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Calendario 2006 Tra pochi giorni sarà disponibile il nuovo calendario 2006 dedicato a Ferdinando II di Borbone.
IL MATTINO e i libri sul Sud:una vittoria neoborbonica
Alcune osservazioni sull'iniziativa editoriale del Mattino (Storie dal Sud, in edicola dal 21 ottobre).
Qualche giorno fa una pubblicità a tutta pagina riportata sul Mattino preannunciava l'uscita settimanale di alcune pubblicazioni relative alla storia del Sud.
La prima considerazione necessaria riguarda proprio la scelta "commerciale" dell'argomento e le "forme" utilizzate" per pubblicizzarlo.
1) Senza le "provocazioni" culturali del Movimento Neoborbonico e senza la ricostruzione della memoria storica e dell'orgoglio meridionale attuata in questi 15 anni con ricerche, convegni, libri, seminari, mostre,
manifestazioni o comunicati-stampa e con tutti i mezzi a nostra disposizione (pochi, in verità, non essendo mai stati politicamente corretti o schierati), non sarebbe mai nata l'iniziativa del Mattino: hanno capito che la cosa poteva funzionare dal punto di vista commerciale e l'hanno promossa, forti del successo di iniziative editoriali simili (decine di ristampe per libri come quelli di Jaeger o di Alianello, per esempio) o delle nostre stesse iniziative.
2) Uno stemma a colori sul Mattino, il ritratto di Ferdinando II o lo slogan: "solo conoscendo il passato si può comprendere il presente", sono "nostri" e rappresentano, da soli, una nostra vittoria culturale.
Qualche altra considerazione, invece, è necessaria per quanto riguarda la scelta dei titoli in questione.
Manhès, Mc Farlan e Marco Monnier sul brigantaggio; il generale Church sui briganti "debellati" dopo il 1848; Abele De Blasio con un saggio di antropologia criminale; l'autobiografia e la contro-biografia di Crocco; la
fine del Regno di Raffaele De Cesare. All'interno di questi libri, poi, qualche memoria di Borjes, la relazione della Commissione-Massari.
La prima osservazione riguarda le date originarie di pubblicazione di questi testi: dal 1862 al 1895 e la scelta non è casuale: si tratta di fonti comunque autorevoli in quanto testimonianza di quell'epoca ma
inevitabilmente parziali.
Un dato su tutti: i libri che affrontano il tema del brigantaggio si fermano al 1863 (relazione del deputato Massari per la Commissione sul brigantaggio): nessun riferimento ai massacri che, in gran parte, si
realizzarono e, in piccola parte, si conobbero, proprio dal 1863. Lo stesso Massari, con la sua tesi ("meridionali poveri per colpa dei Borbone-ribellione alle ingiustizie secolari-necessità della repressione")
fece nascere quella famigerata legge Pica (agosto 1863) che diede il via alle carneficine più dure ai danni del popolo meridionale. Quando Manhès, Mc Farlan, Monnier o Church scrivono i loro libri, ad esempio, non erano stati ancora saccheggiati e distrutti paesi come Pontelandolfo o Casalduni (agosto 1862).
Quale attendibilità storica può attribuirsi, poi, al Monnier che "dedica" nell'introduzione il suo libro al generale Cialdini, uno dei più spietati esecutori di quelle stragi? O che chiude lo stesso libro con la frase: "Dio
lo vuole, l'Italia ha la sua stella e il brigantaggio ormai è finito".
Si tratta, evidentemente, di autori in piena epoca "risorgimentale" che, anche se avessero voluto, non avrebbero in alcun modo potuto parlare del fenomeno in maniera oggettiva ed esauriente.
Un esempio su tutti: ancora nel 1898 (!), per una semplice "macchietta" che ricordava con nostalgia i Borbone, il poeta Ferdinando Russo fu processato per "borbonismo" (tutte le carte del suo studio furono sequestrate e le lettere della sua poesia pubblicata proprio sul Mattino furono "scomposte").
Grande spazio viene dato, poi (3 titoli su 4 di quelli dedicati all'argomento), ai briganti pre-unitari, partendo addirittura (Manhès) dai casi già registrati in epoca aragonese o, a proposito dell'attendibilità delle fonti già contestata da qualche storico dell'epoca, trovando riferimenti nei peggiori romanzi del vecchio Dumas o nelle orgogliose relazioni degli ufficiali francesi "sterminatori" dei crudeli briganti calabresi dopo l'invasione del 1806.
Molto spazio anche ai briganti del 1799 e del cardinale Ruffo, alle connivenze con i regnanti o perfino con le società segrete del tempo.
Spazi enormi anche per i briganti del resto dell'Italia (Passator Cortese in testa).
Un viaggio nel tempo e nello spazio e anche questo non è casuale: si pérdono così di vista le dimensioni reali del problema-brigantaggio nell'Italia meridionale sia nello spazio che nel tempo. Nell'introduzione alle opere, il curatore, Gianni Custodero, inizia con riferimenti ai Normanni (1100 circa) e arriva a citare anche i casi attuali di Iraq, Palestina o Chapas, passando per il sentimentalismo infantile che fa risvegliare in noi "Robin Hood o Sandokan".
L'effetto voluto e, forse, ottenuto è la confusione: si parla dell'argomento dalle origini a domani ma, alla fine, non si capiscono le motivazioni: "un tritume di episodi e aneddoti. sappiamo il come ma non il perché e lo scopo principale della storia è mancato" (usando le parole di Benedetto Croce riferite proprio alla "Fine del Regno" di De Cesare).
Un'ultima osservazione sul libro di Abele De Blasio: antropologo criminale, fu autore di diverse pubblicazioni lombrosiane (!) e tra esse "I crani dei lucani" (Torino, 1895), "L'orecchio dei napoletani normali e criminali" e lo stesso "Storie di briganti" (la criminosità era nel DNA della gente del Sud, come diceva il suo maestro, Lombroso, inventore, in pratica, di quel razzismo anti-meridionale che ancora oggi resiste).
Possibile che non si potesse dare spazio ai massacri operati dalle truppe piemontesi-italiane e da quei 120.000 soldati inviati da Torino per "salvare" il "risorgimento" (ma in quale altra epoca storica dai Normanni in poi ci fu bisogno di tante forze in campo?).
Possibile che non si potesse pensare alla ristampa se non di un de' Sivo o dei numeri di Civiltà Cattolica, di un Buttà o di un Michele Topa o dello stesso Alianello? Possibile che ancora non si avverta per quei nostri
compatrioti di un secolo e mezzo fa un senso di rispetto dopo averli decapitati ed esposti nelle piazze (come risulta dai documenti dell'Archivio di Stato Maggiore dell'Esercito solo recentemente e parzialmente catalogati)?
Manca un'analisi complessiva del Regno (ardua ottenerla con i mille aneddoti del buon De Cesare, amico, tra l'altro, dei vari ministri dell'interno del tempo).
Mancano le cause vere del brigantaggio (la colonizzazione e la conquista del Sud ormai riconosciuta anche da storici certo non borbonici come il De Rosa, ad esempio). Mancano le conseguenze e i danni (centinaia di migliaia di morti, milioni di emigranti partiti non a caso subito dopo la fine del brigantaggio).
In conclusione, come ci riferisce lo stesso curatore dell'iniziativa, "sono caduti molti tabù e ha fatto il suo tempo la storia dei vincitori" ma, se veramente amiamo il Sud e vogliamo davvero il suo riscatto, non possiamo accettare che la "chiusura" di questo cerchio la compiano in maniera parziale e superficiale i responsabili della cosiddetta cultura ufficiale di cui il Mattino è sicuramente un esempio importante.
Diranno che non ci accontentiamo mai ed è perfettamente vero: parliamo della nostra terra e della nostra gente e non ci stancheremo mai di lottare per la verità storica, senza dubbi e senza mistificazioni.
Se siete neoborbonici, allora, potete essere fieri del lavoro fatto in questi anni e che continueremo a fare insieme tra i nostri libri e i nostri documenti.
Se sapete ancora poco delle storie del Sud, invece, partiamo anche da questi libri ma leggiamo tutto quello che si può leggere su questi argomenti così attuali e importanti ancora oggi.
Chiedeteci un consiglio e ve lo daremo, consultate il nostro sito e il nostro centro-studi gratuitamente, vi
accompagneremo in giro per biblioteche e archivi e ricostruiremo insieme quella verità storica, le nostre radici e un orgoglio meridionale di cui (visti i tempi e viste le nostre classi dirigenti) abbiamo sempre più
bisogno.
Gennaro De Crescenzo
Unità o annessione?
Come ogni anno, il 4 novembre, giorno dell’unità nazionale e delle forze armate, puntuale ed inesorabile, arriva il discorso del Presidente della Repubblica tenuto al Quirinale davanti alle più alte cariche dello stato, ad inneggiarne l’importanza. In particolare, definisce l’Unità d’Italia “una straordinaria conquista da difendere ogni giorno”.
Perché dopo circa 150 anni le più alte cariche dello Stato italiano, sentono il bisogno di parlare e difendere ciò che ormai sembrerebbe un dato di fatto assolutamente consolidato? Forse perché quello che definiscono Unità d’Italia, non è altro che l’annessione al Piemonte di vari stati indipendenti presenti sul territorio nazionale, ottenuta con la forza di un esercito di 120.000 unità armati fino ai denti e che non hanno mai disdegnato di usarle contro chi osava impedire la loro mostruosa avanzata spargendo morte e sangue, di uomini donne e bambini, pur di ottenere ciò che volevano.
Soltanto nel Regno delle due Sicilie, furono massacrati circa 700.000 persone, interi paesi rasi al suolo, saccheggi e violenze senza limiti e confini, tutto in nome dell’unità, ma questi non meritano una citazione da parte del Presidente, questi erano meridionali.
Ecco perché la necessità di esaltare e difendere le gesta di un gruppo di spregiudicati avventurieri chiamati “Padri della Patria”.
Come riportato da Il Mattino del 5.11.05, nel discorso del Presidente si cita Giuseppe Mazzini: “Dove non è patria, non è patto comune a cui possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi”.
L’egoismo degli interessi di una parte dell’Italia che, specialmente oggi, regna sovrano a danno delle regioni meridionali.
Forse, anche un uomo losco come il Mazzini, se oggi fosse vivo, riscriverebbe quella citazione invertendone il senso, così come Garibaldi dopo l’unità, in una lettera all’attrice Adelaide Ristori scrisse: “……non rifarei le vie del meridione, per timore di essere preso a sassate”.
Unità o annessione al Piemonte?
nicola casale
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