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Tema: I martiri del Messico

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    I martiri del Messico

    I martiri del Messico
    di Paolo Giulisano

    Un frutto dell’odio ideologico del ‘900: la persecuzione del governo massonico e laicista messicano contro la Chiesa. La resistenza popolare, l’insurrezione dei Cristeros, i tanti martiri. E le tre encicliche di Papa XI.

    [Da «Il Timone» n. 57, novembre 2006]

    Nel corso del Novecento, do*lorosamente percorso da im*mani tragedie conseguenza soprattutto del clima ideolo*gico segnato dall’odio anticristiano, si è verificato anche un episodio ancor oggi poco conosciuto di martirio. Si trattò di una tremenda persecuzione, che si tra*scinò poi ancora per moltissimo tempo dopo il triennio cruento (1926-1929), lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Messico, determi*nando in maniera irreversibile il destino forse anche dell’intero sub-continente latino-americano. Fu un conflitto sca*tenato contro una società contadina, tradizionale, cattolica, un’aggressio*ne perpetrata da uno Stato autoritario uscito da un processo rivoluzionario. Sarà papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ad elevare agli onori degli altari alcuni martiri della persecuzione messi*cana: sacerdoti e laici, militanti delle or*ganizzazioni cattoliche, tra cui Manuel Morales, presidente della Lega Nazio*nale per la difesa della libertà religio*sa. Uomini e donne che testimoniaro*no con coraggio la loro fede contro un governo che nella propria Costituzione affermava, tra l’altro, che «L’esistenza di qualsiasi ordine e congregazione re*ligiosa resta proibito» (art. 5); «ogni cul*to è proibito fuori delle chiese, e nelle chiese il culto sarà sempre sottomes*so all’ispezione dell’autorità civile» (art. 24); «le chiese sono proprietà dello Sta*to. Tutte le associazioni religiose sono incapaci di acquistare, possedere o amministrare beni immobili».

    L’epopea della Cristiada annovera co*me suoi protomartiri Joaquim Silva e Manuel Melgarejo, il primo di 27 anni, il secondo di soli 17, entrambi mlitanti della Gioventù cattolica. Dopo il prov*vedimento della sospensione del culto pubblico voluto dai vescovi messicani per protestare contro le misure del go*verno, Silva aveva cominciato, insieme all’amico, a percorrere il paese e a tene*re conferenze nelle quali, grazie ad una solida cultura, una fede appassionata e una concezione della vita come milizia, sapeva accendere gli animi dell’udito*rio e spronarlo alla lotta. Domenica 12 settembre 1925, mentre si dirigevano in treno a Zamora per tenervi uno di questi incontri, vennero arrestati e condanna*ti a morte senza nemmeno un proces*so. Inutilmente Silva chiese che almeno l’amico minorenne fosse risparmiato. Entrambi furono condotti al muro, dove i soldati non riuscirono a strappare dalle loro mani le corone del Rosario. Di fron*te al plotone d’esecuzione Joaquim Sil*va tenne un discorso talmente toccante per sentimenti religiosi e patriottici, che gli stessi soldati ne furono commossi. Uno di essi si rifiutò di prender parte al*l’esecuzione, così che venne a sua volta arrestato e passato per le armi il giorno seguente. Joaquim disse con fermez*za al comandante: «Non siamo dei cri*minali, né abbiamo paura della morte. lo stesso vi darò il segnale di sparare, quando griderò viva Cristo Re, viva la Vergine di Guadalupe». Così avvenne: al grido di battaglia e di vittoria lanciato dai due giovani partì la scarica di fucile*ria che li abbattè.

    I corpi dei due eroi furono esposti più tardi nel cimitero: stringevano ancora tra le mani i rosari, e furono rivestiti di bianche vesti, dopo che i loro abiti in*sanguinati erano stati divisi in frammen*ti, come reliquie, tra i fedeli del paese. Tra i martiri si poterono annoverare an*che amministratori pubblici, come Luis Navarro Origel, il sindaco terziario fran*cescano della città di Peniamo, fonda*tore nella sua regione dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo, di società di mu*tuo soccorso, casse rurali, sezioni del*la Gioventù Cattolica, circoli culturali, scuole di catechismo, propagatore in*stancabile dell’adorazione eucaristica notturna. Dopo quattro anni di ammini*strazione corretta e vantaggiosa per la popolazione, venne destituito di forza dal governo, prima di essere assassi*nato. Un’altra figura commovente della persecuzione fu Tomàs de la Mora, di Colima, un ragazzo di soli sedici anni, uno dei più attivi membri del locale Circolo Cattolico, che svolgeva l’attività di ca*techista tra i bambini più poveri. Il 15 agosto 1927 fu arrestato per il semplice motivo che portava uno scapolare, os*sia un pezzo di stoffa con una immagine sacra, simbolo di una confraternita reli*giosa. Il comandante della caserma gli domandò se avesse rapporti con "i fa*natici", ovvero preti, frati, cattolici e bri*ganti. «Non fanatici - rispose il ragazzo - ma liberatori della Chiesa e della Pa*tria dai tiranni». Tomàs fu allora frustato, affinchè fornisse informazioni sui ribelli, ma fu tutto inutile. Il comandante ordi*nò allora che venisse impiccato all’Albero della libertà che era stato eretto, cupo retaggio della Rivolu*zione Francese, nella piazza princi*pale della città.

    Un esempio di eroismo femminile è quello di Eleonora Garduno, ar*restata per complicità coi ribelli. Interrogata dal generale Ortiz, uno dei principali collaboratori di Calles, che aveva per motto "il mio dio è il diavolo", la cui figura portava tatuata sul petto, ricevette dal militare l’offerta della scarcerazione, in cambio di una docile collaborazione. La ragazza rispose: «Lei mi chiede una cosa impossibile: io con*tinuerò a lavorare finché questo governo cadrà». Anche lei finì davanti al plotone d’esecuzione.

    Quando portarono alla moglie dell’av*vocato Gonzales, una delle guide dell’insurrezione, il cadavere straziato del marito, la donna chiamò vicino i figli e disse: «Guardatelo, è vostro padre. È un martire della Fede. Promettetegli che anche voi sarete degni figli e continuere*te un giorno la sua opera». Accanto a questi uomini, donne e ra*gazzi, occorre ricordare il tanto sangue sacerdotale versato. Furono centinaia i sacerdoti uccisi: poveri parroci di villag*gio, giovani strappati dal seminario (con l’intenzione di "liberarli"!) monaci uccisi nei loro conventi. Fra di essi il più cele*bre è senz’altro padre Miguel Augustin Pro, gesuita, di Guadalupe, assassina*to a soli trentasette anni nel 1927, rico*nosciuto come martire dalla Chiesa il 25 settembre 1988.

    Ma non solo lui. Padre Elia Nieves, agostiniano: nonostante il divieto, continuò a esercitare il suo ministero, recandosi ovunque era necessario confortare, aiu*tare, amministrare i sacramenti. La poli*zia, venuta a conoscenza dei fatti, lo fe*ce pedinare e arrestare mentre, in una soffitta, celebrava la Messa. Condan*nato a morte, venne condotto sul luogo dell’esecuzione. Dopo essersi inginocchiato a pregare, si rivolse ai soldati del plotone di esecuzione: «In ginocchio, fi*gli miei. Prima di morire voglio darvi la mia benedizione». I soldati obbedirono e si inchinarono riverenti al gesto del sa*cerdote. Mentre padre Nieves tracciava il segno di croce, l’ufficiale che coman*dava il picchetto, infuriato, gli sparò al petto, uccidendolo mentre ancora benediva.

    A volte gli aguzzini si divertivano a infie*rire sui sacerdoti senza ucciderli; veni*vano loro tagliate le braccia per impe*dire che in futuro potessero celebrare la Messa. Don Pablo Garcia subì una sorte atroce: parroco zelante, anch’egli sfida*va le leggi e ogni pericolo. Volle celebra*re con grande solennità la festa nazio*nale di Nostra Signora di Guadalupe e il 12 dicembre raccolse il suo popolo in un luogo solitario sulla montagna di S. Juan de los Lagos. Scoperto, arrestato, venne orribilmente torturato per giorni. «La morte, ma mai tradire» ripeteva il sacer*dote, finché fu finito a colpi di pistola. Padre Davide Uribe, annoverato nel gruppo di martiri beatificati da papa Gio*vanni Paolo II, fu strappato al suo greg*ge, dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento. Riuscì tutta*via ad evadere e tornò alla sua parroc*chia di Iguala, continuando ad esercita*re, in forma clandestina, il suo ministero. Finì per essere nuovamente arrestato. Il generale governativo Castrejon propose ai parrocchiani di riscattare il sacerdo*te consegnando tremila pesos. Furono raccolti immediatamente, a costo anche di enormi sacrifici, ma il parroco non fu rilasciato: si pretendeva da lui un pub*blico atto di apostasia e di adesione alla scismatica chiesa patriottica. Pabre Uri*be rifiutò decisamente e fu allora sotto*posto a lunghe torture, tra le quali il sup*plizio della graticola. La Domenica delle Palme del 1927 spirò dopo i terribili tor*menti subiti.

    Le sue ultime parole furono: «la morte piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo, lo amo il Papa! Viva il Papa!». Il suo corpo, gettato per strada, venne raccolto e gli fu data sepoltura con grandi onori.

    Bibliografia

    Papa Pio XI ha dedicato alla vicenda messi*cana tre encicliche, Iniquis afflictisque, del 18 novembre 1926, Acerba animi, del 29 settembre 1932, Firmissimam constantia, del 28 marzo 1937: cfr. Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, a.c. di Ugo Bellocchi, voli. IX e X, LEV, 2002.
    Jean Meyer, La Cristiada, Mexico-Madrid-Buenos Aires 1973 (3 voli.)
    Paolo Gulisano, «Viva Cristo Re», Il Cer*chio, 1998.

    © il Timone
    http://www.iltimone.org

  2. #2
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    «Cristeros», quell’eccidio dimenticato
    di Franco Cardini

    La guerra di tre anni che sconvolse il Messico vide schierati in massa i «peones» cattolici contro il generale Calles,che aveva espropriato la Chiesa dei suoi beni. Il loro nome deriva dal culto del Sacro Cuore. Una seconda rivolta in tono minore scoppiò negli anni ’30 a causa degli accordi sottoscritti dal governo con la Santa Sede ma mai rispettati. Incerti i dati sugli uccisi, almeno 70mila le vittime.

    [Da «Avvenire», 27 luglio 2006]

    La sommossa popolare scoppiò per reagire alla chiusura degli istituti religiosi da parte del governo rivoluzionario salito al potere nel 1924.

    È una vecchia questione, alla quale bisognerebbe cominciar a porre sistematicamente fine. I cattolici non conoscono la propria storia: il che li espone non solo a continui fraintendimenti, ma - come ha ampiamente dimostrato la tragicommedia del successo dei romanzi di Dan Brown - li obbliga a restare al rimorchio delle manipolazioni culturali altrui. Un solo esempio: la vicenda della cosiddetta "guerra cristera", che sconvolse il Messico fra 1926 e 1929, di cui proprio il 30 luglio ricorre il settantesimo anniversario dell’inizio. Cristeros, o cristosreyes, furono ironicamente battezzati dai loro nemici i popolani e i contadini messicani che 70 anni fa ebbero il coraggio d’insorgere, contro un potere empio e oppressivo che umiliava le loro tradizioni e offendeva la loro fede. Il nome deriva dalla variabile messicana del culto del Sacro Cuore, avviato nella Francia del 1793 dai partigiani cattolici di Bretagna e Vandea, e al quale il mondo cattolico aveva dedicato il ritorno alla pace, nel 1918: com’è testimoniato dalla basilica parigina dedicata appunto al Sacré Coeur. Nel 1925, con l’enciclica Quas primas, Pio XI aveva istituito la festa del Cristo Re. Ma la regalità del Cristo era una dimensione in realtà amata e adorata fin dal medioevo: e ciò specialmente in Spagna e nei paesi del suo ex impero coloniale. Se ne ricordarono appunto i fedeli messicani, stanchi delle umiliazioni e delle sopraffazioni alle quali li sottometteva un ceto dirigente fatto di proprietari terrieri, speculatori e intellettuali profondamente guadagnati alla causa dell’anticlericalesimo d’origine giacobina e massonica. Si trattava di quei medesimi ceti che ch’erano stati l’anima della liberazione dell’America latina dalla soggezione alla corona spagnola: e il laicismo massonico era stata l’anima spirituale e culturale di quella rivolta. Dopo la lunga crisi postcoloniale, il tentativo d’un neoimpero asburgico sostenuto da Napoleone III terminato nel 1867 con l’assassinio di Massimiliano d’Asburgo, la reforma liberale, il lungo trentennio di dittatura di Porfirio Diaz e i complessi avvenimenti rivoluzionari dei quali noi a malapena ricordiamo i nomi di Villa e di Zapata, era asceso alla presidenza del paese nel 1924 il generale Plutarco Elías Calles, capo del partito "rivoluzionario istituzionale" e fautore di una politica statalista e progressista che in un primo momento lo mise in urto con le banche americane e inglesi che dominavano la politica nazionale e sfruttavano le risorse del paese. Ma si trattava di nemici troppo potenti, con i quali Calles dovette presto venire a patti. Era necessario un diversivo demagogico, in grado di distogliere le attenzioni del popolo deluso per il fatto che i grandi programmi di riforma agraria e di nazionalizzazione delle risorse, sbandierati sulla carta, si erano risolti in una bolla di sapone e i ceti privilegiati erano tali più di prima. Calles individuò un comodo capro espiatorio nella Chiesa cattolica, accusata di detenere grandi proprietà agrarie (ma si guardò bene dal ricordare che i proventi di esse erano largamente usati a scopo sociale) e di plagiare i giovani con le sue scuole. Il Calles ordinò pertanto la nazionalizzazione dei beni della Chiesa e la chiusura degli istituti cattolici d’istruzione. La repressione non si arrestò lì: gli ordini religiosi vennero sciolti, le organizzazioni cattoliche dichiarate fuorilegge, ai preti fu proibito d’indossare l’abito talare, si proibirono pellegrinaggi e processioni. Solo la Francia giacobina era giunta a tanto: neppure la Rivoluzione bolscevica - passati i primi, più duri tempi - aveva osato ricorrere a una repressione antireligiosa così radicale. La risposta cattolica fu d’una decisione e d’un coraggio esemplari. Prima che la nuova disciplina antiecclesiale entrasse in vigore, venne fondata una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa, mentre l’episcopato messicano, d’intesa con la Santa sede, in considerazione dell’inaudita situazione decretò la sospensione immediata e totale di ogni forma d’esercizio pubblico di culto. Ma i peones delle campagne non accettarono quella che parve loro una vile rinunzia alla difesa: e insorsero in armi, sprovvisti del consenso sia dell’episcopato, sia del Vaticano. Molti furono i martiri, il più noto è il sacerdote gesuita Miguel Agustín Pro, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988. La guerriglia dei cristeros, cominciata nell’agosto del 1926, proseguì con l’appoggio quasi corale del popolo messicano, contro le truppe federali e le feroci milizie reclutate dagli agrari e dette perciò agraristas. La resistenza fu dura specie nella parte centromeridionale del Messico. L’arrivo a capo degli insorti di un giovane ma esperto generale, Enrique Gorostieta Velarde, conferì alle raccogliticce milizie cristere la configurazione militare e la disciplina necessarie: si organizzarono corpi di cavalleria e d’artiglieria che dettero filo da torcere all’esercito federale. Combatteva anche una brigata femminile intitolata a Giovanna d’Arco. Vittoriosi anche in grandi scontri sul campo, i cristeros erano sul punto di veder incoronata dal pieno successo l’insurrezione quando il governo, entrato in contatto diplomatico con le gerarchie cattoliche e con la Santa sede, propose di venire a patti. Furono pertanto frettolosamente sottoscritti degli Arreglos che peraltro non vennero mai pienamente rispettati da parte governativa. La persecuzione e il "regolamento di conti" contro gli insorti riprese e venne condotta avanti a livello endemico. Ciò causò fra ’34 e ’38 una ripresa in tono minore dell’insurrezione, la Segunda, cui rispose un ulteriore giro di vite. La "questione cristera" non è mai stata davvero risolta: ha lasciato una lunga scia di sangue e di vendette. Si calcola che, solo nella sua fase "calda", sia costata al Messico dalle 70mila alle 85mila vittime. Queste ferite sono ancora più aperte di quanto non si creda. Anticlericalismo di Stato e appoggio alle sètte protestanti impegnate a corro dere il tessuto popolare cattolico delle campagne messicane sono ancora all’opera. La "strategia della mano tesa" non può dimenticare questo aspetto della questione, in un momento nel quale in tutto il continente latinoamericano l’anticattolicesimo conosce una fase di recrudescenza, sia pur per motivi forse strumentalmente politici.

    © Avvenire

    http://www.kattoliko.it/leggendanera...ticle&sid=1642

  3. #3
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    Respuesta: I martiri del Messico

    La partecipazione della donna alteña alla Cristiada.

    La figura della donna nella famiglia alteña

    Per poter capire le caratteristiche e le qualità della donna alteña tra il 1920 e il 1930, è importante prima capire la struttura familiare di quegli anni.

    Alla base dell’intera organizzazione sociale c’è la la famiglia. Intesa questa come padre, madre, figli e/o figlie; sebbene, in qualche occasione possono aggiungersi elementi del parentado parenti per particolari motivi, quali l’indigenza e l’infermità.

    Così allora, la famiglia è nucleare in termini generali, anche se, come menziona Díaz, ci sono fattorie con strutture familiari estese, dove tutti sono parenti di tutti, con una provenienza maschile comune.

    Il tipo di abitazione è neolocale: il figlio sposato si separa dai genitori, ma rimane a vivere vicino alla casa degli stessi.

    La divisione del lavoro è secondo il sesso e l’età. Alla sposa ed alle figlie spettano tutti i lavori di cura della casa e certi lavori manuali (cucitura, ricamo, etc.); all’uomo il lavoro nei campi o certi lavori non strettamente legati all’agricoltura (muratore, falegname, etc.).

    Le donne alteñas, al tempo della Cristiada, cominciano il lavoro quotidiano alle 6.00 del mattino. Alimentano gli animali : galline, maiali, polli, cani...Macinano il granoturco,in grande quantità perchè sposatesi presto hanno tanti figli; in media otto.

    Al termine della colazione segue la pulizia della casa, il lavoro di cucito e nuovamente in cucina, a cucire, a fare il bucato. La giornata ha termine con la preparazione della cena, la recita del Santo Rosario ed il riposo.

    A tutto questo si deve aggiungere la spesa al mercato.

    Di primo piano sono gli atti di devozione: la partecipazione alla Santa Messa, la visita al Santissimo, etc.

    Dato che lo sposo è sempre fuori di casa , occupato nei campi od emigrato per lavoro negli USA, la vita della famiglia gira principalmente intorno alla donna che assume la figura di sposa e madre, vale a dire di fattore unificante del focolare.

    È l’immagine che un alteño desidera per moglie: una donna virtuosa tale da essere di esempio ai figli ed insegnargli a pregare, economa al fine di amministrare gli scarsi beni, sarta e buona cuoca.

    Nelle comunità agricole le donne rivestono la figura di catechista, cappellana, sacrestana. In poche parole, di insegnante di Religione della prole.

    Sono loro che dirigono le preghiere in casa, che si preoccupano per i figli, che adempiono gli obblighi della Messa, dei Sacramenti, etc.

    Sono loro che motivano lo sposo a formare parte integrante dell’adorazione notturna ed i figli a completare il gruppo dei piccoli adoratori od ‘I Tarcisio’.

    Hanno voce e voto nelle decisioni importanti dei figli, come il matrimonio, il viaggio negli Stati Uniti ed, in questo caso, la lotta armata.

    L’educazione impartita dalla madre è comunemente sostenuta e rispettata dal padre di famiglia.


    Nansi Ysabel García García

  4. #4
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    Respuesta: I martiri del Messico

    Honor para Cristeros
    STAT CRUX DUM VOLVITUR ORBIS

  5. #5
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    Cristeros di Vittorio Messori

    [Da "Le cose della vita", San Paolo, Milano 1995]

    Se ne leggono (e se ne sentono) di tutti i colori sui cinquecento anni dalla scoperta dell’America. La ricorrenza ha generato un fiume di parole, dove si mescolano verità e leggende, intuizioni profonde e slogan superficiali. Ciò che più rattrista è l’atteggiamento di certi religiosi - soprattutto dell’emisfero Nord, europeo e americano - che, pur spiazzati dal crollo subitaneo di quel marxismo che avevano abbracciato con entusiasmo di convertiti, continuano ad applicarne le fallaci quanto disastrose categorie interpretative. Ci sono addirittura frati e suore che pubblicamente deprecano che i missionari cristiani abbiano "rovinato" quelle belle idolatrie precolombiane, quei feticismi feroci che - come nel caso degli Aztechi - avevano a base indispensabile il sacrificio umano di massa. Stando a questi religiosi, molto meglio se quei popoli non fossero entrati in contatto con la pericolosa mania dei loro confratelli di un tempo di considerare importante l’annuncio di Cristo e del vangelo. Ma, nella massa dello sciocco, del falso, del noncristiano (anche se sostenuto da chi come "cristiano" si presenta: e più di ogni altro, in quanto presunto "difensore degli oppressi"), si distinguono alcune pubblicazioni che meritano attenzione. Tra le altre, la traduzione, edita dalla Ares, dell’opera di Alberto Caturelli, prestigioso docente di filosofia nell’università argentina di Cordoba. Il libro - dal titolo Il nuovo mondo riscoperto - è uno straordinario impasto di metafisica, di storia e di teologia; ne è uscita una riflessione felice e illuminante, perché guarda a ciò che avvenne nelle Americhe nella linea di una "teologia della storia" che ormai da troppo tempo manca ai credenti, con il risultato di renderli insignificanti. È una sorte alla quale cerca di reagire anche Jean Dumont, con il suo piccolo, denso, nervoso libro provocatoriamente "cattolico" sin dal titolo: Il vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà. La traduzione italiana è pubblicata in queste settimane dalle Edizioni Effedieffe, le stesse di cui già parlammo qui (frammento 95) per la coraggiosa traduzione del pamphlet sulla rivoluzione francese dello stesso Dumont e dell’implacabile Il genocidio vandeano di Reynald Secher.

    È Jean Dumont che ai "nuovi" cattolici in vena masochistica, a quei credenti che giudicano l’epopea dell’annuncio della fede nelle terre americane solo come una guerra di massacro e di conquista travestita da pseudo-evangelizzazione, è Dumont, dunque, che ricorda il caso troppo spesso dimenticato del Messico. Sono avvenimenti di pochi decenni fa, eppure sembrano sepolti da una cortina di oblio e di silenzio. Ecco tanti preti e frati ripeterci per l’ennesima volta le atrocità, vere o presunte che siano, dei Conquistadores del XVI secolo e tacere ostinatamente, al contempo, sui Cristeros del XX secolo. Un silenzio non casuale, perché proprio i Cristeros, con quella loro folla di martiri indigeni, sono una smentita dello schema che vorrebbe forzata e superficiale l’evangelizzazione nella Ibero-America. Vediamo, dunque, di rinfrescarci un poco la memoria. Come già ricordammo in "puntate" che dedicammo alla "leggenda nera" antispagnola, all’inizio dell’Ottocento la borghesia "creola", quella cioè di origine europea, combatté per liberarsi dalla Corona di Spagna e dalla Chiesa e per avere così mano libera nello sfruttamento degli indios, senza più l’impaccio dei governatori di Madrid e dei religiosi. È un "movimento di liberazione" (ma solo per i privilegiati bianchi) che si raccoglie attorno alle logge massoniche locali, aiutate dai "fratelli libero-muratori" di quel Nord America anglosassone che proprio in questo modo comincia il suo spietato processo di colonizzazione del Sud "latino". *

    Le nuove caste al potere nelle antiche province spagnole mettono in atto una legislazione anticattolica, scontrandosi con la resistenza popolare, costituita in maggioranza proprio da quegli indios o da quei meticci che - secondo lo schema attuale sarebbero stati battezzati a forza e non vedrebbero l’ora dì tornare ai loro culti sanguinari. Per stare al Messico, le leggi "giacobine" e la prima insurrezione "cattolica" si verificano tra il 1858 e il 1862. All’inizio del nostro secolo, poi, il giacobinismo liberale si allea al socialismo e al marxismo locali, tanto che "tra il 1914 e il 1915 i vescovi furono arrestati o espulsi, tutti i sacerdoti furono imprigionati, le suore cacciate dai conventi, il culto religioso proibito, le scuole religiose chiuse, le proprietà ecclesiastiche confiscate. La costituzione del 1917 legalizzò l’attacco alla Chiesa e la radicalizzò in modo intollerabile" (Felix Zubillaga). È da notare che quella costituzione (ancora oggi in vigore, almeno formalmente: nei suoi viaggi in Messico Giovanni Paolo II fu chiamato dalle autorità sempre e solo señor Wojtyla) non fu sottoposta all’approvazione del popolo. Il quale non solamente non l’avrebbe approvata, ma dimostrò subito come la pensasse: prima con la resistenza passiva e poi prendendo le armi, in nomedella dottrina cattolica tradizionale che riconosce lecito resistere con la forza a una tirannia insopportabile. Cominciava l’epopea dei Cristeros, detti così con spregio perché, davanti ai plotoni di esecuzione, morivano gridando: ¡Viva Cristo Rey! ¡Viva Cristo y Nuestra Señora de Guadalupe! Gli insorti che (come i loro fratelli vandeani) militavano sotto le bandiere col Sacro Cuore, giunsero a schierare 200.000 uomini armati, appoggiati dalle Brigadas Bonitas, le brigate femminili per la sanità, la sussistenza, le comunicazioni.

    La guerra divampò tra il 1926 e il 1929, e se il governo fu costretto alla fine a un compromesso (e se i bandoleros cattolici dovettero, malgrado i successi, obbedire a malincuore all’ordine della Santa Sede di deporre le armi), lo si deve al fatto che la resistenza alla scristianizzazione aveva coinvolto in profondo tutte le classi sociali: dagli studenti agli operai, dalle casalinghe ai contadini. Anzi, per dirla con uno storico imparziale, "non ci fu un solo campesino che, direttamente o indirettamente, non appoggiasse i Cristeros". A differenza delle rivoluzioni marxiste, che in nessuna parte del mondo e mai neppure in America Latina - riuscirono a coinvolgere davvero il popolo (lo si vide, tra l’altro, in Nicaragua, quando al popolo si diede voce), la Cristiada messicana fu un movimento profondamente, autenticamente popolate. Uomini e donne di ogni ceto si fecero massacrare, a centinaia, pur di non rinunciare al Cristo Rey e alla devozione per la gloriosa Madonna di Guadalupe, madre di tutta l’America iberica. Cadde fucilato, tra gli altri, quel padre Miguel Agustin Pro che il papa ha beatificato nel 1988.

    La più eroica delle resistenze fu proprio quella degli indios del Messico centrale che era stato la culla degli Aztechi e dei loro foschi culti; mentre la casta dei sin Diòs i "senza Dio" al governo venivano dalle regioni del Nord, scarsamente cristianizzate a causa della soppressione, nel Settecento, delle missioni dei gesuiti. Questa lotta dei Cristeros a difesa della loro fede fu tra le più coraggiose della storia ed è continuata, anche se in forme meno cruente, sino ai giorni nostri. Malgrado dal 1917 viga in Messico la costituzione "atea", forse in nessun altro luogo Giovanni Paolo II ha avuto accoglienze di massa più sinceramente festose. E nessun santuario al mondo è più affollato di quello di Guadalupe. Come spiegano questa fedeltà coloro che ci vorrebbero convincere di una evangelizzazione forzata, di una fede imposta usando il crocifisso come una clava?

    * Cfr. Pensare la storia, pp. 658ss.

    Contro la leggenda nera - Cristeros

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    Re: Respuesta: I martiri del Messico

    Libros antiguos y de colección en IberLibro
    L'EPOPEA DEI CRISTEROS MESSICANI (1926-1929): QUANDO I CATTOLICI SONO COSTRETTI A IMPUGNARE LE ARMI AL GRIDO DI ''VIVA CRISTO RE!'' Eduardo Veràstegui, protagonista di ''Bella'', è tra gli attori dello stupendo film Cristiada, di cui qui potete vedere il trailer
    di Oscar Sanguinetti

    La rivolta dei cristeros inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente, nel 1929. E cristeros deriva da Cristos Reyes, i "Cristi-Re", come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di "Viva Cristo Re!", riprendendo il tema della regalità di Cristo, all'epoca molto popolare e in sintonia con l'enciclica sull'istituzione della festa di Cristo Re "Quas primas", pubblicata nel 1925 da Papa Pio XI (1922-1939).
    Nel Messico, nei secoli seguenti la scoperta e la conquista dell'America, era avvenuta una feconda fusione fra cattolicesimo e cultura indigena. La civiltà iberoamericana, una miscela di elementi senza eguali nel tempo e nello spazio, vi aveva dato frutti di grande originalità in tutti i campi, compresi quelli delle arti figurative e della musica. All'inizio del secolo XX questa cultura, con una religiosità luminosa, pubblica, sopravvive ancora, anche se allo stato residuale e subalterno, nei ceti popolari e rurali, mentre le classi alte e il ceto politico e intellettuale hanno ampiamente assorbito le idee illuministiche e liberali. Dagli inizi del secolo alla guida della repubblica presidenziale federale messicana, per lo più a seguito di colpi di Stato e di guerre civili, si era avvicendata una serie di generali o di despoti, espressione della fazione di volta in volta vincente all'interno dell'unico e intoccabile establishment massonico e laicista, prevalso nella seconda metà dell'Ottocento. Quando scoppia l'insurrezione cattolica è al potere un generale, Plutarco Elías Calles (1877-1945), che pratica una politica rigidamente "modernizzatrice" (il suo partito si autodefinisce "rivoluzionario istituzionale"), filostatunitense e con simpatie per il nascente socialismo latinoamericano. Questa politica porta il governo messicano a inasprire la lotta contro la Chiesa, vista non solo come centro sovranazionale di diffusione dell'"oppio del popolo" (secondo il cliché laicista) ma pure come bastione della conservazione e come ostacolo al latente totalitarismo statale. Il regime di Calles si differenzia dai precedenti per lo stile, il pugno di ferro, lo spirito da scontro epocale che egli ostenta, anche personalmente, nel realizzare la sua politica e che gli varrà, fra i cattolici, il nomignolo di "Nerone".

    IL CONFLITTO FRA STATO E CHIESA
    Nel 1917 il governo di Venustiano Carranza (1859-1920) vara una costituzione fortemente laicistica, che però non viene mai applicata. Nel 1926 il Governo Calles ordina ai governatori dei diversi Stati di emanare decreti volti a far applicare il dettato costituzionale in materia di disciplina dei culti. Essi prevedevano, di fatto, la radicale separazione fra Chiesa e Stato, la completa scristianizzazione dei luoghi pubblici (tribunali, scuole, e così via), l'esproprio totale degli edifici di culto e dei seminari, la proibizione dei voti e degli ordini religiosi, la trasformazione del clero in un corpo di funzionari statali e il "numero chiuso" per lo stesso clero, che doveva essere messicano di nascita, sancendo così l'espulsione dei missionari stranieri. Nel 1925 il Governo, mentre favorisce la diffusione delle missioni protestanti nordamericane, tenta anche - ma invano, a causa della reazione dei cattolici -, di dar vita a una Chiesa Nazionale separata da Roma. Le violenze poliziesche seguenti il tentativo di applicare la nuova disciplina antiecclesiastica, in vigore dal 31 luglio 1926, generano immediatamente la reazione del mondo cattolico, che dà vita a una Lega Nazionale di Difesa della Libertà Religiosa. L'episcopato messicano, in sintonia con la Segreteria di Stato vaticana, retta dal card. Pietro Gasparri (1852-1934), dopo diversi tentativi, falliti, di resistenza legale non violenta - scioperi, boicottaggi e petizioni popolari -, ritiene di reagire alla escalation del terrorismo governativo con un provvedimento inusitato e clamoroso: in segno di protesta sospende completamente l'esercizio del culto pubblico. L'atto, senz'altro legittimo, si rivela però imprudente perché non teneva conto della determinazione degli ambienti governativi di andare fino in fondo nell'affermare il proprio controllo sulla Chiesa - anche se prove in questo senso non erano mancate negli anni precedenti - e, soprattutto, sottovalutava l'impatto che la sospensione del culto avrebbe avuto sul vissuto popolare quotidiano, specialmente dei più umili. Infatti, la cultura del popolo, profondamente nutrita di Bibbia e di leggende religiose, caratterizzata da una forte tensione escatologica, vivacizzata da un'intensa e diffusa pratica devozionale, interpretava consuetamente gli avvenimenti all'interno di categorie che si potrebbero definire "mistiche" e "apocalittiche". Anche la persecuzione di Calles viene dunque letta come l'abbattersi di un flagello biblico, e con altrettanto spirito apocalittico nasce nel popolo la convinzione che occorra reagire, come i fratelli Maccabei, impugnando le armi per ripristinare la giustizia violata.

    L'INSURREZIONE
    Fin dai giorni immediatamente seguenti la sospensione del culto, in più di uno Stato, iniziano ad accendersi focolai di sollevazione. La Santa Sede si oppone alla rivolta armata, l'episcopato non la promuove né l'appoggia. Il mondo cattolico ufficiale - la Lega Nazionale di Difesa della Libertà Religiosa - persiste nell'azione di resistenza legale, che viene repressa con ancora maggiore asprezza: i federali non fanno distinzioni troppo sottili fra cristeros e circoli di Azione Cattolica, il che provoca innumerevoli martiri, particolarmente fra il clero. Il più noto è il sacerdote gesuita Miguel Agustín Pro (1891-1927), beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.
    Dall'agosto del 1926 i focolai di rivolta diventano un incendio che divampa in quasi tutti gli Stati della federazione. Comunità intere si sollevano in massa. Clan familiari e confraternite laicali si danno alla macchia sulle montagne, da dove attaccano le truppe federali e le formazioni irregolari filogovernative, i cosiddetti "agraristi". Lo scontro è fin da subito violentissimo. Contro i ribelli, che gli avversari disprezzano come esseri subumani, numerosi ma male armati e privi d'inquadramento militare, il Governo mobilita le truppe migliori dell'esercito nazionale, inclusa l'aviazione. Cionostante, i cristeros, forti dell'appoggio popolare e praticando la guerriglia, infliggono gravi perdite ai federali e aumentano, passando a controllare e ad amministrare aree sempre più vaste del territorio nazionale, in particolare nella parte centro-meridionale del paese, negli Stati di Durango, Morelia, Jalisco, Zacatecas, Michoacan, Veracruz, Colima e Oaxaca. Un salto di qualità si ha quando, nel 1927, la guida dell'esercito cristero (che conta circa ventimila uomini) viene presa dall'ex generale federale Enrique Gorostieta Velarde (1891-1929), che aderisce inizialmente alla rivolta più per spirito anticonformista che per convinzione religiosa, ma che maturerà in consapevolezza, prima di essere ucciso a tradimento, in combattimento, il 2 giugno del 1929. Fra il 1927 e il 1928 gli insorti sono in grado di affrontare l'esercito federale in vere e proprie battaglie campali, con impiego dell'artiglieria e della cavalleria. Gli aiuti ai combattenti provengono dalla rete creata dalle famiglie, dalle confraternite e dalle organizzazioni di soccorso. In questa sanguinosa guerra clandestina si distinguono le brigate paramilitari femminili, intitolate a santa Giovanna d'Arco (1412-1431). Il clero (i vescovi, tranne due o tre, sono fuggiti all'estero e i sacerdoti vivono nella clandestinità) è pressoché assente fra i combattenti, che devono supplire alla mancanza dei sacramenti con la preghiera, soprattutto con la recita del rosario e dei salmi e con la devozione ai santi patroni. Alla fine del 1928 per i federali comincia a profilarsi il fantasma di una sconfitta sul campo: non riescono più a sostenere il peso della guerra civile su tanti fronti e, soprattutto, sembrano stanchi del terrore su vasta scala, che hanno scatenato contro il loro stesso popolo. Grandi battaglie hanno luogo agli inizi del 1929 (la maggiore è quella di Tepatitlán, nello Stato di Jalisco, il 19 aprile) e il movimento cristero, che conta circa cinquantamila combattenti, è molto vicino alla vittoria.

    GLI "ARREGLOS" E LA "SEGUNDA"
    Davanti alle crescenti difficoltà di domare l'insorgenza, il Governo fa balenare la possibilità di una tregua e i vertici cattolici, che non comprendono la guerra dei cristeros e sono sempre rimasti in spasmodica attesa di un segno di buona volontà da parte dell'avversario, raccolgono subito il segnale e accordi, del tutto informali, gli "Arreglos", vengono frettolosamente sottoscritti il 22 giugno 1929, con l'attenta e determinante regìa della Segreteria di Stato vaticana, e il culto pubblico riprende. Per la Chiesa e per la popolazione questo costituisce un indubbio sollievo, ma per la sollevazione armata significa la fine.
    Venuto meno il generale consenso popolare, costretti a cedere le armi e a tornare ai propri villaggi, i cristeros si trovano immediatamente esposti alla vendetta, anche privata, dei federali, dal momento che gli "Arreglos" non contenevano nessuna garanzia a salvaguardia dei combattenti. Mentre la Chiesa non ricupera la sua libertà e, anzi, continua a essere perseguitata, la repressione nei confronti dei combattenti cristiani (soprattutto dei capi e dei quadri), per lo più contadini, continua ininterrottamente, almeno fino agli anni 1940. Così i cristeros, dopo una ripresa disperata della rivolta fra il 1934 e il 1938 - la cosiddetta "Segunda" -, quasi scompaiono, talora fisicamente, dalla storia del paese: restano ancora oggi, indomiti, alcuni piccoli nuclei di reduci che pubblicano un periodico, David. Nonostante l'oggettivo appeasement, fra Stato e Chiesa permangono strascichi latenti di quella guerra mai vinta e mai persa, fra i quali può forse venire inquadrata la "misteriosa" uccisione, il 24 maggio del 1993, del card. Juan Jésus Posadas Ocampo (1926-1993), arcivescovo di Guadalajara.
    La guerra dei cristeros, gloriosa e sfortunata, costata dalle settanta alle ottantacinquemila vite umane, sembra essere considerata tanto dalla Chiesa quanto dallo Stato messicani un malaugurato incidente di percorso nel processo di "ralliement" fra Chiesa e mondo moderno, sì che ricerche storiche, come quella fondamentale dello storico e sociologo francese Jean Meyer, negli anni 1960, hanno incontrato non pochi ostacoli. In realtà, si tratta di una pagina di storia complessa e ancora non del tutto chiarita (a proposito della quale le animosità, soprattutto laicistiche, non si sono ancora placate), ma altamente significativa. Sul piano storico, siamo di fronte a un episodio dello scontro plurisecolare, nella sua versione armata e popolare, fra la Modernità, con i suoi processi di secolarizzazione delle culture e delle istituzioni politiche a fondamento religioso, e tali culture, pur residualmente di stampo sacrale tradizionale. Sul piano politico, la "lezione messicana" contribuisce all'elaborazione di una nuova strategia della Rivoluzione nei confronti dei cattolici, quella della "mano tesa".

    Nota di BastaBugie: è in preparazione il film " Cristiada" sull'epopea dei Cristeros. Regia di Dean Wright, responsabile degli effetti speciali in pellicole come "Titanic", "Al di là dei sogni", gli ultimi due episodi de "Il Signore degli Anelli" ed i primi due de "Le Cronache di Narnia". Nel cast troviamo anche Eduardo Veràstegui (protagonista di "Bella"). L'uscita di Cristiada non è ancora stata fissata, ma ne darà pronta notizia il sito di BastaBugie.
    Per adesso è possibile vedere lo stupendo trailer:
    www.filmgarantiti.splinder.com/tag/2012+cristiada


    BASTABUGIE - L'EPOPEA DEI CRISTEROS MESSICANI (1926-1929): QUANDO I CATTOLICI SONO COSTRETTI A IMPUGNARE LE ARMI AL GRIDO DI ''VIVA CRISTO RE!''

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