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Tema: Napoletani a Lepanto

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    Napoletani a Lepanto

    Napoletani a Lepanto


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    «Lepanto, gloria italiana» scrisse nel 1931 lo storico militare Alfonso Salimei, in tempi in cui non ci si doveva vergognare di essere Italiani. Ai nostri giorni invece ci si imbarazza per il solo fatto di essere andati a combattere a Lepanto: pensiamo a Paolo VI, che restituì, non richiesto, lo stendardo musulmano catturato durante quella battaglia, creando negli stessi Turchi più fastidio che consenso.

    In passato, invece, l’avere un parente o un conterraneo che avesse militato in quell’epico scontro navale era motivo di profondo orgoglio. Il massimo esempio viene dal più grande scrittore spagnolo, Miguel de Cervantes, come egli stesso ricorda nel Prologo delle Novelle esemplari, evocando la propria militanza come soldato del Tercio viejo de Nápoles: «A causa di un colpo di archibugio ho perduto la mano sinistra nella battaglia di Lepanto: ed anche se è una ferita brutta a vedersi, la tengo per bella, perché la ho ricevuta nella più grande e memorabile occasione occorsa nei passati secoli e che i secoli a venire non possono sperare di vedere». Una ferita che vale come una medaglia, un vero e proprio “segno rosso del coraggio” che distingue lo scrittore e ne fa un vero e grande Uomo, prima che un indimenticabile autore.

    Un «perenne arruolamento»

    Ma Cervantes non fu l’unico “napoletano” presente a Lepanto: «Volendosi infatti tessere la storia delle innumeri leve di soldati che questo regno ha largito», scrisse nel 1886 Luigi Conforti in un saggio intitolato I Napoletani a Lepanto, «meglio gioverebbe dire che in Napoli vi fu perenne arruolamento nelle storiche piazze, al batter del tamburo, quasi si trattasse d’un vero mercato d’uomini». Egli ricorda, ad esempio, la battaglia di Nördlingen, che nel 1634 convinse la maggior parte degli Stati protestanti tedeschi, inclusi la Sassonia e il Brandeburgo, ad abbandonare il conflitto, affermando: «Il vanto di vittoria sì grande, se da molti fu preteso, certamente il suo pregio in buona parte è dovuto alla Cavalleria napolitana».A Lepanto si batterono nove vascelli e trenta galere del Regno di Napoli (quindi, escluse quelle che venivano dalla Spagna e quelle della Sicilia), «la cui capitana soccorse la Reale di Don Giovanni, azzuffatasi con l’opposta Turchesca». Una impresa ripetuta l’anno dopo, quando una galea napoletana catturò la “capitana” di Mamut, nipote di Barbarossa, meritandosi il nuovo nome di La Presa.

    Del resto, notoriamente «le navi costruite nel porto di Napoli erano reputatissime» e così il loro equipaggio: anche per questo il comando marittimo fu affidato a Cesare d’Avalos, figlio del Viceré di Sicilia Ferrante Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara; e tra i numerosi altri Napoletani presenti a Lepanto si ricordano: Curzio Caracciolo, Francesco Ingrignetta, Lucio Cales ed Ettore Carafa, Duca di Mondragone.

    Entusiasmo per Giovanni d’Austria

    Notevole anche l’accoglienza riservata da Napoli a Don Giovanni d’Austria, che il 9 agosto 1571 entrò solennemente nel porto con le sue 44 galee con immenso entusiasmo popolare. Scrive a tal proposito uno studioso ottocentesco, Luigi Conforti: «Era Don Giovanni in quel tempo assai giovane. Di forme apollinee, di gentili maniere aveva tutto il fascino d’un arcangelo inviato dal Signore a sterminare i nemici della fede. Per essere egli anche figliuolo naturale al gran Carlo, che aveva lasciato di sé tanta fama nel mondo e riempita di sua presenza la nostra città, si nutrivano per il giovane suo rampollo le più ardenti simpatie. Né Don Giovanni era superbo dell’alta sua fortuna, poiché, al dir dei contemporanei, amava sinceramente il fratello Filippo e l’obbediva in tutta la sua volontà. […] Lo stesso Filippo si felicitava ch’egli occupasse il supremo comando che gli aveva interamente affidato, sicuro eziandio della sincerità e fedeltà di lui».

    Gli Eletti della Città, cioè i rappresentanti dell’aristocrazia delle varie “piazze” napoletane, andarono incontro al Principe su un magnifico ponte, sul quale stavano il Viceré (che era allora il cardinal Antoine Perrenot de Granvelle, spesso italianizzato in Granvela) e tutto il fiore della cittadinanza partenopea.

    Don Giovanni fu accompagnato da Alessandro Farnese, Principe di Parma, e da Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino. «Il popolo, straordinariamente stipato sulle vie al passaggio del bellissimo principe, era incantato a vederlo duce di quell’armata detta poi l’Invincibile. […] Trattenutosi alcuni giorni in Napoli Don Giovanni per le provvisioni dell’armata, era sempre fatto segno alle più vive dimostrazioni d’affetto. A vederlo sul suo brioso destriero, a capo d’una immensa cavalcata di tutti i Principi e Baroni del Regno, v’era di che esaltarsi». Il 14 agosto avvenne la solenne consegna dello stendardo inviato dal Pontefice «con solenne pompa portato nella chiesa di Santa Chiara e consegnato a Don Giovanni, che lo ricevette genuflesso, insieme al bastone generalizio dal Cardinal Viceré, assiso in sedia apostolica. Quella mattina il Granvela come Legato Apostolico era andato a man destra mentre si celebrava nella chiesa la messa cantata. Assistevano in bell’ordine tutti i principi collegati ed il fiore della nobiltà napoletana convenuta a celebrare tanto giorno».

    In armi anche dalle campagne

    Don Giovanni lasciò Napoli il 23 agosto, diretto a Messina. Trenta le navi del solo Regno di Napoli, i cui remi erano mossi da galeotti (e le varie comunità volentieri affidavano a questa “pena alternativa” gli ospiti delle patrie prigioni). Oltre alle navi, numerosi soldati: «Nel rapido passaggio dei condottieri per le Province italiane al tempo della Lega, molti napoletani, sia della nobiltà, sia del popolo, furono iscritti fra i capitani di nave, fra le maestranze, i bombardieri, i capi di ciurma e ciò per la conosciuta loro valentia e per l’animo risoluto ed ardente». Infatti, se propriamente il Tercio viejo de Nápoles contava soprattutto soldati spagnoli professionisti di stanza a Napoli, comu nque per la spedizione a Lepanto vennero reclutati uomini delle campagne, in particolar modo in Calabria. Tra i vari nomi di gentiluomini napoletani risalta quello di Gian Domenico d’Acquaviva, Duca di Atri, al cui comando si batté un soldato d’eccezione, il già ricordato Miguel de Cervantes.

    Al ritorno dalla gloriosa battaglia, a Napoli – come in tante altre città – venne eretta una chiesa dedicata a Santa Maria della Vittoria.


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    Re: Napoletani a Lepanto

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    Ma non dimentichiamo que i napolitani erano spagnoli...

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