente.

    L'indiscutibile valore del "Saggio" consiste nell’avere attaccato il liberalismo fin nelle sue estreme conseguenze, cosa che nessun contemporaneo aveva fatto; questo rendeva l’opera "più che un esemplare di letteratura reazionaria, una testimonianza inattesa in una stagione particolarmente ostile" (32).

    3. Ambasciatore a Parigi.

    Nel febbraio 1851 Donoso Cortés viene inviato come plenipotenziario a Parigi, la cancelleria più importante d’Europa, da Bravo Murillo, succeduto a Narvaez. La sua fama di oratore lo precede e quando nel giugno esce il "Saggio”, la sensazione è grandissima: "L'Univers”, Le Messager de l’Assemblèe', "La Gazette de France", "L'Assesmblèe Nationale" riportano interi brani dell’opera, con parole di elogio. A Parigi il suo nome è sulla bocca di tutti, gli basta presentarsi semplicemente come Donoso Cortés per vedersi spalancare le porte dei salotti più eleganti del mondo (33). Ma questo accade ad un uomo che, se un tempo fu forse ambizioso, oggi chiede per la sua persona solo il silenzio; le sue idee siano gridate ad alta voce e dappertutto: è in ballo l’onore di Dio, ma il marchese di Valdegamas cerca rifugio nell'umiltà.

    Prima che uscisse il "Saggio", così aveva scritto a Veuillot: "Lei mi chiede dei dati per una notizia biografica, ed io la supplico di dispensarmi dalla obbedienza in questa occasione. Il pubblico la esige: ragione di più per negargliela. Oggi è di moda mettersi in evidenza, la qual cosa a me sembra oltremodo ridicola, tanto più quando in vetrina debba mettersi una persona, meschina come me" (34). Ma non tutta la stampa ha elogi per Donoso. La "Revue des deux mondes", per esempio, lo attacca in modo piuttosto violento.

    Così si lamenta Donoso con Gabino TeJado: "Dio santo? Ma chi mai odiano costoro? Essi odiano un uomo che mai ha fatto male ad alcuno neppure ai suoi nemici; un uomo che non ha voluto essere Ministro per non fare ad alcuno neppure quel male che in quelli che governano è molte fiate doveroso ed obbligatorio; un uomo che né essendo all'opposizione, né essendo ministeriale, non profferì mai alcuna offesa personale, Dio li perdoni! Se mi assaliscono non mi difenderò. La mia vita è troppo povera perché io debba difenderla" (35).

    "(…) prego i miei amici a rispettare la mia volontà su questo punto e a non reclamare per sé un diritto che io medesimo abbandono, cioè quello di difendere il mio nome e la mia persona, mentre per l’uno dimando dimenticanza, per l'altra, oblio e riposo" (36). Ma la divulgazione del "Saggio" procede sempre più e dopo gli elogi è il turno delle polemiche, cosa del resto che Donoso Cortés aveva lucidamente previsto (37).

    "Vedo che è successo col mio libro quel che io predissi" (38), scrive il 15 giugno a Gabino Tejado. Era possibile d'altro canto farsi illusioni? (38 bis). "Il caso si riduce a quanto segue: voi incontrate uno per la via e gli dite: - Siete bruttissimo -. Ora vi chiedo: costui vi ringrazierà e dirà che siete bello voi? Pazzia sarebbe il pensarlo. Ebbene, fate voi conto. Io dico ai liberali: - Siete bruttissimi -. Come diavolo credete che lo sopportino e che mi dicano grazie per giunta? Questo naturalmente, come vedete, non prova altro che io ho posto il dito dove dovevo porlo, Pur tuttavia devo confessare che il mio libro è uscito alla luce anzitempo, è uscito prima, e doveva uscire dopo 'il diluvio'. Nel 'diluvio' affogheranno tutti meno io, cioè le dottrine di tutti meno le mie. La mia grand'epoca non è arrivata, ma sta arrivando. Vedrete allora che naufragio, e come tutti i naufraghi cercheranno rifugio nel porto. Anche se potrebbe ben succedere (cose come queste si sono viste) che neanche così lo cercheranno, preferendo il mare salato. Ognuno ha i suoi gusti, e i gusti non si discutono" (39).

    Se in Francia l'ammirazione ha superato la critica, questo è da attribuirsi al fatto che i francesi, più di ogni altro, sanno cos'è un 'diluvio' (40).

    La situazione però, va detto, è paradossale: un antiliberale ed antirepubblicano convinto, inviato da una Regina liberale ad una Repubblica, riceve ovazioni calorose dal popolo più rivoluzionario del mondo. Ma la contraddizione è solo apparente; il destino di Donoso Cortés è quello di ricevere tanti applausi, ma nessun voto a favore. "Sono stanchissimo e stufatissimo di tutto; siccome, d'altro canto ho la sicurezza che tutto andrà al diavolo, non sarebbe strano che me ne stessi in casa mia per vedere dall’interno della nostra provincia come si fracassa la nave; lottare, e lottare senza speranza, è duro" (41).

    La stanchezza di Donoso non è dovuta soltanto alla lotta impari che è costretto a sostenere; in fondo è "hombre de lucha", uomo di lotta, come lo definisce Suarez (42). II fatto è che la piega ascetica che ha preso la sua vita fin dalla conversione, spirituale e intellettuale, al cattolicesimo, mal si concilia con la professione di ambasciatore nella Parigi dei salotti e dei ricevimenti, in un ambiente mondano che, tra una rivoluzione e l'altra, trovava sempre il tempo per applaudire al Vaudeville M.me Doche ne "La signora delle camelie".

    Un giorno, incontrando sulle scale della Cancelleria l'ambasciatore austriaco conte Hùbner, così avrà a dire col suo accento spagnolo e lanciando un sospiro: "Quando morrò, San Pietro mi chiederà” - Donoso Cortés, marchese di Valdegamas, cosa hai fatto? Ed io risponderò: " Ho fatto visite" (43).

    4. Una lettera a Maria Cristina.

    II 26 novembre 1851 Donoso Cortés scrive a Maria Cristina su un tema molto delicato. l'ingiusta distribuzione delle ricchezze, causa di prim'ordine negli sconvolgimenti cui il secolo assiste. "Oggi si tratta solo di distribuire convenientemente la ricchezza, che è molto mal distribuita. Questa, Signora, è l'unica questione che oggi si agita nel mondo. Se i governanti non la risolvono, ci penserà il socialismo e la risolverà mettendo a sacco le nazioni (43 bis). In verità la lettera è rivolta a Isabella, perché prende spunto dai festeggiamenti che in Spagna si preparano per l'imminente nascita dell'erede al trono (44).

    Come mai, allora, l'erronea intestazione? La cosa sembra doversi attribuire a Gabino Tejado, che già più di una volta, nel riordinare le carte di Donoso per pubblicarle, aveva tentato di ricostruirne il pensiero, 'cucendo' assieme brani di scritti diversi.

    La lettera, sia pure con delicatezza e discrezione, è una vera e propria accusa alle classi abbienti, che nel loro egoismo brutale accumulano ricchezze e gettano nella disperazione i diseredati, rendendoli facile preda dei demagoghi. "Questa malattia, che è contagiosa, epidemica, unica, si compendia nella sollevazione universale di coloro che soffrono la fame contro i ricchi. Se si arriverà ad un conflitto, V.M. non potrà aver dubbi sull'esito, ove consideri da una parte il numero degli affamati, e dall'altra quello degli abbienti. Poveri e ricchi sono sempre esistiti nel mondo; ma finora non v'era mai stata una simile guerra, universale e simultanea dei poveri contro i ricchi" (45).

    Se i poveri hanno perso la pazienza, è perché i ricchi hanno perso la carità. L'esempio deve venire dal Trono e l'occasione può essere la nascita dell'erede: "Io chiedo che non ci siano feste; o, se debbono esserci, siano poche ed esclusivamente per i poveri; che invece di grandi e costosi ricevimenti per i ricchi, si facciano grandi elemosine, più grandi di quelle che furono elargite nei tempi passati, e più generose di quelle che si è stabilito di dare per seguire la tradizione, in favore dei bisognosi" (46).

    E' una soluzione paternalistica? Un ripiego per rifare una 'verginità sociale' alla Monarchia? No: "la Monarchia non si salverà con l'essere splendida e generosa coi poveri in una occasione solenne; i ricchi non perderanno di colpo il loro egoismo perché la Regina da loro l'esempio di una grandiosa munificenza in un giorno memorabile, tutta l'importanza di questo magnifico esempio è che esso divenga un punto di partenza per una nuova epoca sociale e per un nuovo sistema di governo" (47).

    Lo spirito cattolico è stato allontanato dalla legislazione politica e economica. Tutte le grandi istituzioni del Cattolicesimo sono lentamente venute meno, una dopo l'altra; l’esempio del trono sia l'avvio alla completa restaurazione di esse. La società perisce perché ha tolto alla Chiesa il diritto di insegnare alle genti, per darlo a "un branco di oscuri giornalisti e di ignorantissimi ciarlatani". Il ministero della parola, il più augusto e invincibile tra tutti, che ha conquistato la terra, è divenuto fonte di distruzione (48).

    La rivoluzione è stata fatta dai ricchi, per i ricchi, e contro i Re e i poveri. I poveri sono stati relegati, per mezzo del censo, in una specie di limbo sociale; del pari, per mezzo delle prerogative parlamentari, sono state usurpate le prerogative della Corona. Forti di questa inespugnabile posizione, i borghesi hanno spogliato la Chiesa e si sono divisi il bottino, "vale a dire che, dopo aver reclamato il potere esclusivamente per sé in qualità di ricchi, hanno fatto in qualità di legislatori una legge che raddoppi la loro ricchezza" (49).

    L'abile lettera è una velata accusa a Maria Cristina. Non è forse per sua mano che la rivoluzione è penetrata in Spagna? La febbre degli interessi materiali si è impadronita anche della Corte, ogni giorno sull'orlo dello scandalo per via di certe speculazioni cui non sono estranee madre e figlia. Se si vuol fermare il socialismo è necessario rinnovarsi di sana pianta. Si ritiene che in Spagna non vi siano socialisti. Questo è errato: "Perché in Spagna non vi fossero socialisti sarebbe necessario che le medesime cause non producessero gli stessi effetti e che il socialismo non fosse una malattia contagiosa; sarebbe necessario, soprattutto, che la Spagna non fosse una società cattolica, perché il socialismo è un male che aggredisce inesorabilmente, e per un alto disegno di Dio, ogni società che essendo stata cattolica ha cessato di esserlo" (50).

    Che un Ministero permanga o cada, che comandi il partito puritano o il conservatore, che il nome di qualcuno risplenda o si eclissi, che un generale sguaini la spada o la rinfoderi, che in questa lotta di Ministeri la fortuna sia per gli uni o per gli altri, tutto ciò non serve che a far cadere l'edificio con maggior fracasso e ignominia: Dio ha fatto le nazioni curabili, ma non sono gli intrighi, bensì i princìpi, quelli che hanno la divina virtù di curare le nazioni inferme (51).

    Donoso non si aspetta alcun risultato concreto da questa lettera; da come si sono messe le cose, un rinnovamento per la Spagna dovrebbe voler dire un cambio di dinastia. Scrive più che altro per mettere in pace la sua coscienza e riparare, per quel che è ormai possibile, alla parte di colpa che hanno avuto i suoi anni giovanili. Niente più sofismi e slanci retorici nelle sue parole, bensì un tono pacato ma fermo; anni di lotta e di delusioni gli hanno insegnato a pronunciare in modo delicato verità ostiche anche ai re.

    5. Donoso Cortés e Luigi Napoleone.

    Il 27 marzo 1851 Donoso presenta le sue credenziali al presidente Luigi Napoleone. E’ la prima volta che si vedono faccia a faccia; la stima nasce reciproca: Donoso vede in Napoleone un uomo che sa governare una democrazia con piglio autocratico, il secondo crede di avere innanzi chi fornisce le basi teoriche ai colpi di mano cesaristi (52).

    A Donoso bastano pochi mesi di permanenza a Parigi per rendersi conto dello stato della Francia. Ci potranno essere in futuro restaurazioni effimere, dice, forse anche l'Impero, ma sarà solo l'ombra di un Impero, perché il paese non si libererà mai della forma repubblicana (53). "In quanto ai Borbone, verranno da soli e nell'ora fissata dalla Provvidenza" (54). Prima o poi succederà qualcosa di grosso, in un senso o nell'altro, ed entro l'anno (55) (…) gli operai mancano di lavoro e dimandano stretto conto a questa società colpevole, che avendo pervertito tutte le loro idee senza migliorarne la condizione materiale, dopo averli lasciati senza Dio, li lascia senza pane" (56).

    I partiti in cui è divisa l'Assemblea vanno infiacchendosi, dietro di essi spunta l'ombra delle moltitudini affamate che ancora non conoscono 1'enorme potere di cui dispongono: la teoria del suffragio universale. Giorno verrà, predice Donoso, in cui vorranno ubbidire solo alla propria volontà e faranno "ciò che hanno sempre fatto tutte le volte che hanno invaso i campi della storia, vale a dire crearsi da sé medesimi tiranni effimeri, porre sugli altari idoli che vi restano solo un'ora, idoli che escono dal nulla, per addivenire tutto, e che ben tosto ritornano nel nulla" (57).

    Il colpo di stato del 2 dicembre è da Donoso previsto e approvato fin dal primo momento (59). Così scrive a Raczynski il 9 maggio: "Siate certo di un colpo di Stato (…), poi vedrete l'Assemblea abbracciare gli stivali del vincitore" (59).

    La stima di Luigi Napoleone per Donoso Cortés aumenta sempre più. "Grazie a Dio", avrà a dirgli, "incontro un uomo, e costui straniero, che è più informato dei francesi sullo stato della Francia. Sono d'accordo con voi in tutto e per tutto" (60). Come previsto (e consigliato) da Donoso, l'Assemblea viene sciolta e il suffragio universale ripristinato. Per prevedere l'avvento dell'Impero ci vuol poco: basta conoscere un po’ la personalità di Luigi Napoleone. Donoso conosce il fatalismo superstizioso del presidente e sa che il 2 dicembre è l'anniversario della battaglia di Austerlitz e dell'incoronazione di Napoleone I.

    Ma non si fa eccessive illusioni sul 'come' sarà l'Impero: "Luigi Napoleone, essendo dittatore, non restaurerebbe la monarchia, ma l'Impero, il che è molto differente, poiché la monarchia è la rivoluzione vinta, l'Impero è stato e sarà la rivoluzione coronata" (62). La situazione internazionale, peraltro, dopo la morte di Schwarzenberg, non è molto felice per la Francia (63); Luigi Napoleone "è deciso tuttavia, e ad ogni costo, a essere imperatore".

    "Tale accadimento sarà, ben ricevuto in Francia, quantunque mal visto dall'Europa, (…) (Egli) è, tuttavia, spinto dal suo destino, che è attraversarle (le frontiere) un giorno, chiamare la rivoluzione e soccombere miseramente in un'altra Waterloo, o, per meglio esprimere il mio pensiero, in una nuova battaglia di Novara" (64). Come si arriverà all'Impero in Francia? Donoso lo sa: con un plebiscito (65), perché i popoli sono "perpetui sprezzatori di ciò che parte, e perpetui adoratori di ciò che viene" (66).

    L'Impero viene puntualmente proclamato alla data prevista da Donoso; se qualche illusione (derivata dal favore con cui Napoleone guardava il Cattolicesimo) gli è rimasta, vola subito via; mai si è visto un potere più dispotico, "il novello Imperatore non incontra resistenza in alcuna parte" (67). La guerra adesso è solo questione di tempo e l'Imperatore si alleerà con la Rivoluzione, ma non perché sia egli stesso rivoluzionario: il suo unico intento è vendicarsi di Waterloo. "Io non mi propongo, egli dice, fare una guerra territoriale, sebbene voglio fare una guerra rivoluzionaria; in tal caso oltre tutti i miei ho anche la metà per lo meno, dei vostri" (68). Questa volta però l’Inghilterra non sarà contro il napoleonide, perché per essa l’unica cosa che conta è dividere il continente! "Sebbene oggi non sembri possibile la alleanza tra Francia e Inghilterra, può essere un fatto domani." (69)

    Il 30 gennaio 1853 Donoso Cortés fa da testimone alle nozze di Napoleone III con Eugenia Montijo, contessa di Teba. Alle grandi regalie concesse per l'occasione da questa ai poveri di Parigi, forse non è estraneo l'ambasciatore spagnolo.

    L'ultimo dispaccio da Parigi è datato 25 aprile 1853, ma alla firma si legge; "Por indisposición de Su Excelencia, el primer secretario, Cayo Quinones De Leon" (70).

    Il 3 maggio Donoso Cortés muore.

    6. La polemica con la stampa.

    Il 13 dicembre 1852 cade il governo di Bravo Murillo e gli succede il liberale Federico Roncali, conte de Alcoy. Ma sotto il vecchio governo, quantunque moderato, i rapporti fra Donoso e l'ex Ministro degli Esteri Miraflores non erano stati i migliori. Già nel 1851 Donoso, che nel frattempo era stato insignito di un'alta onorificenza e fatto senatore, così si lamentava con Raczynski: ''(…) nessun governo è stato meglio informato del mio degli accadinenti che io prevedevo qui, dell'ordine in cui dovevano succedersi, della logica e delle necessità che li generavano. Tutto tempo perso! " (71).

    Altra fonte di amarezza continua a costituire per lui la situazione spagnola, che non è delle più felici, A chi gli propone di prenderne personalmente le redini, così risponde: "Non è possibile che si arrivi ad offrirmi il potere; mi è stato offerto già più di una volta; la difficoltà, o per meglio dire, l’impossibilità sta nel fatto che io accetti, che ci sia disposizione a seguire il mio sistema e che io stesso trovi una spada che mi presti il suo aiuto" (72). "Sono abbastanza rigido, abbastanza assoluto e dogmatico per convenire a qualcuno e perché qualcuno convenga a me. Conosco molto bene la necessità imperiosa che tutti sentono di transigere, di trovare accomodamenti, di cedere per vincere gli ostacoli, ma io disprezzo tutto questo come gli altri disprezzano la virtù" (73).

    Ma i dispiaceri non sono finiti. Nell’aprile del 1852 "El Heraldo" lo attacca, riesumando i suoi scritti di gioventù. Donoso, che odia le polemiche pubbliche, scrive al direttore del giornale il 15 aprile (74). "(…) fra le dottrine che Ella professa, e che predicava anch'io nella mia giovinezza e quelle che professo oggi, àvvi contraddizione radicale e invincibile ripugnanza" (75). All'accusa di assolutismo risponde che egli non può essere assolutista, perché l'assolutismo è tutt’al più opposto alla Rivoluzione nella forma, ma le è uguale nell'essenza. "Solamente il cattolicesimo è la dottrina contraria a quella che io combatto. Date alla dottrina cattolica la forma che più v'aggrada, e qualunque sia questa forma che le darete, tutto sarà cambiato d'un tratto, e vedrete rinnovato l'aspetto della terra" (76).

    Con il Cattolicesimo la ragione cessa di essere 'razionalismo' per tornare a risplendere come faro luminoso; la libertà cessa d'essere transazione, perché la libertà cattolica non si conserva con la guerra, non nasce da contratto, non si acquista con la forza, non ha eserciti permanenti composti di guardie nazionali, né gira per le nazioni trascinata dal carro trionfale delle rivoluzioni. La libertà cattolica è "come la salute dell’organismo in generale, che vale di più che un organo sano" (77).

    I più stupendi monumenti dell'ingegno umano, dice Donoso, sono opera del Cattolicesimo: la "Summa" di S. Tommaso, "La Divina Commedia” di Dante, il Codice di Alfonso il Savio e la Cattedrale di Colonia. Il razionalismo ha invece lasciato due Pantheon a imperitura memoria di tutte le sue discussioni; in uno giacciono sepolte tutte le filosofie, nell'altro tutte le costituzioni (78). "E' cosa degna di osservazione che tutti i popoli i quali anziché ricevere la verità hanno voluto inventarla, vale a dire che tutti i popoli i quali hanno lasciato di essere veramente cattolici per essere puramente discussori, sono alla fine caduti sotto il giogo di orrende dittature, e di fatti brutali. L'Inghilterra è un’eccezione, sebbene imperfetta, di questa regola generale, per la sola ragione che ivi il torrente della discussione è stato sempre rattenuto dalla forte diga delle tradizioni storiche. Per lo contrario in nessun popolo veramente cattolico ha durato lungamente né la dittatura d'un fatto brutale, né il fatto brutale d'una dittatura" (79).

    Il 15 novembre 1652 Donoso Cortés è costretto a rintuzzare altri attacchi, provenienti questa volta dalla "Revue des deux Mondes" (80). Premette subito di non amare le polemiche perché queste si tramutano facilmente in dispute e le dispute vanno a scapito della carità, accendendo le passioni.

    Dio, dice Donoso, volle la creazione una e varia. Nella società l'unità si manifesta nel Potere e la varietà nelle gerarchie. Questa felice combinazione è stata ottenuta solo nel Medio Evo. Le diete, le corporazioni, tutto il sistema dei corpi intermedi insomma, frapponeva una serie di schermi fra l'individuo e il Potere. Questa formula, ottenuta dopo secoli di sforzi, fu resa possibile dal Cattolicesimo. L'ordine della Monarchia cristiana è stato infranto dall’assolutismo, che ha spazzato via le gerarchie e le resistenze naturali.

    II parlamentarismo divide il Potere, ponendone poi le porzioni in concorrenza tra loro. esso nega del Potere la perpetuità, perché gli pone a fondamento un contratto e un contratto può disfarsi in qualsiasi momento; nega altresì del Potere ogni limitazione, spazzando via le gerarchie sociali tramite la centralizzazione; tra Potere e popolo rimane solo il corpo elettorale, abrogato, livellato e confuso che si forma e si disfa a segnale convenuto dall'alto.

    I cattolici liberali come l'interlocutore di Donoso vogliono provocare l'incontro fra Cattolicesimo e libertà, come se la civiltà contemporanea fosse sinonimo di libertà. "Gendarmi e rivoluzioni: ecco tutto ciò che vi ha dato, tutto ciò che vi prepara l'epoca che dite vostra, e quella civiltà che ammirate" (81).

    Il parlamentarismo, continua Donoso, trae origine dallo spirito rivoluzionario e mira a distruggere il Potere: per essere sicuro di ucciderlo, comincia col dividerlo. "No, il parlamentarismo non è ispirato dalla libertà. Se da essa traesse ispirazione cercherebbe la limitazione del Potere, ma non la sua divisione" (82). "E' scritto che ogni impero diviso deve perire. Il parlamentarisno che divide e conturba gli animi, che disperde tutte le gerarchie, che divide il Potere in tre poteri, la società in cento partiti, che rappresenta la divisione in tutte le sue parti, nelle regioni alte, medie, basse, nel Potere, nella società, nell'uomo, non poteva sottrarsi, non si è mai sottratto e mai si sottrarrà all'impero di questa legge inesorabilmente sovrana" (83).

    I tribuni si chiedono come trarre la libertà dalla eguaglianza e il governo forte dalla divisione dei poteri. Cominciano allora le grandi discussioni, le crisi ministeriali, le divisioni nelle maggioranze, i Ministeri vanno e vengono e tutto si trasforma in un turbine rapido e vorticoso. A questo punto i rappresentanti del popolo, se non cadono trucidati da mano adirata, vengono strappati via dalla tribuna dalla mediocrità invidiosa (84). Il parlamentarismo "muore lasciando la società in mano della rivoluzione, o in mano della dittatura, che ne prendono l'eredità, e per la forza del diritto o per il diritto della forza; per il diritto della forza perché sono le più forti; per la forza del diritto, perché sono sue figlie" (85). Cosa rimane? Un potere armato della forza sociale in presenza di individui dispersi, o una moltitudine furiosa in presenza di un potere diviso (86). "Dio ha sempre dato l'imperio alle razze guerriere ed ha condannato alla servitù le ciarliere" (86/bis).

    Ma cosa intende esattamente Donoso Cortés per ‘parlamentarismo’ ? Ecco: "Il parlamentarismo è lo spirito rivoluzionario nel Parlamento. Le mie parole non condannano il Parlamento, che è il vaso, ma lo spirito rivoluzionario che ne è il liquore. Accetto il vaso, ma prima disperdete il liquore che in esso è contenuto, e quando dico disperdete il liquore che vi si contiene, voglio dire: datemi un Parlamento che non sia Potere, ma resistenza al Potere, di sua natura limitato, perpetuo e uno; datemi un Parlamento che non sopprima le gerarchie perché esse sono per la società ciò che l'unità è per il Potere, cioè condizione necessaria di sua esistenza" (87).

    Altro errore, aggiunge Donoso, è credere che egli consigli il dominio universale ed assoluto della Chiesa. Oggi solo la Chiesa offre lo spettacolo di una società ordinata, libera, tranquilla in mezzo ai tumulti; in essa il suddito obbedisce pacificamente alla legittima autorità, che a sua volta comanda con giustizia e moderazione; solo in essa si trovano cittadini che sanno vivere da santi e morire da martiri. Ecco perché Donoso ha additato la Chiesa alla società civile: "Cerchi l'ordine? Dimandalo a chi è bene ordinato. Cerchi la libertà? Apprendila alla scuola di ehi è libero" (88).

    "Qui non trattasi, come ben si vede, se debbasi supremazia al Sacerdozio o all'Impero. Trattasi solamente di verificare se conviene o no alla società civile di prendere dalla Chiesa i grandi principii della sociale economia, e se alla società convenga, o no, essere cristiana" (89). Come la sottomissione ai Comandamenti non trae seco, né in nodo implicito né in modo esplicito, l'istituzione di un governo teocratico, cosi il riconoscimento delle verità fondamentali di cui la Chiesa è depositaria, non reca come conseguenza il dominio di quest’ultima sulle cose temporali.

    7. Donoso Cortés e Metternich (89/bis).

    Nell'aprile del 1851 il principe di Metternich, saputo che era ambasciatore a Parigi "il celebre Donoso Cortés" (90) e desiderando conoscerlo, invitava quest'ultimo a Bruxelles, ove viveva in esilio, tramite il barone Meyendorff. Lo stesso mese Donoso, ottenuto il permesso dal suo governo, andava a trovarlo.

    Metternich, caduto il 13 maggio 1848, si era ritirato per due anni e mezzo in una specie di esilio volontario in Inghilterra e in Belgio. L’orgoglio gli impediva di tornare a Corte, ma anche una lucida coscienza del fatto che la sua indesiderata presenza sarebbe stata fonte di difficoltà per il giovane imperatore austriaco. Nella villa di Brighton prima e nella casa di Bruxelles poi, era divenuto l'oracolo di quanti vedevano la civiltà cristiana cadere per mano dei nazionalismi e delle rivoluzioni.

    Ma non c'erano solo reazionari tra coloro che desideravano vedere quel monumento di Storia vivente; andavano a trovarlo anche uomini come Robert Owen, che Metternich descrisse come "il vecchio e sciocco socialista che durante vent'anni mi perseguitò con la sua simpatia unilaterale" (91), Luigi Blanc, che mai volle ricevere, e non pochi discepoli di Saint Simon. Il più assiduo era il suo coetaneo duca di Wellington. Thiers e Disraeli andavano spesso a trovarlo. Veuillot era stato ricevuto freddamente: aveva offerto la direzione del partito europeo del Cattolicismo Secolare Militante al nemico di tutti gli 'ismi'.

    Dare una costituzione a uno Stato, soleva dire, equivale a cambiare la realtà naturale con un documento falso.

    Quel vecchio ottuagenario che ora vestiva come un impiegato, aveva conosciuto Napoleone; era un nobile del Sacro Romano Impero che aveva assistito all'incoronazione di due imperatori con la corona di Carlo Magno; l'uomo che preferiva il francese al tedesco, che univa in sé un Conte romano, un Principe austriaco, un Pari d'Ungheria e Boemia, un Duca di Spagna, aveva portato il Toson d'Oro nell’età di Verdi e Wagner e raccontava aneddoti di Mozart; l'uomo che aveva offeso Balzac dicendogli di non aver mai letto niente di lui; l'uomo che ora viveva una vita spirituale profonda, laddove prima aveva considerato la religione nulla di più che una forma di disciplina, era ora di fronte al marchese di Valdegamas, vedendovi, chissà, il filosofo della sua politica.

    Dopo trentanove anni di permanenza al potere, poteva ben dire a Donoso: "Io sono (…) un libro voluminoso nel quale sono scritti tutti i grandi fatti di questo secolo; quando ella vuole, mi pongo al suo servigio perché mi possa leggere dalla prima fino all'ultima pagina" (92). Donoso Cortés era uomo di principii non di sistemi; per questo incontrava la simpatia di Mettemich. "Un sistema", gli diceva il vecchio principe, "è come un cannone posto in una stretta feritoia; per liberarsene basta porsi di fianco e evitare la linea retta; mentre i princìpi sono come un cannone rotante posto all'aria aperta, il quale vomita fuoco contro l'errore in tutte le direzioni" (93).

    L'affinità fra i due esisteva, ma non era completa. Metternich era pur sempre stato al servizio di una potenza regalista e la grandezza dell'Austria gli era sempre stata più a cuore che non l'integrale restaurazione della cattolicità, per la quale Donoso Cortés, invece, si batteva a tutt'uomo.

    Nemico acerrimo di tutti gli 'ismi' come Napoleoone lo era stato di ogni 'ideologia', Mettemich era arrivato al punto di far notare a Donoso come il suffisso, applicato alla parola 'cattolico', ne alterasse a suo avviso il significato. Parole di per sé innocue o cariche di significato positivo, diceva infatti, come 'Dio', 'ragione', 'filosofia', 'società', 'sentimento', 'comune', etc“, diventavano 'deismo', 'razionalismo', 'filosofismo', 'socialismo', 'sentimentalismo', 'comunismo', ecc. Pazientemente Donoso Cortés aveva fatto rilevare che nel caso del 'Cattolicismo' non ne era derivato alcun danno (94).

    Sul resto però i due erano pienamente d'accordo: la società era per entrambi un valore assoluto e Metternich amava definire sé stesso "uomo di princìpi".

    "Ce qu'on appelle le système Metternich n’était pas un système, mais l’application des lois qui régissent le monde" (95). Metternich sapeva che i nazionalismi non erano un fine, ma un mezzo di cui si serviva la Rivoluzione e Donoso completava il quadro informandolo che il serpente rivoluzionario aveva trovato altro fuoco su cui soffiare: la questione territoriale (96). Lo svincolarsi dalle dottrine assorbite durante la prima educazione, se a Donoso Cortés era costato un lungo travaglio, a Metternich era stato relativamente facile (97); dopo essere stato per quasi quarant’anni la bestia nera dei rivoluzionari, il permanere accanto ad una Monarchia che sembrava aver perso ogni vigore di lotta, era in ogni caso per lui impossibile (98), specialmente una volta prevalsa la politica delle concessioni, ma non amministrative, cui sarebbe stato favorevole, bensì politiche (99).

    "J'ai toujours regardé le dispotisme quel qu'il fut, comme un système de faiblesse. Là où il se montre, il est un mal qui se trouve en lui-meme sa punition; mais il est funeste surtout quand il se masque du nom de progrès" (100). Erano esattamente le idee di Donoso. Ancora: "La toute-puissance de l'état, de ce corps ideal, resulte des doctrines du constitutionnalisme moderne comme l’effet de la cause; or, sa conséquence est la restriction aussi grande que possible de la liberté individuelle sacrifiée a l'idée de la plénitude d’une idèe matérializée" (101).

    Il "Saggio” piacque moltissimo a Metternich. Fu grazie al suo interessamento che si ebbe la prima versione in tedesco dell'opera.



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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (Cap V)
    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *

    CAPITOLO V


    1. La polemica con Gaduel.

    Come Donoso aveva previsto, il "Saggio" ricevette attacchi, accuse e critiche, sia tramite articoli sui giornali, sia per mezzo di voluminose confutazioni: nel 1851 era uscito a Valladolid un opuscolo di Nicomedes Martin Mateos, "Ventisei lettere al Sig. Marchese di Valdegamas in risposta ai ventisei capitoli del suo Saggio sul Cattolicesimo, il Liberalismo e il Socialismo"; tra il '52 e il '53 erano usciti addirittura tre volumi, "Il socialismo e la teocrazia, ossia osservazioni sulle principali controversie politiche e filosofico - sociali dirette all'Ecc.mo Sig. D. Juan Donoso Cortés, marchese di Valdegamas, in confutazione delle più rimarchevoli idee dei suoi scritti e delle basi di quei sistemi", di José Frexas.

    Ma l'attacco inaspettato e più doloroso gli viene nel febbraio 1852 dall'abate Gaduel, Vicario Generale della Diocesi di Orléans. Su "L'Ami de la Religion" appare una serie di articoli contro i 'considerevoli errori' teologici contenuti nel "Saggio".

    L'opera di Donoso è in realtà un pretesto: chi si vuoi colpire è Veuillot; è il cattolicesimo gallicano e liberale contro il cattolicesimo romano e monarchico; è Dupanloup, Vescovo di Orléans, contro "L'Univers". Donoso non risponde. Dare spettacolo ad un pubblico eterogeneo entrando in polemica con un sacerdote, e per di più su questioni teologiche, è cosa che lo disgusta oltremodo. Sa anche che non è lui che si vuole colpire, e chiedere ad uno spagnolo, anche se profondamente cristiano, di fungere da pubblico zimbello, è pretendere troppo. Per un anno intero riesce a dominare l'amor proprio. Si limita solo a scrivere una lettera al direttore dell’Univers, lettera in cui si professa sottomesso in tutto e per tutto alla Chiesa: "(…) dichiaro che da ora e per sempre condanno tutto quello che abbia condannato, condanni, e possa in seguito condannare in altri o in me, la Santa Chiesa Cattolica, nella quale cerco di essere figlio sottomesso e rispettoso" (1).

    Il 1° febbraio 1853 scrive una lettera privata, Cortése e posata, a Gaduel, nella quale fa notare, tra l'altro, che la traduzione francese del "Saggio" contiene non pochi errori, come per esempio 'indéfini' al posto di 'infinide' (2).

    Gaduel gli risponde facendogli capire che non bastano le ritrattazioni generiche, trattandosi di errori particolarmente segnalati. La lettera però viene apertamente pubblicata su "L'Ami de la Religion" e la pazienza di Donoso Cortés giunge al limite. La Cortésia non è sinonimo di debolezza ed egli è anche in grado di essere energico se le circostanze lo richiedono: "(…) si je n'ai aucun gout pour les journalistes qui se font Eveques ou Pretres, je n’en ai pas davantage pour lea Eveques ou les Abbés qui se font journalistes, et mauvais journalistes, comme il y en a trop, par malheur de notre temps" (3). La posizione in cui Donoso si viene a trovare non è delle più gradevoli: scendere in polemica gli è vietato dalla carità, il tacere, d'altro canto, sarà sicuramente interpretato come ammissione indiretta o "superbia intellettuale" (4).

    La polemica intanto si protrae, essendosi schierati con "L'Univers" dom Guéranger e i suoi confratelli di Solesmes, e i redattori dell'italiana "Armonia”. Donoso Cortés opta per una terza soluzione: scrivere al Pontefice per sottoporgli il "Saggio". "(…) mi è sembrato non solo conveniente, ma anche necessario sottoporre la questione alla decisione suprema di Vostra Santità, unica autorità sulla terra le cui sentenze sono oracoli ed i cui oracoli sono infallibili" (5). Che motivo c'era, dice Donoso, di abbassare il tutto al livello di squallida polemica giornalistica? I prelati, poi, che si pongono su questo piano non rendono il migliore servizio all'onore e al prestigio della Chiesa: "(…) le loro pastorali sono scritte in stile di libelli; e qualche volta di libelli diffamatori; invece di ordinare disputano, invece di insegnare controvertono e ispirano la passione laddove dovrebbero alle passioni imporre il silenzio" (6).

    Perché "L'Ami de la Religion" aveva rifiutato di pubblicare, dietro richiesta dell’Univers, l'articolo dell ' "Armonia" da cui risultava che il "Saggio" era stato pubblicato a Foligno con la debita approvazione ecclesiastica? Donoso indica inoltre al Pontefice quali sono, a suo avviso, i veri termini ed i reali protagonisti della disputa, biasimando il cammino intrapreso da parte del clero francese.

    In Francia il laicismo aveva guadagnato molto terreno, il gallicanismo aveva profonde radici e resti di giansenismo rimanevano abbarbicati in molte coscienze. Molti cattolici rivendicavano un cristianesimo di carattere più marcatamente sociale e un Montalembert aveva fatto suo l’assioma "libera Chiesa in libero Stato". L'ambiguità del termine 'libertà' aveva portato Lamennais alla rottura con Roma e già si parlava di cattolicesimo democratico (7).

    Donoso Cortés, manco a dirsi, prende le difese di Veuillot e dell' "Univers". Pio IX risponde a Donoso il 24 febbraio con una breve ma affettuosa lettera: alcuni giorni dopo fa sapere a Veuillot che il suo giudizio corrisponde a quello che uscirà il 16 aprile su "La Civiltà Cattolica". L'8 aprile 1853 l'Arcivescovo di Parigi toglie le limitazioni imposte all' "Univers" (7/bis).

    Il 16 aprile esce anonima (ma è da attribuirsi a Taparelli D'Azeglio), sulla "Civiltà Cattolica", una recensione del "Saggio". Il giudizio è tutto sommato favorevole a Donoso Cortés, anche se si riconoscono le innegabili pecche dell'opera. E' eccessivo però, dice il Taparelli, stimare l'autore 'tendente al luteranismo o al calvinismo'. "II valoroso scrittore, senza spaventarsi della difficoltà dell'argomento, lo contempla quasi dall'alto, ne misura l'ampiezza, lo percorre con piè risoluto e franco, spargendo d'intorno a sé torrenti di luce che rendono accessibili anche ad intelletti volgari le questioni più riposte ed astruse" (8). Le inesattezze ci sono, come negarlo? Ma l'eccessiva pignoleria rischia di toccare i confini dell'ingiustizia, se applicata ad un'opera per tante ragioni pregevolissima.

    "Ora in tutto questo discorso inteso a dovere, e non ricercato con occhio livido, non vediamo che una dottrina molto ortodossa" (9).

    Il Taparelli osserva inoltre che se lo stesso sistema fosse usato contro il critico del "Saggio", questi non si troverebbe a buon partito, gliene porta peraltro un esempio molto garbato per dimostrargli che le cose che sfuggono ad un teologo, possono ben compatirsi in un laico: "Quale può essere in tutto ciò il torto del valente scrittore? Già lo dicemmo; quell'unico torto, se torto egli può dirsi, d'avere usate locuzioni e maniere talvolta aliene dalle usate oggidì nell'insegnamento delle scuole, e con le quali più che con le antiche è famigliare il dotto professore orleanese" (10).

    2. La preparazione del "Sillabo".

    Il Pontificato di Pio IX fu il più lungo della storia, essendo durato trentadue anni. Eletto la sera del 16 giugno 1846 dopo un brevissimo conclave, il "Papa liberale" veniva ad aggiungersi alla confusa situazione nella quale versava la Chiesa (11).

    Fin dal 1752 Federico II di Prussia poteva dire: "Il Papa è un vecchio idolo trascurato nella sua nicchia; attualmente egli è il primo elemosiniere dei re; i suoi fulmini si sono spenti. La sua politica è nota: invece di interdire i popoli e deporre i sovrani, come un tempo, egli è ben contento quando nessuno depone lui ma lo lascia dire la messa tranquillamente a San Pietro" (12). Nel secolo XIX il processo di secolarizzazione della società dai "pamphlet" era sceso sulle piazze. La separazione tra Chiesa e Stato, la libertà di coscienza, parola e stampa, la divisione dei cattolici in liberali e intransigenti, destavano non poche preoccupazioni nell'ambito delle gerarchie ecclesiastiche. Le pesanti bordate che le eresie, il razionalismo e i principi del '89 non avevano mai cessato di sparare sulla Chiesa non costituivano la sola fonte di apprensione.

    Proprio durante il Pontificato di Pio IX andava prendendo consistenza un altro germe di discordia; il dubbio sull'opportunità del Potere Temporale. Ma, a parte la sua formazione culturale, tutto il liberalismo di Pio IX si riduceva ad una grande bontà d'animo che lo portava a ritenere preferibile disarmare lo spirito rivoluzionario con la dolcezza, piuttosto che tentare di domarlo con la forza (13). La piazza, alternando sapientemente acclamazioni ed improperi, gli strappava una concessione dopo l'altra (14). Lo "spirito dei tempi" si impadroniva immediatamente delle sue riforme, pompando l'effimero mito neoguelfo. L'allacciarsi dei rapporti della S. Sede con l'Inghilterra e gli Stati Uniti, il compromissorio Concordato con la Russia, il silenzio del Papa nei riguardi della questione del "Sonderbund" (15), costituivano altrettanti motivi di scandalo per i reazionari.

    Il mutamento di rotta nella politica di Pio IX può essere fatto "ad abundantiam" coincidere con il dramma della Repubblica Romana. Nel concistoro del 20 aprile 1849 il Papa si esprimeva in termini severi nei confronti del Gioberti e il 30 maggio la Congregazione dell'Indice, riunita dietro sua richiesta, condannava "II gesuita moderno", due opuscoli del Rosmini e uno del P. Ventura (16). L'anno dopo Pio IX invitava il clero a sostituire redingote e tricorno con la veste talare lunga, onde aumentare il distacco da "gli uomini del secolo, infestati dai principi rivoluzionari" (17). L'8 aprile 1850 usciva a Napoli il primo fascicolo de "La Civiltà Cattolica", fondata dal P. Carlo Curci ed appoggiata dal Papa, alla redazione collaboravano nomi come il P. Taparelli D'Azeglio, il P. Francesco Pellico e il P. Bresciani. Le precedenti condanne della Massoneria e quella contenuta nell'allocuzione del 10 maggio 1850, contro la legge aull’insegnamento belga, completavano il quadro.

    Il "Neue Kurs" del Servo di Dio Pio IX era sintetizzato in una sua frase: "I popoli sono incontentabili, ho fatto un'esperienza troppo dolorosa" (18). Sotto questo aspetto ben calzava alla Segreteria di Stato il Card. Antonelli, l’uomo, dirà Ghisalberti, di cui gran parte del Sacro Collegio invocava l'allontanamento, pregando nello stesso tempo Iddio che non venisse esaudita la propria invocazione (19).

    La "Civiltà Cattolica" costituiva la punta avanzata della controffensiva romana; "la sua azione si svolse sostanzialmente su quattro linee convergenti: critica inflessibile al liberalismo e al laicismo, difesa del Potere Temporale e processo al Risorgimento, propaganda per il tomismo e contro il rosminianesimo, sviluppo e divulgazione di una dottrina sociale cristiana" (20).

    Ma la spina nel cuore di Pio IX era la divisione dei cattolici. In Italia Rosmini, Capponi, Manzoni, Tommaseo; in Francia le leggi Falloux avevano posto "L'Univers" e gli ultramontani contro "Le Correspondant" e i gallicani, Lacordaire inneggiava alla democrazia e Ozanam lanciava il suo "Passone aux barbares!". Mons. Parisis ebbe a dire: "Da molto tempo deploro le illusioni e le rovine di questa scuola di accomodamenti composta di uomini generalmente onorati, credenti e praticanti, ma paurosi, che nostro Signore avrebbe chiamati 'modicae fidei', i quali, vedendo la potenza e l'estensione del razionalismo, tremano per la Chiesa di Dio e si convincono che per prudenza occorra fare a questo nemico, che pretendono nuovo, delle concessioni mai fatte in alcun tempo dalla Chiesa" (21).

    Lo stesso Pio IX dirà in seguito: "II liberalismo cattolico è (tenere) un piede nella verità e uno nell'errore, un piede nella Chiesa e uno nel secolo, un piede con me e uno con i miei nemici" (22). D'altro canto l'iniziativa non poteva essere lasciata a quel fenomeno nuovo, e direi sconcertante, di un'azione cattolica laica che appassionatamente difendeva la Chiesa con armi inusitate, come la tribuna e la stampa.

    L'idea di un "Sillabo" era venuta dalla pastorale di mons. Gerbet, Vescovo di Perpignano, "Istruzione sugli errori del tempo presente", contenente una lista di 85 proposizioni erronee. In seguito ad un suggerimento del Sinodo di Spoleto del 1849, Pio IX incaricò nel 1852 il Card. Fornari (23) di consultare segretamente a questo proposito un certo numero di Vescovi e di laici. Una delle lettere del Fornari giunse a Donoso Cortés.

    3, Una lettera al Card. Fornari

    Nei punti nevralgici della Storia sempre sorgono grandi "novatori" che aprono le nuove direzioni ai tempi, di fronte ad essi si ergono grandi pensatori reazionari, come Von Haller, De Bonald, De Maistre. L'ultimo di questi Padri Laici della Chiesa di Roma, come lo definisce Barbey D'Aurevilly (24), l'ultimo grande esponente controrivoluzionario del secolo XIX è senz'altro Donoso Cortés. La Chiesa non poteva esimersi dall'ascoltarlo. La risposta di Donoso Cortés al Card. Fornari (19 giugno 1852) è senz'altro la migliore sintesi del suo pensiero, la migliore cosa che abbia mai scritto, sia per la forma che per la precisione.

    Essendo lo scritto risultato di un incarico, i quadri grandiosi, le brillanti metafore, le immagini, le divagazioni devono essere forzatamente lasciate da parte, per far posto ai concetti essenziali. Lo scritto, depauperato della retorica, guadagna in chiarezza ed in forza logica. Donoso ha avuto il tempo di rimuginare i concetti del "Saggio", il suo pensiero è ora al culmine della maturità.

    Alla radice di ogni errore contemporaneo c'è una eresia; tutte queste eresie si risolvono in altre eresie già condannate a suo tempo dalla Chiesa. Essa ha condannato negli errori passati quelli presenti e futuri. Nel "Saggio" Donoso aveva indicato come da ogni errore teologico scaturisca un errore politico e sociale. Nel secolo XIX gli errori teorici sono diventati conseguenze pratiche che investono la società nella vita di ogni giorno. "(…) ai nostri giorni l'errore non sta solo nei libri ma anche fuori di essi: sta nei libri, nelle istituzioni, nelle leggi, nei giornali, nei discorsi, nelle conversazioni, nella aule, nei circoli, nei focolari, nel foro, in ciò che si dice e in ciò che si tace" (25).

    Supposta la negazione del Peccato Originale, si viene a negare l'infermità della volontà umana, il mondo inteso come valle di lacrime, la necessità del dolore liberamente accettato come mezzo di santificazione, che l'uomo abbia bisogno di santificarsi. Si afferma così che la vita non è valle di lacrime ma può essere radicalmente trasformata dall'uomo, che l'uomo può assurgere alle più alte perfezioni munito del dogma del progresso indefinito, che quel che la ragione non coglie non esiste, che è peccato quel che la ragione dice essere peccato, che la volontà e le passioni sono buone, che si deve ricercare solo il piacere perché il tempo è posseduto dall'uomo per essere goduto. Se l'uomo non è caduto la Redenzione è stata inutile, anzi, non c'è mai stata, né ha senso l'azione santificante dello Spirito, negato il Padre, negato il Figlio, negato lo Spirito Santo, il Cattolicesimo diventa un'assurdità, laddove per il cattolico il soprannaturale è l'atmosfera del naturale, "vale a dire, ciò che, senza farsi sentire, circonda e a un tempo stesso sorregge il peccatore" (26).

    Negata la base del Cattolicesimo, la stessa Chiesa diventa un'associazione filantropica, più ingombrante che utile. "I progressi della verità dipendono dai progressi della ragione, questi dal suo esercizio, che consiste nella discussione, dunque la discussione è la vera legge fondamentale delle società moderne e l'unico crogiolo in cui si separano, dopo fuse, le verità dagli errori. Da questo principio hanno la loro origine la libertà della stampa, l’inviolabilità della tribuna, e la sovranità reale delle assemblee deliberanti. Se la volontà dell'uomo non è inferma, le basta il fascino del bene per seguirlo senza l'ausilio soprannaturale della grazia.

    Se l'uomo non ha bisogno di questo aiuto, non ha nemmeno bisogno che i sacramenti e le orazioni glielo procurino; se l'orazione non è necessaria, è oziosa; se è oziosa è tale pure la vita contemplativa; se la vita contemplativa è oziosa e inutile, allora lo sono anche la maggior parte delle comunità religiose. Questo serve a spiegare perché, dove sono penetrate queste idee, sono state soppresse quelle comunità. Se l'uomo non ha bisogno di sacramenti, non ha bisogno nemmeno di chi glieli amministri; e se non ha bisogno di Dio, non ha bisogno nemmeno dei suoi mediatori. Da qui il disprezzo e la proscrizione del sacerdozio ove queste idee hanno messo radici. Il disprezzo del sacerdozio si risolve ovunque nel disprezzo della Chiesa, e questo nel disprezzo di Dio" (27).

    Scartato tutto ciò che è soprannaturale, l'uomo si volge esclusivamente agli interessi materiali. Ed è logico: negata la possibilità di un'altra vita, l'uomo ricerca la felicità in questa vita. Spuntano così i grandi sistemi utilitaristici, le grandi espansioni commerciali, la febbre dell'industria, l'arroganza dei ricchi e la rivolta degli sfruttati. Tolto il soffio vitale e mediatore del cattolicesimo, si cerca una sorta di equilibrio con la distribuzione artificiale dei pubblici poteri, il che equivale a voler riprodurre i fenomeni della vita, di per sé naturali, con mezzi meccanici. Si accusa la Chiesa di essere nemica dell'espansione della ricchezza e del progresso. In realtà quel che si propone la Chiesa non è di fare gli uomini ricchi, ma santi.

    Certe scuole affermano che il Cattolicesimo è favorevole al governo delle moltitudini, altre dicono che appoggia la tirannide opprimendo la libertà. In realtà il Cattolicesimo ha santificato l'obbedienza e insegnato che nessun uomo ha diritti sull'altro uomo, perché l'autorità viene da Dio: comandare significa servire e richiede sacrificio, nessuno può essere grande se non si fa piccolo ai propri occhi. Questi principi formano il Diritto Pubblico della Cristianità e costituiscono l'affermazione dell'unica libertà possibile. Tra gli interessi materiali, morali e religiosi deve esserci equilibrio e ciascuno di essi deve avere il suo posto, questo la Chiesa insegna.

    Quando prevalgono i primi ai mettono in moto le grandi concupiscenze. Alcuni si rendono conto della necessità sociale del Cattolicesimo ma ricusano il suo giogo (soave per l'umiltà, opprimente per l'orgoglio) (28), e cercano la transazione, accettando solo ciò che fa loro più comodo e respingendo il resto: "Costoro sono tanto più pericolosi in quanto assumono un certo sembiante d'imparzialità, proprio per ingannare e sedurre le genti; con ciò si fanno giudici del campo, obbligano a comparire dinanzi a loro l'errore e la verità, e con falsa moderazione cercano tra i due non so quale impossibile mezzo termine". "Colui che si pone in questo vuoto è tanto lontano dalla verità quanto colui che è nell'errore" (29).

    Ed ora Donoso coglie la doppia anima del socialismo: alcuni degli errori descritti portano alla libertà assoluta, quindi all'anarchia; altri richiedono per la loro realizzazione un dispotismo di proporzioni immani. I primi negano non solo il Dio Provvidenza, ma anche il Dio Creatore: la logica esige quindi la negazione di ogni autorità, sia politica, sia religiosa, sia domestica. Il comunismo deriva dalle eresie panteiste; Dio è tutto, quindi moltitudine e democrazia; gli individui sono atomi divini del tutto, che perpetuamente li genera e li riassorbe.

    Se Dio è tutto, ciò che non è Dio è nulla; da qui il disprezzo per il singolo e per la libertà individuale; da qui la necessità di confondere le famiglie, le classi, i popoli, le nazioni. Sarà il Dio unico, universale, vincitore di tutto ciò che è vario e particolare: "Questo è il vero tutto, il vero Dio armato di un solo attributo, l'onnipotenza, e vincitore delle tre grandi debolezze del Dio cattolico: la bontà, l'amore e la misericordia. Chi non riconoscerà in questo Dio Lucifero, il Dio dell'orgoglio?". "(…) il grande impero anticristiano sarà un colossale impero demagogico, retto da un popolano di satanica grandezza, che sarà l'uomo del peccato" (30).

    Tutto il ragionamento di Donoso può farsi, identico, per quanto riguarda la struttura della Chiesa. Negando il primato di Pietro si fanno dipendere le sorti della Chiesa da una irrequieta aristocrazia. Concesso al Pontefice l'onore di una vana presidenza, lo si relega in Vaticano come il Dio deista nel cielo. Coloro che non accettano l'impero della ragione, di per sé aristocratica, preferendo quello della volontà, finiscono nel presbiterianismo, che è la repubblica nella Chiesa; gli innamorati della libertà individuale cadono nel libero esame ed i sedotti dall'errore panteista daranno la sovranità alla comunità dei fedeli, tramutando il Pontefice da mandatario di Dio, a mandatario della Comunità.

    La teoria dell'uguaglianza tra Chiesa e Stato finisce col proclamare di natura laicale ciò che è di natura mista, e di natura mista ciò che è di natura ecclesiastica; tutti i punti possono perciò essere oggetto di discussione e tutto ciò che è discutibile si risolve in transazioni; la vigilanza, l'ispezione e la censura esercitate dallo Stato nei confronti della Chiesa, divengono così misure di diritto comune.

    La teoria dell’inferiorità della Chiesa rispetto allo Stato si risolve nella proclamazione delle Chiese Nazionali; lo Stato può revocare i Concordati, requisire i beni ecclesiastici e governare direttamente la Chiesa. La teoria della separazione assoluta tra Chiesa e Stato finisce, a lungo andare, con lo scristianizzare la società. In ultimo, l'affermazione che la Chiesa non serve a nulla porta alle peggiori persecuzioni.

    Per finire, conclude Donoso, la libertà di insegnamento, là dove è negata, è sempre meglio che niente. Ma il principio è in sé stesso inaccettabile per la Chiesa Cattolica: "Infatti, proclamare che l'insegnamento deve essere libero significa proclamare l'inesistenza di una verità già conosciuta che deve essere insegnata, che la verità non è stata ancora trovata e che la si può trovare attraverso un'ampia discussione di tutte le opinioni" (31).

    4. La morte.

    Fin da quando aveva deciso di vivere da cattolico la sua vita privata aveva preso una decisa piega ascetica: Divorava opere di mistica, le vite dei Santi e l’ "Imitazione". Confessava a Veuillot di sentirsi portato alla vita contemplativa, gli sarebbe piaciuto entrare nei Gesuiti. Annotava puntualmente i giorni di digiuno e di astinenza, si confessava ogni otto giorni e si comunicava due volte alla settimana. Cercava di pregare il più possibile, il tempo che le sue occupazioni di ambasciatore gli consentivano.
    Sosteneva finanziariamente la vedova del fratello e si informava meticolosamente della vita spirituale della sua famiglia.

    Soccorreva in modo sistematico le "Hermanitas de los pobres" e assisteva puntualmente a tutte le loro comunioni generali. Iscritto alla S. Vincenzo de' Paoli e a numerose altre congregazioni, si dedicava a tutt'uomo ai poveri, giungendo a mendicare per essi presso le conoscenze facoltose. Trovava sempre il tempo per visitare i suburbi parigini ed aiutare economicamente le famiglie bisognose; fu padrino di un'infinità di bambini nati nella miseria. Non essendo ricco, finì per indebitarsi (32). Riusciva però a mantenere gli impegni presi coi poveri cui si era obbligato a passare una pensione annua. A Veuillot che gli chiedeva del denaro per soccorrere una famiglia in gravi ristrettezze consegnò senza esitare quel che restava del suo stipendio di ambasciatore. "Mentre mi parlava si stava vestendo, ed ebbi occasione di vedere che aveva la camicia logora: glielo dissi, ma mi rispose che non ne aveva altra migliore" (33).

    Con l'inseparabile Veuillot percorse a piedi e sotto la pioggia parecchi chilometri, in un pellegrinaggio ad Argenteuil, ove intendeva impetrare per il fratello Paco, sofferente di convulsioni nervose.

    Galindo Herrero informa dettagliatamente dei mezzi apprestati da Donoso nello sforzo di vincere sé stesso: Juan Donoso Cortés, Grande di Spagna, Gran Croce di Carlo III, Gran Croce di Isabella la Cattolica, Ufficiale della Legion d'Onore, confidente e consigliere di re, deputato, oratore e scrittore famoso, senatore del Regno di Spagna, ambasciatore plenipotenziario e testimone di nozze imperiali, portava il cilicio, una camicia di cuoio intrecciato con punte metalliche (34).

    Nell'aprile del 1853 una violenta crisi cardiaca lo colse costringendolo a letto, Napoleone III inviava il suo aiutante di campo ad assisterlo. Si chiudeva così una vita vissuta nella più completa solitudine. "(…) la miglior corona di quella vita, troncata prima di arrivare al tramonto, la migliore opera e il miglior esempio di Donoso, fu la sua morte da santo" (35).

    "Anacoreta perduto nelle aride steppe della diplomazia, apostolo predicatore di selvaggi da salotto, asceta sotto l’abito ricamato di ambasciatore, Donoao Cortés, dopo aver dato durante la sua vita il raro esempio di una conversione politica sincera, offriva, morendo, lo spettacolo edificante di una fine veramente cristiana" (36).

    "Sono tranquillo perché so in quali braccia mi trovo" (36), diceva mostrando il Crocifisso. Nella Legazione Spagnola, in Rue de Coureelles, nei deserti stanzoni pieni di solito del fumo degli innumerevoli sigari che fumava, assistito dal conte Hubner e da una suora, si spegneva all'età di quarantaquattro anni Juan Donoso Cortés, marchese di Valdegamas, controrivoluzionario.

    CONCLUSIONE

    Il pensiero di Donoso Cortés è sempre stato oggetto di un curioso fenomeno: lasciato sopire e addirittura dimenticato nelle oasi della storia, viene "riscoperto" nei periodi di crisi. E' una specie di "eterno ritorno" di Donoso Cortés, un destino che egli stesso aveva peraltro previsto.

    Nell'ultima parte del secolo scorso lo spirito borghese "fin de siecle" viveva tranquillo nell'apparente "calma conservatrice", dando per morta l'anima della rivoluzione. Sarà la bufera del '15-'18 a far riesumare il marchese di Valdegamas (37), come autore di una analisi critica del secolo XIX che prevedeva conseguenze manifestatesi poi in grande stile; il crollo del liberalismo e la Rivoluzione Sovietica faranno volgere gli occhi degli studiosi all'uomo che "dalle altezze cattoliche" lanciava vaticinii sull'Europa. Col tempo il velo dell'oblio è tornato a scendere su Donoso Cortés.

    II fatto è che egli non fa mai uomo di parte, bensì di princìpi. Pronto a difendere la verità in cui credeva contro tutto e tutti, financo contro i suoi stessi amici (i quali più volte gli avevano fatto notare che esagerava), il suo ruolo era quello di "voce-che-grida-nel-deserto" invitando gli uomini alla penitenza, di cui peraltro era il primo a dare l'esempio.

    Da questo punto di vista non erra chi lo accosta ai profeti dell'Antico Testamento. Ma profeta di cosa? Di sciagure? Di più; di "catastrofi" (38). In effetti in mezzo alle dottrine ottimistiche che si presentavano al vaglio della Storia nel corso del secolo passato, bianche nella veste della candidatura a "sistema universale”, stonava non poco il pensiero di Donoso Cortés, che si presentava parato a lutto rinfacciando agli uomini del suo tempo di tollerare ogni tirannia che si presentasse in nome del filantropismo, di sopportare la guerra solo se fatta "contro la guerra", e la schiavitù in nome della libertà (39).

    I suoi pronostici? Non occorre essere d'accordo sulla teoria: basta aprire un libro di storia per vedere cosa è successo in pratica. Quel che aveva previsto si è generalmente avverato. Se sia stato un esaltato visionario o un versato nell'arte divinatoria, non è cosa che riguardi il presente studio. Siamo certi d'altro canto che nella sua veste di lucido scrutatore politico seppe essere freddo e ragionatore (40).

    I suoi avversari conservatori molto spesso non compresero il nocciolo del suo pensiero; le critiche rivoltegli infatti si limitavano a questo o a quel punto. E dire che le pagine più violente e cariche di disprezzo, di Donoso, sono proprio a loro rivolte, alla borghesia liberale che esige libertà, eguaglianza e fraternità da un lato, per negare dall'altro il suffragio universale, a chi ha distrutto l'ordine divino per accomodarsi in posizioni di potere, dall'alto delle quali far prevalere la sua ricchezza e opprimere le classi inferiori. E gli attacchi più violenti gli vennero dai cattolici liberali, anche se sarebbe stato più logico se fossero venuti dai socialisti (Proudhon con fiero sarcasmo lo sfidava a riaccendere i fuochi dell'Inquisizione) (41).

    Il perché è evidente. Essi erano gli unici ad offrire un’interpretazione completa del "senso della Storia” e un modello di società che aveva dalla sua la forza della logica. Donoso contrapponeva un'interpretazione altrettanto completa ed altrettanto logica, cambiate le premesse.

    Il pomo della discordia era il punto di partenza, e questo Donoso Cortés lo aveva capito.


  8. #8
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    Re: Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (introduzione)

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    Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (sintesi)

    di Rino Cammilleri
    (tesi di laurea - volume inedito)

    * * *


    LA SINTESI DONOSIANA

    A fondamento del pensiero donosiano sta un'intuizione: alla radice di ogni mutamento profondo sul piano politico e sociale c'è una distorsione della teologia cattolica.

    Sulla base di un intelligente schema tracciato da Valverde nella più volte citata edizione di Obras completas de Donoso Cortés", ho ritenuto opportuno riassumere le grandi linee del pensiero donosiano in una breve sintesi, integrata da riflessioni del pensatore estremegno.

    1. CRISTIANESIMO:

    Esiste un Dio che ha creato e ordinato il Cosmo. Questo Dio è persona e governa le cose divine ed umane.

    - MONARCHIA CRISTIANA;
    Esiste un Re che regna e governa una società strutturata secondo il modello divino.

    2.
    DEISMO:

    Esiste un Dio Creatore ma non Provvidenza. Il Peccato Originale non c'è mai stato: l'uomo è buono per natura e la sua ragione è onnipotente.

    - MONARCHIA COSTITUZIONALE:
    Esiste un Re che regna ma non governa. Il governo spetta ai filosofi, quindi divisione dei poteri, parlamentarismo, discussione, stampa e tribuna libere.

    3.
    ATEISMO

    Un Dio che non governa non è Dio. Dio non esiste. Essendo l'uomo buono per natura, anche la sua volontà, oltre che la ragione, è indirizzata al bene. Gli appetiti umani sono buoni in sé stessi.

    a) - SISTEMA REPUBBLICANO
    Un Re non ha senso perché tutte le volontà, sono capaci di direzione, quindi suffragio universale.

    b) SISTEMA SOCIALISTA
    Gli uomini sono buoni, quindi non c'è necessità di un governo, tuttal più di un'organizzazione che soddisfi in modo razionale gli appetiti degli individui; le istituzioni che limitano la libertà devono sparire.

    4.
    PANTEISMO:

    Dio è tutto.

    - COMUNISMO:
    La società è tutto, è divina; l’individuo non è niente. (1)

    La sempre crescente importanza dei movimenti unitari che andavano accendendo gli animi specialmente in Italia e in Germania, non sfuggì a Donoso Cortés. Capiva che i nobili ideali di indipendenza di certe élites intellettuali si erano trasformati in valide armi per la Rivoluzione” "'Tutte le idee", diceva, "le più abbiette come le più nobili, producono oggi gli stessi risultati. Basta guardare a Parigi e poi a Venezia per vedere gli esiti cui hanno portato l'idea demagogica da un lato, e, dall'altro, quella magnifica dell'indipendenza italiana" (2).

    "Il delirio per l’unità ai è impadronito di tutti in tutte le cose: unità dei codici, unità di mode, unità di civilizzazione, unità amministrativa, unità commerciale, industriale, letteraria e linguistica".

    "Fugge il figlio impaziente dal focolare paterno per lanciarsi nella società, che è unità superiore alla famiglia. Lascia il suo villaggio il contadino, e se ne va alla città per barattare l'unità del consiglio comunale con quella della nazione".

    La centralizzazione non è altro che questo movimento che va cercando l'unità nel campo delle leggi",

    "Nostro Signore Gesù Cristo venne al mondo per costituire, in Sé e per Sé, l'unità del genere umano. Di tutti i peccati possibili, non ve ne é alcuno che uguagli quello che consiste nel rigettare da parte dell’uomo quella di Dio o nel voler fare con altri fini, e in modo differente, quel che Dio fa". "La Babele democratica avrà la stessa sorte della Babele dei libri santi; quel che accadde allora accadrà certamente adesso. Si ripeterà il dramma delle pianure di Sennaar: prima che la torre sia finita. Dio castigherà le nazioni e disperderà i popoli" (3).

    Il triplice assioma rivoluzionario è ancora una volta oggetto degli strali donosiani: le concrete libertà di un tempo vengono sostituite da una formula astratta ? la soppressione delle gerarchie costituisce la società in classi, presso le quali l'economia è legge di guerra perpetua.

    "Libertà, eguaglianza, fraternità; formula contraddittoria. Lasciate all’uomo il libero dispiegarsi della sua attività individuale, e vedrete come appunto muore l'eguaglianza per mano delle gerarchie, e la fraternità per mano della concorrenza. Proclamate l’eguaglianza e vedrete la libertà fuggire nello stesso istante e la fraternità esalare l'ultimo respiro” .

    "Cosa strana! I figli di Adamo, lungi dal trattarsi cotte fratelli, sono nemici; e quando Dio disfa la posterità di Adamo, cessano di essere nemici per essere fratelli" (4).

    Note

    1) Cfr. P. LETURIA S. J. L'ateismo comunista previsto e confutato negli ultimi scritti di Donoso Cortés, in LA CIVILTÀ CATTOLICA, IV, 1937.
    2) Cit. da G. ALLEGRA, II pensiero politico di Donoso Cortés, Rivoluzione, Tradizione e Reazione, in LA DESTRA, luglio-agosto 1973, pag. 54.
    3) C. VALVERDE. op, cit,, II, pagg, 980-981. La mentalità controrivoluzionaria passante attraverso le "Amicizie” dell’inizio del secolo XIX” le opere di un De Bonald e di un De Maistre, gli scritti e l’attività di un Canosa, di un Solaro della Margarita, di un Monaldo Leopardi, giornali come "L'Univers" in Francia e "L'Amico d'Italia" di Cesare Taparelli D'Aaeglio o la "Voce della ragione" in Italia, gli articoli di un Luigi Taparelli D'Azeglio, mentalità che ebbe l'ultima grande affermazione in Donoso Cortés, confluì nella pubblicistica intransigente della seconda metà del secolo, scadendo però di tono; il tradizionalismo cattolico perderà quel largo respiro di cui aveva saputo dar prova un Donoso Cortés e scenderà sul piano del libello. V. a questo proposito P.G. CAMAIANI, Il Diavolo, Roma e la Rivoluzione, in RIVISTA DI STORIA E LETTERATURA RELIGIOSA, anno VIII, n. 3, Firenze 1972? V. anche P. STELLA. Per una storia del profetismo cattolico apocalittico ottocentesco, ibidem, ma anno IV, 1968.
    4) C. VALVERDE, op. cit., II, pagg. 983-984.



    CRONOLOGIA

    1809, 6 maggio - Nasce a Valle de la Serena da Pedro Donoso Cortés e Maria Élena Fernandez-Canedo
    1820 - Studia a Salamanca.
    1821 - Si trasferisce a Càceres, ove studia Filosofia.
    1823 - Intraprende a Siviglia gli studi di Diritto. Legge le opere francesi e scrive versi.
    1828 - Breve permanenza a Madrid.
    1829, ottobre - Insegna Estetica e letteratura a Caceres.
    1830, 20 gennaio - Sposa Teresa Garcia Carrasco.
    1832 - Si trasferisce a Madrid.
    1832, settembre - Partecipa al colpo di Stato di La Granja.
    1832, 13 ottobre - "Memoria sobre la situacion actual de la Monarquia", indirizzata al re.
    1833, febbraio - E’ nominato ufficiale della Segreteria di Grazia e Giustizia del Dipartimento delle Indie.
    1834, 8 marzo - E' segretario con esercizio di decreto nel Ministero di Stato.
    1834, settembre - "Consideraciones sobre la diplomacia”.
    1835, 3 giugno - Muore la moglie. E’ inviato come Commissario Regio in Estremadura e insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine di Carlo III, "la ley electoral considerada en su base y en su relación con el espiritu de nuestras instituciones".
    1836, maggio - E' Segretario del Gabinetto e della Presidenza del Consiglio.
    1836, novembre - "Lecciones de Derecho Politico" all'Ateneo di Madrid,
    1837, maggio giugno - "Principios constitucionales applicados al proyecto de Ley Fundamental presentado a las Cortés por la Comisión nombrada al efecto".
    1837, giugno - Attività giornalistica contro il governo Calatrava”
    1838, luglio - Intensa attività giornalistica condotta sulle colonne dei maggiori quotidiani madrileni: "Polemica con el Doctor Rossi", (5 articoli). "De la Monarquia absoluta en Espana", (3 articoli). "Estado de las relaciones diplomaticas entre Francia y Espana explicado por el caracter de las alianzas europeas".
    1838 settembre ottobre - "Filosofia de la Historia: Juan Bautista Vico", (11 articoli).
    1838 ottobre novembre - Consideraciones sobre el Cristianismo, (3 articoli).
    1839 agosto settembre - "Antecedentes para la inteligencia de la Cuestión de Oriente", (10 articoli pubblicati su 'El Piloto).
    1839, ottobre - E’ a Parigi al seguito di Maria Cristina.
    1840 - Redige il Manifesto che la Regina Madre lancerà alla Spagna
    1841 - Missione presso Esporterò riguardo alla questione della tutela delle figlio di Maria Cristina.
    1841 - Redige il Manifesto di protesta che la Regina Madre indirizza alle Cortés a Parigi conduce un’intensa attività contro Espartero.
    1842 - Lettere al quotidiano 'El Heraldo’.
    1843, 6 novembre - Tornato in Spagna pronuncia alle Cortés un discorso favorevole alla proclamazione della maggiore età di Isabella II. Viene inviato a Parigi con la speciale missione di provocare il ritorno di Maria Cristina.
    1843 - Colloqui con Luigi Filippo e Guizot sulla questione del matrimonio di Isabella.
    1844 - Pubblica un articolo sulla ‘Revista de Madrid’ : "Curso de historia de la civilización de Espana, por Don Fernin Gonzalo Moron", Scrive "Historia de la Regencia de Maria Cristina".
    1844 30 marzo - E’ segretario particolare di Isabella II, Viene nominato segreta-rio della Commissione incaricata della revisione della Costituzione.
    1845 15 gennaio - Discorso alle Cortés in difesa di un emendamento alla legge sulla dotazione del culto e del clero.
    1845 17 settembre - Discorso sulle nozze reali.
    1846, 25 ottobre - Riceve i titoli di Visconte del Valle e Marchese di Valdegamas.
    1847, 4 marzo - Discorso sulle relazioni internazionali della Spaglia. Ancora a Parigi al seguito di Maria Cristina. Conosce il musicista Masarnau.
    1847 giugno - Torna in Spagna per la morte del fratello Pedro.
    1847 settembre - "Las reformas de Pio IX” (4 articoli su 'El Faro').
    1848 - "Estudios sobre la Historia'. E' eletto Presidente della Sezione di Scienze Morali e Politiche nell’Ateneo di Madrid.
    1848, 16 aprile - Entra all'Accademia della Lingua, pronuncia il "Discurso sobre la Biblia".
    1849, 4 gennaio - "Discurso sobre la dictadura".
    1850, 30 gennaio - Ambasciatore a Berlino.
    1850, 30 gennaio - "Diacurso sobre la situacion general de Europa".
    1850, 30 dicembre - "Discurso sobre la situacion de Espana".
    1851, 28 febbraio, Ambasciatore a Parigi.
    1851, aprile - Visita a Metternich, esiliato a Bruxelles.
    1851, giugno - "Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo".
    1851, 26 novembre - Lettera a Maria Cristina.
    1852, febbraio - Polemica con Gaduel.
    1852, aprile - Polemica con la stampa.
    1852, 19 giugno - Lettera al Card. Fornari.
    1852, 30 gennaio - Testimone alle nozze di Napoleone III con Eugenia de Montijo.
    1853, 3 maggio - Morte.

    Rassegna stampa - Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa - Juan Donoso Cortés - La vita, le opere (sintesi)

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