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Tema: Nicolás Gómez Dávila

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    Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila


    Gòmez Dàvila, il Pascal colombiano che rifiutò il pensiero «corretto»



    Nella biblioteca della sua casa, composta da trentamila volumi, trascorreva la maggior parte della sua giornata uno scrittore cattolico che si definiva provocatoriamente «reazionario»: Nicolàs Gòmez Dàvila, nato nel 1913 a Santafé de Bogotà e là morto nel 1994. Il padre, che aveva fatto fortuna commerciando in tessuti, era proprietario di una grande fattoria. Secondo le usanze della ricca borghesia colombiana, la famiglia si era trasferita per alcuni anni a Parigi perché il figlio ricevesse una educazione europea. Se ne occuparono i benedettini che gli insegnarono fra l’altro a leggere correntemente in greco e latino i classici antichi e i padri della Chiesa. Ebbe anche modo di perfezionare la conoscenza della lingua e della cultura inglese durante i mesi estivi trascorsi in Inghilterra.

    Tornato a ventitré anni in Colombia, si sposò ed ebbe tre figli. Da allora no si allontanò più dalla sua casa se non per sei mesi nel 1949, per un viaggio nell’Europa occidentale insieme con la moglie. Preferiva viaggiare con la mente più che con il corpo. Dedicava la sua vita alla lettura, alla meditazione e alla scrittura, rifiutando molte allettanti proposte di carriera politica e anche la nomina di ambasciatore in sedi prestigiose come Londra e Parigi.

    Pochi finora ne conoscevano l’opera, tant’è vero che nel 1990 José Miguel Oviedo lo chiamava nella sua Historia del ensayo hispanoamericano «l’illustre sconosciuto». Ed era logico che gravasse un imbarazzato, se non ostile, silenzio su uno scrittore che nella sua opera principale, pubblicata in più anni e in più volumi, Escolis a un texto implicito, sosteneva che tutto quel che è considerato «scorretto» dai nipotini del pensiero che si autodefinì «corretto».
    Nicolás Gómez Dávila



    Ora finalmente ne possiamo leggere in italiano una prima parte col titolo di In margine a un testo implicito, a cura di Franco Volpi. E’ una raccolta di aforismi sulla scia di Balthasar Gracìan, dei La Rochefoucauld o dei Pascal. Sono folgoranti distillazioni di un discorso più ampio che egli lascia sviluppare al lettore o meglio immaginare perché questi aforismi vengono presentati già nel titolo come scolii, ovvero commenti a un testo che essi sottendono. Ma questo testo, che altro non sarebbe se non il pensiero dell’autore se l’avesse argomentato sistematicamente, non si può agevolmente ricostruire se si è stati educati alla vulgata culturale neoilluminista, rivoluzionaria e strumentalistica che ha permeato le università e la maggior parte dei mezzi di comunicazione.

    Certo, un lettore in sintonia con Gòmez Dàvila non può non ripercorrere immediatamente il ragionamento che conduce a un aforisma come: «la scienza inganna in tre modi: trasformando le sue proposizioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche»; oppure a quello sotteso a un altro: «La religione non è nata dall’esigenza di assicurare solidarietà, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo», dove si coglie una critica a chi, pur in buona fede, ha depotenziato il messaggio evangelico in un generico assistenzialismo.

    Ma gli altri lettori? Come interpreteranno soprattutto gli aforismi che sconvolgono le loro «idee ricevute»? Come reagiranno di fronte alla sua esaltazione del «reazionario», anche se Gòmez Dàvila spiega che «il passato lodato dal reazionario non è epoca storica ma norma concreta. Quel che il reazionario ammira di altri secoli non è la loro realtà, sempre miserabile, ma la norma peculiare alla quale disobbedivano».

    D’altronde vale la pena di resuscitare parole come «reazionario» che furono coniate proprio da chi non ne condivideva le idee, cioè dai rivoluzionari?

    Nella sua biblioteca si è trovata tutta la Patrologia greca e latina del Migne: il che ci permette di capire come il suo pensiero si fondasse sul pensiero cristiano più antico; sicché alla luce di queste letture può essere interpretata correttamente anche una sua affermazione che, isolata, sconcerterebbe: «Il paganesimo è l’altro Antico Testamento della Chiesa», nel senso che i saggi greci antichi, da Platone a Cicerone a Plotino, così come quelli di altre religioni, testimoniano di una conoscenza, pur imperfetta e incompleta, di Dio. Convinzione che l’accomuna a un’altra scrittrice del Novecento, Simone Weil la quale, come si rammenterà, scrisse proprio un libro intitolato La Grecia e le intuizioni precristiane.

    Tradizione - Cattolicesimo & Politica

  2. #2
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    Re: Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila nasce il 18 maggio 1913 in Colombia, a Cajicá, nel dipartimento di Cundinamarca, di cui è capoluogo la capitale dello Stato iberoamericano, Santa Fe de Bogotá, da una famiglia dell’alta società. Non si laurea e della sua formazione si possono considerare regolari solo gli studi, elementari e medi, compiuti privatamente durante una lunghissima permanenza in Francia, dai sei ai ventitrè anni.

    Un ricco eremita in casa propria
    La sua naturale avidità intellettuale si esprime nelle pratiche della lettura e della riflessione, confermate e trasformate — per così dire — da stile di vita in destino da un incidente occorsogli a cavallo, incidente che lo condiziona e contribuisce a relegarlo, dai primi anni 1960, in casa propria, «ubicata in un’affollata via di Bogotá, in mezzo al traffico e al rumore della strada, come un monumento preistorico che la routine sembra condannare alla dimenticanza, nonostante la sua isolata bellezza»: in questi termini Óscar Duque Torres, uno dei suoi pochi critici, descrive suggestivamente l’abitazione, in stile Tudor. Così Gómez Dávila vive quasi trent’anni come in clausura, da «certosino dell’altopiano» — la definizione è dello stesso critico e l’altopiano è quello dov’è situata Santa Fe de Bogotá, a 2630 metri d’altitudine —, nella «cella» costituita dalla sua monumentale biblioteca, di oltre trentamila volumi, soprattutto in lingua originale, dal momento che rifiuta le traduzioni: greco, latino, tedesco, inglese, portoghese, francese, italiano, russo e, naturalmente, spagnolo. Vi riceve una mezza dozzina d’interlocutori — fra loro il critico e scrittore Hernando Téllez (1908-1966), il dotto frate minore Félix Wilches (1905-1972) e l’uomo politico conservatore, diplomatico e appassionato d’arte, Douglas Botero Boshell (1916-1997) — e l’abbandona quasi solo per la «cappella», la chiesa del convento francescano de La Porciúncula, nella stessa via.
    Torna in Europa nel 1959, per un soggiorno di sei mesi con la moglie, María Emilia Nieto de Gómez, sposata quasi immediatamente dopo il suo rientro dalla Francia. Muore il 17 maggio 1994, mentre s’appresta a studiare il danese per accostare Søren Kierkegaard (1813-1855), seguendo la moglie, scomparsa l’anno precedente, e lasciando tre figli e alcuni nipoti.

    Gli scritti: «glosse a un testo implicito»
    Di fatto Gómez Dávila è autore di una sola grande opera continua, Escolios a un texto implícito, la cui pubblicazione inizia con questo titolo nel 1977, prosegue nel 1986 come Nuevos escolios a un texto implícito e si conclude, nel 1992, come Sucesivos escolios a un texto implícito. Tutti questi volumi hanno la stessa struttura e sono frutto della medesima concezione: una sequenza di escolios, di «glosse», in un certo senso anticipate, con il modesto titolo di Notas, nel 1954 in un’edizione privata in Messico, quindi, nel 1956, sulla rivista d’avanguardia colombiana Mito.
    In apparenza diverso è il volume Textos I, del 1959, un testo unico con qualche rara suddivisione, che raccoglie pensieri in paragrafi l’uno seguente l’altro, poi «svanito» nella stessa consapevolezza dell’autore, così come costituiscono eccezioni, dal punto di vista formale, i saggi Il vero reazionario e De Jure. Ma in Textos I, che non avrà il seguito che il titolo lascia intendere, sono già presenti i caratteri delle glosse, meno il «testo implicito»: un pensiero libero e concentrato e un’espressione ricercata.

    La fortuna dello «scrittore reazionario» o la «celebrità discreta»
    Gli scritti del pensatore colombiano vengono proposti al pubblico, nonostante la sua ritrosia e solo grazie all’interessamento dei pochi ma fedelissimi amici: trattandosi però di amici socialmente e politicamente altolocati, si dà il caso inconsueto di un autore «sconosciuto» pubblicato da editrici «nazionali» nel senso di «pubbliche», di quelle il cui catalogo suggerisce piuttosto un deposito di «classici da non leggere più» che non una vetrina di nuovi talenti. Inoltre — la notazione è dello stesso Gómez Dávila —, «lo scrittore reazionario deve rassegnarsi a una celebrità discreta, dal momento che non si può ingraziare gl’imbecilli».
    La letteratura critica è limitata a una tesi, sostenuta da Mauricio Galindo Hurtado, colombiano, presso un’università britannica, e a qualche saggio quando non a rievocazioni giornalistiche. Fra i giudizi, meritano di essere riferiti quelli di ben altrimenti noti scrittori suoi compatrioti. Il romanziere e poeta Álvaro Mutis Jaramillo — uno dei suoi frequentatori — parla di Escolios a un texto implícito come di «un capolavoro del pensiero occidentale», «[…] una vasta summa di sapere, disseminata […] di allusioni e di elusioni, la cui piena utilizzazione supporrebbe lunghe veglie con i testi essenziali della nostra eredità ebraica, ellenica, romana, cristiana e occidentale»; e la definisce «opera superba che presenta nello stesso tempo una feconda teoria della storia e un’inconfutabile dottrina politica, un’essenziale meditazione sulla poesia e un non meno definitivo esame del pensiero metafisico e teologico», tale da essere — prevede — motivo di scandalo per gli «[…] eredi della tradizione liberale e democratica nata con la riforma protestante, incubata nel secolo dei lumi e battezzata con il sangue nelle giornate del 1789», ma atta a esser utilizzata anche dall’uomo qualunque — come dice con espressione italiana —, dal momento che, per quanto «inconsueta e vasta», «[…] concerne anche i nostri affari di tutti i giorni». E del romanziere Gabriel García Márquez viene citata l’impegnativa affermazione: «Se non fossi comunista, penserei come Gómez Dávila».
    Segnalati tempestivamente nel mondo di lingua tedesca dal filosofo cattolico Dietrich von Hildebrand (1889-1977), gli scritti e il pensiero di Gómez Dávila vi fanno la loro comparsa negli anni 1980 grazie a un’editrice conservatrice viennese: egli acquisisce così fra i suoi estimatori lo scrittore Ernst Jünger (1895-1998), che parla della sua opera come di «una miniera per amanti del conservatorismo»; lo studioso e pensatore politico Erik Maria von Kuehnelt-Leddihn (1909-1999) e il filosofo Robert Spaemann.
    Il pensatore colombiano giunge finalmente in Italia nel 2001, in apertura di secolo e di millennio, con In margine a un testo implicito, una consistente scelta della prima metà del primo volume della prima raccolta, Escolios a un texto implícito, curata con amore e maestria dallo storico della filosofia e germanista Franco Volpi, dopo che, nel 1999, ho tradotto sulla rivista Cristianità di Piacenza uno dei suoi pochissimi saggi, Il vero reazionario, e che, nello stesso anno e nel 2000, l’autore è stato presentato in diverse sedi dallo stesso Volpi e da chi scrive. E pensieri brevi stanno «filtrando», talora via Internet, in Polonia e in Francia.

    Il genere letterario: la tecnica «pointilliste» e le «brevi frasi»
    L’opera di Gómez Dávila va esaminata secondo le prospettive formale e contenutistica non per scelta del critico, ma perché indicate, più che soltanto suggerite, dai titoli spogli dei suoi volumi, privi di qualsiasi richiamo, costituiti dalla reiterazione di «glosse» e di «testo implicito». Si tratta infatti di consistenti raccolte di pensieri brevi — oltre diecimila —, ai quali l’autore nega la natura di aforismi: «Ciò che il lettore troverà in queste pagine non sono aforismi» — scrive —, «le mie brevi frasi sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste». E il riferimento alla tecnica pittorica pointilliste, in una delle prime glosse della prima raccolta, costituisce indicazione ermeneutica fondamentale, che vieta un giudizio non d’insieme sulla «composizione» e sull’«artista» — sua la dichiarazione: «Pretendo soltanto di non aver scritto un libro lineare, ma un libro concentrico» — e che suggerisce un apprezzamento corrispondente dei singoli «punti», dei singoli «tocchi cromatici»: «Il discorso continuo — sentenzia — tende a occultare le rotture dell’essere. Il frammento è espressione del pensiero onesto». Quanto alle «brevi frasi», «un testo breve non è una dichiarazione presuntuosa, ma un gesto che appena abbozzato si dissolve»; e l’aforisma «negato» è però difeso, svelando la consapevolezza della difficoltà di definirlo: «Accusare l’aforisma di esprimere soltanto parte della verità equivale a supporre che il discorso prolisso possa esprimerla tutta»; viene denunciata la prolissità — «La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee» — e tessuto l’elogio del testo breve in quanto «poetico», cioè creativo, quindi costruttivo per il lettore: «L’opera frammentaria si fa poesia nel momento in cui ci obbliga a completare le sue curve mutile».
    Lo «spettro» dell’aforisma va infatti dalla definizione alla massima, alla «degnità» — il richiamo è a Giambattista Vico (1668-1744) —, alla «monografia compressa» — la formula è dello studioso canadese della comunicazione Marshall McLuhan (1911-1981) —, alla glossa, alla breve osservazione, al rimando, all’appunto, alla nota a margine. E costituisce retaggio dell’oralità, assillata dal problema della conservazione della memoria, ed elemento di una plurisecolare farmacopea spirituale, così dando implicite istruzioni sulla «posologia» del testo, quindi sulla sua lettura e fruizione: si tratta di piccole e dense «dosi» da non trangugiare in una sola volta, dal momento che non hanno un inizio e una fine, ma piuttosto un centro, e delle quali la tecnologia della scrittura nell’«epoca della sua riproducibilità tecnica», cioè della stampa, permette di ricuperare a volontà la sostanza orale e oracolare.
    Dunque, glosse a margine. Ma a margine di che? S’impone, oltre il contenuto di tali glosse, l’identificazione del texto implícito. I critici propongono due ipotesi, in alternativa o in combinazione: una letterale e l’altra lata. Quella letterale, stretta, rimanda a un ampio tratto dei Textos I di dura polemica sia con la «democrazia» che con l’«uomo democratico», intesi come espressioni e portatori di una visione del mondo che coglie la verità come tesi suffragata dal consenso quantitativo, maggioritariamente; quella lata identifica tale testo con l’intero corpus culturale dell’Occidente, da Omero ai contemporanei.

    Il «pensiero reazionario»
    Se il genere dell’opera favorisce l’apprezzamento anzitutto del paradosso, un’attenzione maggiore permette l’identificazione in essa di una dialettica di tipo vichiano fra «stoltezza» e «sapienza», nascoste dalla varietà delle formulazioni dell’una e dell’altra: «Cambiano meno gli uomini idee che le idee i loro travestimenti. Nel corso dei secoli dialogano le stesse voci».
    Ma «imbecillità», «stupidità» e «follia», oppure, con riferimento temporale, «modernità», possono suggerire nell’autore pura emotività e far dimenticare sia la gamma espressiva che l’espressione singola, talora strutturata a paradosso, cioè a figura logica in apparenza assurda in quanto contrastante non solo, eventualmente, con il buon senso, ma, nel caso, con l’opinione corrente, e atta peraltro a decantare in proverbio.
    Dal punto di vista culturale, del pensiero reazionario Gómez Dávila non coglie e non svolge solamente l’ascendenza spagnola — ricordo, anche per la consonanza formale, i Pensamientos varios di Juan Donoso Cortés (1809-1853) —, francese o anglosassone, ma pure quella tedesca; quindi procede a un ricupero del romanticismo, non solo del pre-romanticismo della sensibilité e della sensibility, sia contenutisticamente, sia espressivamente, attraverso l’apprezzamento della continuità fra pensiero contro-rivoluzionario e poesia soprattutto ottocentesca. Infatti, «la poesia del secolo XIX è l’eredità lasciata alla letteratura dalla contro-rivoluzione soffocata». Sì che — osserva acutamente —, «identificando romanticismo e democrazia, così condannando il romanticismo, Maurras [Charles, 1868-1952] è caduto in un terribile errore. Condannando il romanticismo, Maurras condannava il pensiero reazionario e adottava un’ideologia rivoluzionaria in nome della contro-rivoluzione».
    Dal punto di vista sostanziale «la saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose» e a vivere l’individualità, l’irripetibilità e la frammentarietà nel mistero: «Contro lo svuotamento moderno del mistero affermiamo la sua presenza inglobante» e, anzitutto, che «la verità è una persona». Però «la radice del pensiero reazionario non è la sfiducia nella ragione, ma la sfiducia nella volontà»; e il pensiero reazionario viene abbozzato almeno su tre «cavalletti», suggeriti da un’autoqualificazione: esser l’autore «cattolico, reazionario e retrogrado». Cioè di tale pensiero non rilevano solamente le dimensioni politiche e culturali, ma anche — se non soprattutto — le radici religiose ed esistenziali: se «la Reazione comincia a Delfi» e se «la Reazione è cominciata con il primo pentimento», «la reazione esplicita comincia alla fine del secolo XVIII; ma la reazione implicita comincia con l’espulsione del diavolo»; ed «essere reazionario significa capire che l’uomo è un problema senza soluzione umana». Così i testi brevi sono percorsi da una vena polemica, talora esplicita e dura, in aggressivo contrasto con ogni filosofia e con ogni teologia razionalistiche, perché «razionalismo è lo pseudonimo ufficiale dello Gnosticismo», «la democrazia è la politica della teologia gnostica», «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la divinizzazione dell’uomo», e «l’ugualitarismo è inferenza gnostica: infatti ogni particella della divinità è ugualmente divina». Si tratta di una prospettiva filosofica e teologica negativa, che richiama quella platonico-tomistica di Josef Pieper (1904-1997). E a tale vena se ne affianca un’altra, antimoralistica ma non certo immorale, percorsa dall’evangelica «prudenza del serpente» da affiancare alla «semplicità della colomba» (cfr. Mt. 10, 16), la cui divisa potrebbe essere «Credere in Dio, confidare in Cristo, guardare con malizia», e la cui espressione è talora non solo dura quanto al contenuto ma pure cruda quanto al modo. Comunque, anche quando oggetto degli strali sono i cristiani, gli uomini di Chiesa e la Chiesa stessa, la «regola» è inequivoca: "Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse". Insomma — afferma perentoriamente Gómez Dávila —, «[…] il cattolicesimo è la mia patria» e in questo terreno coltiva «un platonismo esistenziale e uno storicismo agostiniano».
    Ma l’orizzonte limitato e cupo non alimenta la disperazione, anche se «la nostra ultima speranza sta nell’ingiustizia di Dio» e «l’unica precauzione sta nel pregare in tempo»: infatti, poicé «per rinnovare non è necessario contraddire, basta approfondire», e siccome «il peso di questo mondo si può sopportare solo in ginocchio», «l’unica ragione di sperare è stata espressa perfettamente da Huizinga [Johan, 1872-1945] in una delle sue ultime parole: "Per fortuna l’uomo non ha l’ultima parola"». E Nicolás Gómez Dávila, in attesa di ascoltare da Dio l’ultima parola a proprio riguardo, negli ultimi mesi della vita si dedica alla lettura del Catechismo della Chiesa Cattolica, dicendo rispettosamente la sua — testimonia il suo ultimo confessore, che ne celebrerà anche le esequie, monsignor Luis Carlos Ferreira, decano del capitolo della cattedrale di Santa Fe di Bogotá —, cioè avanzando riserve sullo stile in cui è redatto.


    Per proseguire un incontro
    Nicolás Gómez Dávila ha in breve tempo conosciuto una eccezionale fortuna editoriale anche in Italia. Ecco qualche elemento per un percorso bibliografico
    In italiano, dell’autore vedi Il vero reazionario, in Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, Piacenza marzo-aprile 1999, pp. 18-20; e In margine a un testo implicito, trad. it., a cura di Franco Volpi, Adelphi, Milano 2001.
    Sull’autore, vedi Óscar Duque Torres ed Ernesto Monsalve, Nicolás Gómez Dávila: la pasión del anacronismo, in Boletín Cultural y Bibliográfico, vol. 32, Santa Fe de Bogotá 1995, n. 40, pp. 31-49; il mio Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell’età della Rivoluzione culturale: il «vero reazionario»; postmoderno Nicolás Gómez Dávila, in Cristianità, anno XXVII, n. 298, Piacenza marzo-aprile 2000, pp. 7-16; e F. Volpi, Un angelo prigioniero nel tempo, in N. Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, cit., pp. 157-183.


    Tratto da: Giovanni Cantoni "L'hidalgo di Cristo. Postmoderno", in Tempi, Sezione: Meeting, Rubrica: Cultura, Numero: 33



    ConservAZIONE.org - Nicolas Gomez Davila

  3. #3
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    Re: Nicolás Gómez Dávila

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    Aforismi estetici: conversando con Nicolás Gómez Dávila


    Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) costituisce una sfida all’intelletto di chi dialoga con questo “oscurantista luminoso” (la calzante definizione è di Marcello Veneziani), diffuso in Italia soprattutto per merito di Giovanni Cantoni. Pensatore cattolico colombiano, reazionario (definizione che preferiva a quella di conservatore), poliglotta, autore di densi e brillanti, talora pungenti aforismi su molteplici argomenti, tra cui un certo numero di essi dedicati a temi estetici ed artistici. L’intervista che segue è ovviamente immaginaria, sia perché l’intervistatore aveva solo 12 anni alla morte di NGD, sia perché non è mai stato a Bogotà (città dalla quale il certosino dell’altopiano non si muoveva mai). Le risposte però sono integralmente e letteralmente tratte dai suoi aforismi.



    Intervista di Stefano Chiappalone

    NGD mi accoglie nella sua immensa biblioteca seduto su un’elegante poltroncina rivestita in pelle e ornata da colonnine, restando più che immobile, direi statuario. Un aristocratico e venerabilissimo vegliardo, vestito a festa nonostante non esca mai di casa, con gli occhi vispi che guizzano dietro la spessa montatura e i baffetti che si inarcano sovente in un sorriso ironico e distaccato. Le gambe accavallate e le braccia che con ampi movimenti vanno delineando la circonferenza di quel suo regno di carte antiche e fumi di sigaro. Una circonferenza il cui centro, beninteso, è se stesso che così descrive accogliendo l’ospite:

    “Vivo con lucidità una vita semplice, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, amando poche persone”.

    Soprattutto “poche persone”, aggiungo ironico, ma la replica è pronta:

    “Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi. La solitudine è l’unico arbitro incorruttibile”.

    Eppure Lei non ha l’aria di un uomo solo, isolato.

    “La fede popola la mia solitudine con il suo sordo mormorio di vita invisibile”.

    Il mio sguardo resta però calamitato dagli innumerevoli libri alle sue spalle e rivolgo la più banale delle domande: li ha letti tutti?

    “Più di una volta: Solo da una lettura ininterrotta, ratificata da una seconda lettura, può nascere un giudizio assennato su un libro. Ma c’è anche un’altra ragione…”

    Lo guardo con aria interrogativa, cercando di indovinare l’aforisma di turno:

    “Appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte”.

    Appartengono alla letteratura – riprendo, osservando la quantità di testi datati – prevalentemente i libri antichi…

    “Le lettere antiche ci salveranno dalla scabbia moderna”.

    Insomma, Lei legge molto, ma scrive poco. O, meglio, con poche parole.

    “Scrivere breve prima di annoiare. E poi Lei stesso, che conosce i miei aforismi a memoria, sa bene che…”

    …Che tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi! E so anche che la prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee!

    (Il maestro sobbalza divertito) “Ben due aforismi in un colpo! Non vorrà mica rubarmi il mestiere!”

    Lungi da me! Anzi, torniamo ai libri perché anch’essi rivestono una dimensione estetica ed è precisamente di questo che vorrei conversare con Lei.

    “Malgrado l’intrusione di fronzoli estetici nelle lettere, gli artifici estetici non sono strumenti da laboratorio, ma trappole per dare la caccia agli angeli”.

    Suggestivo, ma…non sarà immaginazione?

    “Senza l’immaginazione la realtà è uno spettacolo noioso che l’intelligenza esamina e classifica. Senza la realtà, l’immaginazione è un meccanismo che reitera percorsi sempre uguali. Compito dell’immaginazione è la redenzione della realtà”.

    Mi astengo dal fargli notare l’inusuale lunghezza di questo aforisma e proseguo: Lei intende dire che l’immaginazione ci consente di cogliere il lato, per così dire, sacramentale della realtà?

    “Il mondo è sacramentale o è insipido”.

    Quasi mi commuovo, ricordando che questo è uno dei primi aforismi che ho memorizzato, mentre il maestro esplicita meglio il suo pensiero a beneficio dei lettori:

    “L’immaginazione, se fosse creatrice, sarebbe pura fantasia. Immaginare è percepire ciò che sfugge alla percezione ordinaria”.

    Vista così, c’è effettivamente di che stupirsi.

    “Rifiutare di stupirsi è il contrassegno della bestia”.

    Ma ci saranno anche delle realtà in cui è impossibile cogliere questo lato che abbiamo definito sacramentale, questo richiamo all’infinito?

    “L’essere trasuda da tutti i pori del mondo”.

    Dunque – aggiungo avvicinandomi al tema centrale – Lei pensa che si possa fare vera arte con qualsiasi soggetto?

    “Non c’è tema precluso all’artista, né tema che sia possibile sempre e comunque”.

    Né tema possibile che possa perfettamente riuscire…

    “Vede, l’arte non annoia mai, perché è un’opera senza preliminari garanzie di riuscita”.

    Eppure, vorremmo che certi dipinti…

    “…ci invitassero dentro il quadro per partecipare al loro modo di essere. So bene che questo – prosegue sogghignando – è uno dei suoi aforismi preferiti!”

    Ma allora cos’è che fa la differenza? Perché lo stesso artista a volte riesce e a volte fallisce?

    “Perdoni la premessa: tra l’opera di un artista e la sua poetica c’è una distanza tale che l’opera non illumina necessariamente la poetica, né quest’ultima offusca necessariamente l’opera. Pertanto – e qui vengo al punto – l’artista coglie nel segno per ragioni che ignora”.

    Se non c’entra la poetica, allora neanche i precetti estetici sono una comoda garanzia di successo, né, come ritengono i nostri contemporanei una scomoda gabbia che lo impedirebbe…

    “I precetti estetici, lungi dall’apportare soluzioni tecniche, aggiungono un ingrediente in più al problema, che solo il talento dell’artista risolve”.

    Per questo tanti capolavori del passato, pur essendo concepiti in epoche e mentalità – e quindi visioni estetiche – molto diverse dalla nostra continuano ad affascinarci?

    “La bellezza delle opere non è relativa. Relativa è solo la loro estetica”.

    Oltretutto, Lei mi insegna che l’estetica non può dare ricette…

    “Esatto: non ci sono metodi per fare miracoli”.

    E come si riconosce la vera opera d’arte?

    “Dove c’è opera d’arte non c’è diavolo”.

    Il ragionamento si può ribaltare: in certa arte astratta è difficile vedere qualunque cosa, figuriamoci il diavolo.

    “L’arte astratta non è illegittima, è limitata”.

    Nel senso che finisce per non comunicare? O per comunicare solo all’artista…

    “L’arte attuale è inintelligibile senza l’estetica dottrinaria che la puntella”.

    Ma c’è anche un’arte moderna che parla in modo eloquente. Peccato che, rinchiuso il cielo – cristiano o mitologico dei secoli precedenti – parli troppo spesso di cose tristi: dall’urlo angoscioso di Munch ai bambini impiccati di Cattelan.

    “L’arte moderna non è capriccio, come pensa l’ignorante: è tragedia”.

    Purtuttavia, qualcuno Le obietterà che bisogna aprirsi alle avanguardie.

    “Di solito chi si proclama artista d’avanguardia appartiene all’avanguardia di ieri”.

    E le avanguardie dell’altro ieri?

    “L’architettura dell’Ottocento ha confuso l’organismo con il vestito, quella del Novecento lo confonde con lo scheletro”.

    Praticamente un’autopsia…

    “Le arti moderne stanno morendo di autofagia”.

    Alcuni sono però convinti di operare una liberazione dell’arte. Alcuni artisti si atteggiano a liberatori dagli schemi borghesi – o presunti tali.

    “L’artista contemporaneo si ribella alla borghesia per venderle più care le proprie opere”.

    Cambiando apparentemente discorso, con il sigaro che funge da bacchetta magica mi esorta – restando ovviamente seduto – ad affacciarmi alla finestra per contemplare la sua Bogotà e prosegue:

    “L’architettura coloniale di questo continente fa parte del paesaggio. L’architettura posteriore lo insudicia soltanto”.

    E non solo in questo continente! Diciamo che l’intero Occidente ha voltato le spalle al bello.

    “L’umanità attuale ha sostituito al mito di un’arcaica età dell’oro quello di una futura età della plastica”.

    Contemplo la poltroncina ornata su cui siede quell’uomo dall’aria ancestrale quanto la libreria che lo circonda e commento l’ordinarietà dei nostri ambienti e arredamenti dotati di ogni comfort ma terribilmente freddi.

    “La bruttezza di un oggetto è la condizione preliminare del suo moltiplicarsi su scala industriale”.

    Dicono però che le costruzioni attuali siano forse meno belle, ma più funzionali.

    “La modernità chiama funzionale ogni attività arbitrariamente ridotta a una sola delle sue possibili funzioni”.

    Certo, la funzionalità così intesa è un pretesto. In passato erano incantevoli anche gli edifici “funzionali”, pensiamo a cascine e botteghe, lavabi e refettori. Mentre oggi persino le chiese recenti subiscono il mito funzionalista.

    “L’architettura moderna è capace di innalzare capannoni industriali, ma non riesce a costruire né un palazzo né un tempio. Questo secolo lascerà soltanto le tracce dei suoi andirivieni al servizio delle nostre più sordide brame”.

    Non ci sarà anche, alla base di certe cattedrali-hangar, una sorta di allergia al rito da parte del committente ecclesiastico che finisce per banalizzare liturgie e chiese?

    “Chi disprezza i riti non si rende conto che sta chiedendo a ciascun individuo di reinventare l’intera avventura umana”.

    Il rito è ciò che rende un giorno diverso dagli altri giorni, diceva Saint-Exupery. O un edificio diverso dagli altri edifici. Ma c’è anche un diffuso pregiudizio per cui la tradizione non sarebbe più qualcosa da trasmettere bensì come un peso da scrollarsi di dosso:

    “La tradizione pesa sullo spirito come l’aria sulle ali di un aereo”.

    Finalmente un po’ di respiro dopo il grigiore dell’architettura moderna. Ma allora dovremmo imitare le opere del passato?

    “Niente è più facile dell’imitare l’estetica classica, ma niente è più difficile dell’osservarne i precetti”.

    Ma poco fa non aveva detto che i precetti estetici non sono risolutivi e che l’estetica non fa miracoli?

    “Le estetiche indicano all’artista in quale ambito dell’universo si trova la bellezza che cerca, ma non gli garantiscono che riuscirà a catturarla”.

    Mi
    pare sempre più chiaro che la questione non risieda nell’imitazione esteriore, ma nella disposizione interiore.

    “Le dirò di più: non emuliamo l’opera che ci emoziona, ma cerchiamo piuttosto di essere degni dell’emozione”.

    Lei è davvero un soggetto singolare. È pessimista, disincantato e – non si offenda – lievemente cinico… e mi parla di emozioni!

    Il maestro, per nulla offeso, anzi divertito, mi risponde per le rime:

    “Le ricordo che in apertura di quel Suo libercolo dedicato a questi temi, proprio Lei ha inserito uno dei miei aforismi più poetici: è sufficiente che la bellezza sfiori appena il nostro tedio perché il cuore ci si laceri come seta tra le mani della vita”.

    Touché! Come sempre spetta a lui l’ultima parola, anzi l’ultimo aforisma. Ma non smentisce la sua fama quando, congedandomi, mi sussurra sottovoce, un po’ beffardo:
    “Le svelo un segreto: la vera opera d’arte è quella di cui possiamo decretare senza errore, prima ancora di vederla, che la sua esistenza è impossibile”.


    https://contemplactio.wordpress.com/...-gomez-davila/

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